La Sardegna accelera lo schianto del M5S

di Alessandro Canella

Dopo l’Abruzzo, i risultati del voto regionale sardo confermano la crisi del M5S, che si acuisce ancora di più. Di Maio e Conte minimizzano e rassicurano, ma c’è già chi mette in discussione la leadership del movimento. Vince il centrodestra di Solinas. Allucinante il meccanismo dello scrutinio: dopo 7 ore nemmeno il 20% dei risultati. L’analisi di Giuliano Santoro e l’intervista a Claudia Sarritzu.

L’unico dato che emerge abbastanza chiaramente tra le nubi dell’allucinante meccanismo dello spoglio delle elezioni regionali in Sardegna è il tonfo del M5S. E, ancor più che dei dati che arrivano a spizzichi e bocconi, sono le reazioni a misurare il polso di quello che appare come uno schianto della formazione guidata a livello nazionale da Luigi Di Maio.

Dopo la batosta delle elezioni abruzzesi, infatti, i pentastellati sembrano andare molto velocemente in picchiata. E i commenti del premier Giuseppe Conte, della senatrice “ribelle” Paola Nugnes e dello stesso Di Maio confermano la sensazione.

Il vicepremier pentastellato gioca in difesa con un copione che pareva già scritto. “Per la prima volta entriamo in consiglio regionale – osserva Di Maio – È inutile confrontare il dato delle elezioni regionali con quello delle politiche”.
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Roma: beni culturali senza nessuna tutela

di Gianfranco Capitta

La chiesa di San Giuseppe dei Falegnami crollata, proprio sul colle del Campidoglio. Troppo facile fare ironie, paragoni e battutacce. Ma anche piangere sul tetto crollato non serve a molto. Bisognerebbe riflettere e agire di conseguenza. In Italia molto si è lavorato, sotto l’ex ministro Franceschini, a organizzare, suddividere e magari accentrare gli enti preposto ai Beni culturali.

Non si è quasi mai parlato, però, della loro conservazione, quasi fossero un dono di qualche cielo, destinato all’eternità. D’altra parte né soldi stanziati né progetti per questo motivo fanno titolo sui giornali o passerelle. L’attuale ministro Bonisoli ha perfino abolito l’ingresso gratuito ai musei una volta al mese (e qualcuno ci eviti le discussioni di Lega e 5Stelle su chi per primo si farà carico del restauro…).

Crolla la modernità che non dura cinquant’anni, figurarsi se non ha diritto a cadere un passato secolare! Il discorso si farebbe maledettamente serio: non solo bisognerà pensare a tenere in piedi i monumenti (e questo proprio sotto la casa comunale di Roma fa davvero senso), ma tutta la scultura storica italiana che galleggia malamente.
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Genova e l’Italia delle infrastrutture: vittime, folle e potere

di Marco Bouchard, tribunale di Firenze

I funerali delle vittime di Genova

Funerali di Stato a Genova per le vittime del ponte Morandi. Il Presidente della Repubblica è stato acclamato ma quando sono entrati nei padiglioni della Fiera i viceministri Salvini e Di Maio c’è stata addirittura un’ovazione. È stata una presenza organizzata? Forse, in parte, perché il povero segretario del PD, al contrario, gironzolava sperduto mentre alcuni lo contestavano.

Per il resto credo che si sia trattato di un abbraccio autentico che risponde alle nette prese di posizione del governo contro i “padroni” delle autostrade che si sono arricchiti e che avrebbero arricchito i governanti precedenti sulla pelle di decine di vittime, morte per mancata manutenzione e mancati controlli.

Anche se la strada della revoca della concessione invocata per “giusta causa” – come ha detto il Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali – appare impervia, non c’è dubbio che quella prospettiva ha dato corpo giuridico alle richieste e alle promesse di “farla pagare” ai sicuri responsabili.
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Privatizzazioni ed etica del pubblico: nel dolore di una nazione ferita

di Alessandra Maltoni

La vicenda del crollo del ponte di Genova ha scosso profondamente la nostra emotività sino al punto di interrogarci tutti, destra e sinistra, su quale sia ancora l’effettiva portata dell’etica pubblica. È mia abitudine confrontarmi con i fatti che accadono tentando di leggerli e interpretarli in una chiave che sia il più possibile ampia e storicizzata. Questo continuo confronto mi induce inevitabilmente e amaramente a ritenere che lo Stato italiano, inteso come quel progetto unitario e duraturo in cui molti di noi e dei nostri avi avevano posto tante speranze, è ormai scivolato via, piegato dalle dinamiche di “liberalizzazione selvaggia” che, prima di divenire scelta politica, si sono imposte come “nuova mentalità”, un nuovo “umanesimo” delle relazioni pubbliche. Quella mentalità che piace a un certo tipo di impresa che insegue il profitto e la speculazione, senza etica, per la quale l’interesse e le istanze dei cittadini, i loro diritti, le richieste di sicurezza e di amministrazione capace diventano e sono un ostacolo.

Pian piano, in assenza di discussioni feconde e di fervore politico, il cambiamento ha cambiato l’Italia. Le nuove privatizzazioni e un uso costante di decretazioni d’urgenza (l’eccezione divenuta regola) ci hanno inondati di decreti governativi che hanno “stratificato” un po’ alla volta un innovamento privo di discussione sui contenuti, con aule parlamentari blindate a priori dietro il diktat della “fiducia” senza emendamenti. Un fiume di regolamentazione spesso mascherato “d’altro” ha inondato l’Italia e pezzo per pezzo ha smontato e raggirato il sistema, riscrivendo Scuola, Lavoro, controlli amministrativi, regole sulla formazione dei provvedimenti e sulle decisioni delle pubbliche amministrazioni per facilitare forme di “silenzio assenso”, sempre più flessibili e meglio raggiungibili dal privato.
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Carmelo Maiorana: “La maggior parte dei nostri ponti sta messa male”

di Alberta Pierobon

«Da quando l’ha saputo, ha passato ogni minuto della giornata a pensarci. Va da sé, la tragedia di Genova ha sconvolto tutti ma su di lui ha scavato un baratro. Perché nella sua testa, come in un film, si sono succedute le immagini della radiografia del ponte Morandi crollato e l’elenco delle responsabilità». Lui si chiama Carmelo Maiorana, ha 64 anni, non procede per ipotesi, piuttosto per analisi: è ingegnere strutturista, ordinario di Scienza delle costruzioni all’università di Padova. Ma prima delle questioni tecniche e delle relative spiegazioni, per forza si fa strada con angoscia un’analisi anche questa strutturale. Purtroppo strutturale, che riguarda un malcostume tutto italiano.

Come mai, professore, nessuno ha colto i segnali che hanno portato a questa tragedia?

«Questo è il problema. In Italia siamo indietro e tanto. La maggior parte dei nostri ponti ha necessità di un monitoraggio ininterrotto e di manutenzione costante. Operazioni che hanno dei costi».

Quindi è mancato il monitoraggio?

«Qui un altro problema. Io sostengo che chi si occupa dei controlli dovrebbero essere persone fuori dai giochi, persone che dicano la verità, libere di dire la verità. Invece spesso proprio chi è incaricato di monitorare, la verità non la dice: il perché è facile da spiegare. Perché dicendola teme di non avere più lavori di consulenza. E’ semplice, ed è questo il malcostume».
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Maurizio Maggiani: “Era un ponte verso il sol dell’avvenire. Ora Genova è morta”

di Eleonora Martini

È triste e addolorato, Maurizio Maggiani, e anche molto arrabbiato. Ma soprattutto sembra già struggere di nostalgia per quel ponte con cui aveva fatto «amicizia», di cui aveva «imparato a fidarsi», come tutti i genovesi. E sì che lui, giornalista, fotografo e scrittore, insignito di prestigiosi premi per le sue opere narrative (Campiello, Viareggio, Strega e numerosi altri) è un genovese d’adozione, proveniente dalla Val di Magra, l’ultima propaggine ligure prima della Toscana che Dante Alighieri cita nel Purgatorio. Ma lui come tutti quelli cantati in Genova per noi, «la superba» l’ha sognata e desiderata. E raccontata, con uno sguardo onirico, in una sorta di guida anche fotografica.

In «Mi sono perso a Genova», edito da Feltrinelli, c’è tutta la sua prospettiva «sghemba» sulla città. E tra le immagini che ha selezionato ci sono quelle del ponte Morandi. Perché?

Perché senza quel ponte come si fa? Ogni volta che lo guardiamo, che precipitiamo dentro uno di quegli svincoli «micidiali», come diceva il cantante (De Gregori, ndr), quel ponte ci terrorizza. Perché è insieme tragico e bello. È qualcosa di spropositato che attraversa la valle.

Lo conosce bene?
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Il crollo della borsa in Cina: segnali dalla seconda economia mondiale

Economia cinese
Economia cinese
di Amina Crisma

Dopo tre settimane consecutive di crollo dei mercati azionari cinesi, l’allarme è ieri rientrato, con segni positivi di forte ripresa alla borsa di Shanghai (+5,7%), che si è immediatamente ripercossa sulle altre borse asiatiche (Tokyo ha chiuso con un +0,6%). E tuttavia, non è certo il caso di sottovalutare quello che nei giorni precedenti è accaduto nella seconda economia mondiale, in uno scenario globale già così agitato.

In un quadro segnato dall’estenuante prolungarsi della crisi del debito greco, che ha fra l’altro rivelato impietosamente tutta la fragilità di una costruzione europea la cui attuale leadership sembra mostrare in certi suoi atteggiamenti delle inquietanti affinità con i comportamenti di Hal, il computer impazzito del film di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, il sensazionale crollo della borsa cinese nei giorni scorsi è venuto ad aggiungere ulteriori elementi di incertezza e di ansietà

Ricordiamone i dati salienti. In tre settimane, si sono verificate perdite pari all’incirca al 30%: si calcola che sia andato in fumo un valore di circa 3200 miliardi di dollari. Il crollo ha preso avvio alla Borsa di Hong Kong, poi si è propagato a quella di Shanghai (con punte fino a -7), e l’effetto si è propagato nell’Asia, raggiungendo la borsa di Tokyo e generando un’ondata di preoccupazione a livello planetario.

Solo per dare qualche esempio: il 7 luglio, Shenzhen ha chiuso a -6,75, Hong Kong a -5,84, Shanghai -5,91, e l’onda ha raggiunto il Giappone, con Tokyo che ha chiuso a -3.
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Muro di Berlino, 1989

Il crollo del Muro: dov’è la festa?

di Luciana Castellina

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.
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