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Le mille crisi di Luigi Di Maio

di Roberta Carlini e Angelo Mastrandrea

Non lo avevano detto neanche all’interprete. Certo, lei aveva capito che c’era in ballo qualcosa di importante, visto che un pezzo grosso della Bekaert arrivava dal quartier generale in Belgio a Figline e Incisa Valdarno, 24mila abitanti a pochi chilometri da Firenze. Nel 2014 la multinazionale dell’acciaio – 30mila dipendenti e 4,8 miliardi di fatturato – aveva comprato dalla Pirelli lo stabilimento dove si produce un componente fondamentale degli pneumatici, un filo d’acciaio (steel cord) usato per costruirne lo scheletro.

Yvan Lippens, vicepresidente della Bekaert, è arrivato il 22 giugno 2018 per incontrare i rappresentanti dell’azienda toscana, convocati appena svegli qualche ora prima. Lippens era accompagnato da due guardie del corpo e dall’interprete, che quando ha capito cosa doveva dire è impallidita e ha vacillato. “Le sue mani tremavano”, raccontano i presenti.

Quel che doveva dire era stato scritto anche nelle 318 lettere raccomandate che nel frattempo stavano raggiungendo le case degli operai e degli impiegati della “ex Pirelli” – così la chiamano ancora qui. “Caro collega”, si legge nella lettera – “caro collega”, ha scritto Lippens – la fabbrica chiude, tutti fuori. Licenziamento collettivo. La produzione è spostata in Romania.

Editoria, settore a rischio crolli

di Vincenzo Vita

Il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi del Mov5Stelle, avrà i suoi grattacapi. Il settore, infatti, versa in una situazione di crisi strutturale. Quest’ultima è la combinazione della più complessiva vicenda economica con la storica trasformazione tecnologica in corso.

La frontiera tra l’era analogica e quella digitale è assai più problematica e complessa di quanto i cantori dell’innovazione abbiano fatto credere. Il lavoro precario, spesso persino dai tratti schiavistici, costituisce al momento il lato duro della transizione. Gli editori sono arrivati all’appuntamento impreparati e chiusi in fortezze ormai fragilissime; i proprietari dei dati e degli algoritmi con cui si compongono le odierne strutture informative hanno in mano la diffusione dei saperi, con inaccettabili vantaggi fiscali; le organizzazioni sindacali hanno il fiatone.

Inoltre, gli istituti pensionistici rischiano di non reggere, perché il calo occupazionale è costante. Insomma, servono misure di intervento straordinarie per evitare crolli, collassi e disoccupazione selvaggia. Ed è indispensabile un vero disegno riformatore, che introduca norme antitrust adeguate al tempo storico e valorizzi gli investimenti produttivi.

Italia e la crisi: la democrazia dell’algoritmo

di Andrea Baranes

Lo spread è la differenza tra il rendimento dei Btp a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi. In pratica misura quanto l’Italia sia considerata a rischio. La Germania è presa a riferimento perché ultra-sicura. Se i mercati pensano che l’Italia sia solida e possa ripagare il proprio debito senza problemi, il governo potrà offrire un basso tasso di interesse. Se al contrario siamo percepiti come rischiosi e inaffidabili, il rendimento sui titoli, ovvero lo spread, salirà.

A differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. Bot o Btp hanno una durata (mesi o anni rispettivamente). Quando stanno per scadere, se il debito pubblico non cala il governo deve emettere titoli nuovi per sostituire quelli in scadenza. Se lo spread è alto, questi nuovi titoli avranno un rendimento maggiore, ovvero solo su quelli lo Stato dovrà pagare interessi più alti. Progressivamente più soldi pubblici vanno quindi a pagare gli interessi sul debito e peggiorano i nostri conti, ma l’impatto di uno spread alto o basso si manifesta su periodi medio-lunghi.

Impatti su banche e imprese

Gli impatti a breve si hanno per le banche. Se sale lo spread e lo Stato deve emettere titoli con un alto rendimento, quelli analoghi e già in circolo perdono di valore. Per semplificare, se domani arrivano BTP che rendono il 5%, quelli che ho acquistato l’anno scorso e che rendevano solo il 2% valgono meno. Ancora prima il valore cala, e bruscamente, se con l’aumento dello spread circolano voci di un possibile default. Può essere un problema per i risparmiatori, ma lo è prima di tutto per le nostre banche. Queste, anche se negli ultimi tempi hanno progressivamente ridotto l’esposizione, hanno comunque a bilancio centinaia di miliardi in titoli di Stato.

Toccato il fondo, c’è chi si è messo a scavare

di Alfonso Gianni

Pensavamo di avere toccato il fondo con il disastroso esito elettorale del 4 marzo. Quindi magari di potere godere di qualche vantaggio dall’effetto rinculo. Invece no. In diversi si sono messi a scavare. Ora ci si trova in fondo ad una crisi istituzionale dalle dimensioni e natura inedite con l’aggravante di una destra arrembante che annusa il profumo inebriante di una vittoria di proporzioni fino a poco fa imprevedibili. Ciò che non è accaduto in Francia, la vittoria del lepenismo, potrebbe accadere in Italia. Non a caso gli editorialisti de la Repubblica lamentano l’assenza di un Macron italiano in grado di evitare un simile esito.

Certo non possono contare, e da tempo, su un Renzi che alterna pop corn con proclami “antisfascisti”, pallida caricatura di un radicale d’antan. A tutto ciò si è giunti con un precipitare di ora in ora, tra palesi furbizie e clamorose insipienze. La terza pessima legge elettorale ha offerto il contrario della governabilità. Chi l’ha propugnata e difesa ne porta tutta la responsabilità. Al posto del governo subito c’è la crisi profonda degli equilibri tra i poteri istituzionali previsti dalla Costituzione.

Il sistema delle coalizioni senza programma, più simili a container che ad alleanze politiche, hanno facilitato lo scomporsi delle aggregazioni elettorali come non mai. Da qui, dopo un poco di melina e la più che prevedibile paralisi del Pd che avrebbe pagato con ulteriori fratture qualunque mossa, si è giunti ad un “contratto” di governo, espressione che già rivela la concezione privatistica di rapporti politici e istituzionali, fra Lega e M5Stelle.

Né con Mattarella né con Salvini. Serve un terzo spazio

di Giacomo Russo Spena

Tanto vale riformare la Costituzione ed aggiungere il 140esimo articolo: “L’Italia è un Paese a sovranità limitata dove si può ricoprire il ruolo di ministro se si è compatibili con l’attuale assetto dell’Unione Europea e si è in grado di rassicurare a sufficienza la Troika”. Paolo Savona, un professore di 82 anni, non era idoneo per quel ruolo date le sue affermazioni no euro. A poco è servito il suo lungo curriculum da establishment, e non ostile ai poteri forti, né sono state sufficienti le parole di Di Maio che, a più riprese, ha tranquillizzato i mercati, negando l’intenzione del governo Conte di uscire dall’Unione Europea.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto valere l’art 92 della Costituzione, confermando il suo niet nei confronti di Savona. Ha salvato la democrazia o è andato oltre le sue prerogative? Tra i costituzionalisti è un dibattito serrato tra chi pensa sia legittimo l’atteggiamento di Mattarella e chi lo ritiene un grave errore. Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, è nella schiera dei secondi: “Il Presidente della Repubblica – ha dichiarato in un’intervista a Radio Radicale – può evidentemente esercitare una sua influenza, un magistrato di persuasione e di influenza, può dare suggerimenti, può dare consigli, può dare avvertimenti, può esprimere preoccupazioni, ma non ha un potere di decisione definitiva sull’indirizzo politico e quindi anche sulla scelta delle persone che devono andare a realizzare l’indirizzo politico di maggioranza”.

Come Matteo Salvini sta per conquistare l’Italia

di Luigi Ambrosio

Matteo Salvini ha appena dichiarato due cose. La prima: se Berlusconi voterà la fiducia al governo Cottarelli, il governo voluto dal Presidente della Repubblica, il centrodestra è morto. La seconda: Lega e Movimento 5 Stelle vogliono fare insieme, prima di tornare a votare, una legge elettorale maggioritaria ‘dove chi prende un voto in più, vince’.

Queste parole sono importanti perché dipanano le ultime ombre sulla strategia di Salvini. Il segretario leghista è il vero vincitore della partita politica che si è giocata negli 80 giorni dopo il 4 marzo e che si è conclusa con la rinuncia di Conte a formare un governo dopo il no del Capo dello Stato a Paolo Savona ministro dell’economia.

Adesso, Salvini ha davanti a sé due strade.La prima: andare alle elezioni come capo indiscusso del centrodestra. Vincerle. Andare a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio. La seconda: rompere con Berlusconi e fare una alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, alleanza di cui sarebbe in ogni caso il leader, dopo avere dimostrato di essere il vero leader della nascente alleanza giallo verde. Anche in questo caso, punta a vincere le elezioni e a diventare presidente del Consiglio.

Salvini è riuscito a dominare il rapporto con Luigi Di Maio e con il Movimento 5 Stelle, imponendo tutti i suoi temi, dall’immigrazione alla lotta contro l’Europa, dalle tasse alla giustizia. Ha indotto Di Maio a rinunciare al progetto di essere presidente del Consiglio. Ha tenuto il punto con il Quirinale costringento i 5 Stelle ad accodarsi.

Addio ad Angela Pascucci: la sua cronaca di un’estate torrida in Cina

Questa notte è mancata Angela Pascucci, giornalista e scrittrice che lavorò a lungo al Manifesto e che è stata una nostra collaboratrice. Qui sotto riproponiamo un suo lungo reportage pubblicato su questo sito il 1° settembre 2015. Sabato 28 aprile, alle 13, si terrà la cerimonia funebre nella chiesa romana di Santa Maria dell’Ospitalità (via del Torraccio, 270).

Anche quando si marcia in gruppo, come facciamo noi, può capitare di perdere di vista qualcuno che si è concesso una sosta per assaporare un particolare che lo ha colpito, che ha rallentato il passo per un momento di stanchezza, o semplicemente per la voglia di un attimo di solitudine. Allora tieni il sentiero ma rallenti ed aspetti il momento in cui ricompare; quando succede tiri un sospiro di sollievo e riprendi il passo ed il ragionamento sospeso, senza domande, senza aver mai dubitato che potesse aver abbandonato. E ti senti meglio. Così ci sentiamo oggi con questo nuovo articolo di Angela Pascucci, che ci torna a parlare della Cina, come solo lei sa fare, che stringiamo in abbraccio a distanza. P.S. Avviso a quelli che ancora si attardano: qui davanti, per ingannare il tempo intanto che ci raggiungete, abbiamo quasi finito i viveri (l’Associazione il manifesto in rete).

di Angela Pascucci

Alla fine è arrivato Capitan America sfoderando un tasso di crescita dell’economia Usa che nessuno si aspettava e il rinvio dell’aumento dei tassi di interesse, e i foschi cinesi sono rientrati nei ranghi facendo quello che tutti si aspettavano dovessero fare, pompare soldi nel loro sistema spompato. Le Borse mondiali hanno rimbalzato di sollievo agguantando i rialzi, la “tempesta perfetta” si è dissolta. Fino al prossimo round che, a leggere bene le cronache economiche rosa del giorno dopo, è acquattato dietro l’angolo.

Ragion per cui l’immagine più vera di questa torrida estate di crisi finanziaria resta una sola. Quella di un mondo che, entrato nella seconda fase della grande crisi economica deflagrata nel 2008, non ha ancora capito a che santo votarsi per arginarla. Il disorientamento globale è tale infatti da far apparire surreale, anche alla luce del poi, il raccomandarsi spasmodico alla Cina che nella circostanza è apparsa anch’essa come una Pizia traballante sul suo trespolo fumoso, dal quale nei momenti più critici ha lanciato rimedi, senza apparentemente rendersi conto di dove sarebbero andati a parare.

Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Seconda parte

di Luigi Agostini

Individuo ed eguaglianza si rinviano a vicenda. Dunque, Partito neosocialista perché, se le parole hanno un senso, per un partito socialista, l’eguaglianza sociale rappresenta non un optional ma un vincolo, un imperativo politico, il metro regolatore di ogni scelta concreta. Partito neosocialista, perché, per l’attuale configurazione delle forze politiche europee, può svilupparsi velocemente in partito a dimensione continentale. Partito socialista, quindi, utilizzando il grande apporto che va da Karl Polany a Jurgen Habermas, solo per ricordare le maggiori suggestioni teoriche. Di enorme interesse il recente confronto tra due dei principali intellettuali tedeschi, Habermas, appunto, e Wolfgang Streeck.

L’Organizzazione, la forma-partito, infine. L’evoluzione della crisi impone il riordino delle forze per fermarne l’attuale evaporazione e una forma-partito che, come il mitico pipistrello di La Fontaine, (se mi è permessa una autocitazione) sia capace di essere, di volta in volta, roditore ed uccello, capace cioè, fuor di metafora, di aderire a tutte le pieghe della condizione sociale e produrre, innervando la sua presenza nel sociale, il massimo di socialità collettiva.

Un Partito così non si costruisce con le primarie ma con un lavoro di lunga lena che seleziona i gruppi dirigenti per senso di appartenenza, capacità di realizzazione e profondità di pensiero. Diversamente come ci ricordava spesso Alfredo Reichlin, “i mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione”: cioè dirigenti politici generalmente al di sotto del compito.

Lingotto uno, Lingotto due e la crisi dei partiti – Prima parte

di Luigi Agostini

Dopo la sconfitta di Veltroni, dopo la sconfitta di Bersani, dopo la sconfitta di Renzi – non solo è necessario ma anche possibile una valutazione di bilancio sull’intera sequenza che parte dal Lingotto Uno e giunge fino ad oggi. Non fermarsi quindi alla fenomenologia della crisi, che attanaglia in questi giorni il Partito Democratico, ma tirare un bilancio ragionato, se si vuole riflettere utilmente. Tali sconfitte riportano comunque la questione Partito al centro dell’interesse, confermando per la Sinistra, pur indirettamente, l’antico principio che senza Partito non c’è politica democratica.

La concezione del Partito proposta al Lingotto Uno, d’altra parte, era la risultante di un processo iniziato nell’Ottantanove e che di passaggio in passaggio (qualcuno dice di espediente in espediente), su proposta di Romano Prodi aveva trovato al Lingotto il suo esito, esito mutuato dalla esperienza americana: partito elettorale, primarie, personalizzazione, partito, scalabile (in franchising come veniva definito da qualcuno) in cui la comunicazione era grande parte e, infine, sostanziale bipartitismo.

Si potrebbe sostenere che la caduta di Prodi nelle recenti elezioni per la Presidenza della Repubblica, cioè del principale importatore/ ideatore di tale operazione, suonava già come epitaffio di tale concezione. Ma è giusto approfondire il discorso, cercare le risposte al fallimento nelle stesse cause che l’hanno determinato. Specie oggi.

Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.