Ribellarsi è giusto

di Paul B. Preciado, Libération, traduzione di Federico Ferrone

La storia è andata in mille pezzi, ma continuiamo a parlarne come se tutto andasse bene. Continuiamo a parlare della diffusione della democrazia in occidente, del progresso della modernità, della libertà americana, dell’ospitalità francese, della solidarietà del nord nei confronti del sud. Democrazia di merda. Modernità di merda. Libertà di merda. Ospitalità di merda.

La storia è in frantumi: l’identità nazionale, l’ordine sociale, la sicurezza, la famiglia eterosessuale e la frontiera costituiscono la realtà che l’Europa sta costruendo. Non succede da un’altra parte, non arriva da lontano, non riguarda gli altri. È quello che facciamo qui, ora, dentro le frontiere, riguarda noi.

La storia è stata distrutta e il terrore è tornato in superficie. Attorno a noi ci sono le condizioni istituzionali che permettono l’affermazione di quella che potremmo chiamare democrazia repressiva o fascismo democratico.

Dal fascismo al libero mercato

In Polonia gli ultranazionalisti sfilano a migliaia per chiedere la rifondazione di un’Europa cattolica, celebrando la giornata dell’indipendenza. In Italia l’estrema destra arriva al potere attraverso un’elezione democratica. E intanto, ovunque, il neoliberismo agisce come un bulldozer sociale, aprendo la strada e accelerando lo smantellamento istituzionale.
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Per una critica dell’ideologia neoliberista di Internet

di Evgeny Morozov

La sinistra non è mai stata un asso nel creare eccitanti narrazioni a sfondo tecnologico, e infatti anche in questo caso non ha alcuna eccitante narrazione da offrirci. Peggio ancora: non ne avrà mai una se non riscriverà la storia di internet – l’humus intellettuale della Silicon Valley – come una storia di capitalismo e imperialismo neoliberista.

Già come concetto, internet non è una nitida fotografia della realtà. Somiglia più alla macchia d’inchiostro del test di Rorschach, e di conseguenza chi la guarda ne trarrà una lezione diversa a seconda della sua agenda politica o ideologica. Il problema di internet come concetto regolativo su cui basare una critica alla Silicon Valley è che la rete è così ampia e indeterminata – può contenere esempi che portano a conclusioni diametralmente opposte – che lascerebbe sempre alla Silicon Valley una facile via di fuga nella pura e semplice negazione. Dunque qualsiasi sua critica efficace dovrà anche sbarazzarsi del concetto stesso.

Persino progetti come Wikipedia si prestano a questa lettura duplice e ambigua. Nel sinistrorso ambiente accademico americano la tendenza dominante è leggere il suo successo come prova che le persone, lasciate a se stesse, sono in grado di produrre beni pubblici in modo del tutto altruistico e fuori dal contesto del mercato. Ma da una lettura liberista (o di destra) emerge un’interpretazione diversa: i progetti spontanei come Wikipedia ci dimostrano che non serve finanziare istituzioni perché producano beni pubblici come la conoscenza e la cultura quando qualcun altro – la proverbiale “massa” – può farlo gratis e per giunta meglio. […]

La nostra incapacità di smettere di vedere ogni cosa attraverso questa lente internet-centrica è il motivo per cui un concetto come la sharing economy risulta così difficile da decifrare. Stiamo assistendo all’emergere di un autentico post-capitalismo collaborativo o è sempre il buon vecchio capitalismo con la sua tendenza a mercificare tutto, solo elevata all’ennesima potenza? Ci sono moltissimi modi di rispondere a questa domanda, ma se partiamo risalendo agli albori della storia di internet – è stata avviata da una manica di geni intraprendenti che smanettavano nei garage o dai generosi fondi pubblici delle università? – difficilmente troveremo una risposta anche solo vagamente precisa. Vi do una dritta: per capire l’economia della condivisione bisogna guardare – indovinate un po’… – all’economia.

Da una prospettiva culturale, la questione non è se internet favorisca l’individualismo o la collaborazione (o se danneggi o agevoli i dittatori); la questione è perché ci poniamo domande così importanti su una cosa chiamata internet come se fosse un’entità a sé stante, separata dai meccanismi della geopolitica e dal contemporaneo capitalismo iperfinanziarizzato. Finché non riusciremo a pensare fuori da internet, non potremo tracciare un bilancio corretto e attendibile delle tecnologie digitali a nostra disposizione.

[…]Ci siamo fossilizzati sulla tesi della centralità di internet per spiegare la realtà (a seconda delle volte fosca o edificante) attorno a noi, e così continuiamo a cercare aneddoti che confermino la correttezza della nostra tesi; il che non fa che convincerci ancora di più che la nostra tesi preferita debba essere centrale in qualsiasi spiegazione dei nostri problemi attuali.

Ma cosa significa in pratica pensare fuori da internet? Be’, significa andare oltre le favolette fabbricate dal complesso industrial-congressuale della Silicon Valley. Significa prestare attenzione ai “dettagli” economici e geopolitici relativi al funzionamento di molte società hi-tech. Scopriremmo così che Uber – grande promotore della mobilità e della lotta alle élite – è un’azienda che vale più di 60 miliardi di dollari, in parte finanziata da Goldman Sachs. Allo stesso modo, ci renderemmo conto che l’attuale infornata di trattati commerciali come il TiSA, il TTIP e il TPP, nonostante siano ormai falliti, mira a promuovere anche il libero flusso di dati – scialbo eufemismo del ventunesimo secolo per “libero flusso di capitali” -, e che i dati saranno sicuramente uno dei pilastri del nuovo regime commerciale globale. […]
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Luciana Castellina

Castellina: “Il Partito Democratico è l’aborto del Pci”

di Giulia Merlo

«Sinistra significa cercare ciò che nessuna rivoluzione è ancora riuscita a ottenere: coniugare l’uguaglianza con la libertà. Un obiettivo non ancora raggiunto, ma non vedo perché dovremmo rinunciare». E Luciana Castellina rinunciare non intende di certo. Figlia della generazione “giovane e bella” che ha visto sbocciare l’Italia repubblicana, è stata una protagonista della sinistra in tutte le sue forme: da politica come dirigente del Partito comunista, da intellettuale quando fondò Il manifesto, uscendo traumaticamente da quello che ancora oggi considera il suo partito, e ora da memoria storica, che guarda con disincanto dalla sua casa di Roma le macerie di una politica da rifondare.

Cominciamo dall’oggi. Guardando alla sinistra italiana, nel Partito Democratico di oggi vede una qualche eredità del suo Partito comunista?

Il Partito Democratico non è l’eredità del Pci, è l’aborto. Pur con tutta la buona volontà, non vedo nulla di quella storia. Certo, quando giro per l’Italia incontro tanti bravi compagni, che sono rimasti uniti per quello che loro considerano ancora “il partito”, ma io mi chiedo quale partito. Il Pd non esiste come struttura partitica viva nel Paese.

Quella del Pci è una tradizione che è andata dispersa, quindi?

Il Partito comunista italiano è un cadavere che giace abbandonato. Con la costituzione del Pd è stata spezzata una storia, un orgoglio e una soggettività, e lo si è fatto in modo mortificante. Anche questo ha contribuito a far germinare la cultura dell’antipolitica e dell’individualismo, che stanno distruggendo l’idea stessa di democrazia.
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Ragioni di uno sguardo: contro l’assenza della critica e la negazione delle differenze

Alla ricerca della cultura
Alla ricerca della cultura
di Luca Mozzachiodi

Da tempo si usa dire che sono venute meno le funzioni socializzanti dei grandi modelli culturali, dei paradigmi di interpretazione della realtà e parrebbe, anche a storici di alto calibro, uno su tutti Eric Hobsbawm, che il rischio di una sparizione della cultura nella sua dimensione di militanza sia uno dei più grossi rischi in un’epoca che considera una faccenda poco garbata la contrapposizione di idee.

Questo non ci porta solo tutti gli insopportabili cascami del politicamente corretto, che tra gli aspetti della vita assedia propriamente e più ferocemente il linguaggio della comunicazione, sia personale che di massa, ma ha anche i suoi effetti specifici su quel particolare tipo di linguaggio che chiamiamo artistico, letterario, poetico, informandone tanto la produzione quanto la ricezione.

Dire che oggi, parlando di letteratura, tutti debbano essere amici di tutti, che non esistano i brutti libri o che, al più, non se ne debba parlare è anzitutto un fatto di costume, una verità che si avverte nella pratica quotidiana con i libri e i loro autori, qualcosa insomma che ci si può raccontare davanti a un bicchiere di vino o al telefono, ma guai a scriverlo; eppure questo principio ci dice oggi qualcosa anche in termini di sociologia della cultura.
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Sul grande schermo: appunti dei nostri inviati dalla Mostra del Cinema di Venezia / 2

Mostra del Cinema di Venezia 2014
Mostra del Cinema di Venezia 2014
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Qui la prima parte. Queer Lion

Les Nuits d’Été, di Mario Fanfani (**1/2): nella Francia del 1959, sullo sfondo della guerra di Algeria, vive una coppia tranquilla, Michel notaio stimato e ambizioso, Helene madre premurosa dedita alle opere di beneficienza. Però Michel ha un segreto: ogni fine settimana va nella casa di caccia per travestirsi da donna e diventa Mylene. L’amore che li unisce li porterà a superare due radicate ipocrisie: quella relativa al patriottismo imperante rispetto ad una guerra crudele ed ingiusta, e quella relativa all’identità sessuale. Vincitore del Queer Lion, il premio assegnato al miglior film sulle tematiche lgbt.

Vite di attori

Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), di Alejandro González Iñárritu (***1/2): Riggan Thomson, attore in declino dopo i fasti del passato di re del blockbuster con il suo supereroe alato Birdman, decide di portare in scena a Broadway una sua produzione che lo dissangua finanziariamente, ma che soprattutto lo costringe a confrontarsi con le sue capacità artistiche, alle quali la critica newyorkese non risparmierà nulla. Distrutto dalle ossessioni del passato e del presente Riggan dovrà combattere contro tutte le fragilità e le insidie dello star system che non concede sconti a chi ha vissuto di facile ed effimera fama. Inarritu inserisce nel suo film molti, troppi temi, dal cinismo della critica al dominio dell’immagine nell’epoca dei social, dalla rappresentazione di manie e fisime tipiche del mondo della celluloide alla necessità di mostrare insieme durezza e fragilità dei rapporti. Il tutto rappresentato con lunghi e virtuosistici piani sequenza, che la tecnica moderna del digitale rende ancor più perfetti. Esageratamente Inarritu.
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A 50 anni del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini tra rischio retorica e dibattiti datati

di Michele Fumagallo

Ogni qual volta si fa un tuffo nel passato, si sente la mancanza struggente di una sinistra comunista e libertaria, capace di scavare e aprire orizzonti sempre nuovi, lontani dal conformismo insopportabile in cui è precipitata la nostra vita. Pensavo questo anche nel cinquantenario della prima (festival di Venezia, 1964) del film di Pier Paolo Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”.

Mi è capitato, per una consuetudine che data da qualche anno, di avere un lungo colloquio con l’interprete del Nazareno pasoliniano Enrique Irazoqui (è poi andato, in piccolissima parte, come cappello a una pagina di Alias, l’inserto culturale de “Il manifesto”, di sabato 26 aprile 2014 che ha riprodotto, un po’ tagliata, una mia vecchia intervista di tre anni fa). In questo colloquio Enrique mette il dito sulla piaga di questo anniversario.
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