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“Da noi si può fare”: intervista a Paolo Ermani

di Claudio Nappi

Paolo Ermani è un consulente energetico, scrittore, facilitatore, formatore e presidente dell’associazione Paea. È tra i fondatori del giornale web “Il Cambiamento” e di “Ufficio di Scollocamento”. Da venticinque anni si occupa di economie alternative. Si è formato e ha lavorato nei maggiori centri europei per le energie alternative. Insieme ad Andrea Strozzi ha scritto il libro “Solo la crisi ci può fermare”. Un’analisi appassionata di come l’attuale declino economico, sociale e religioso rappresenta, di fatto, l’imperdibile occasione per riscoprire noi stessi, il rapporto con gli altri e l’armonia con il nostro habitat.

Nel libro “Solo la crisi ci può salvare” lei e Andrea Strozzi parlate di come la società consumista porti alla disintegrazione della stessa. Il fine di riempire le città di singoli individui disuniti gli uni dagli altri è anche quello di portare alla perdita dei diritti conquistati negli ultimi cinquant’anni, cosa che sta avvenendo. Mettendosi nei panni del singolo individuo, un impiegato, un operaio o una casalinga, cosa possono fare oggi per contrastare questa tendenza della società e conquistare ognuno il suo cambiamento?

Se si accetta la società dell’individualismo, della competizione, della impossibile realizzazione di se stessi attraverso l’acquisto di qualche cosa, i diritti vanno a farsi benedire. Del resto se costantemente ci dicono che dobbiamo farci gli affari nostri nel vero senso della parola e competere con tutti, dove gli altri sono dei concorrenti, perché occuparsi dei diritti? Una società basata sulla competizione si scava la fossa con le sue mani. E così quanto conquistato a prezzo di grandi lotte, è sacrificato sull’altare del consumismo e del pensare ognuno per sé.

Solo la crisi ci può salvare

di Claudio Nappi

La crisi economica è una meravigliosa opportunità. È possibile evitare il disastro indotto dal modello lavoro-guadagno-consumo, con il Prodotto Interno Lordo come fallace indicatore di benessere? La risposta è si! Da un articolo pubblicato su androkronos.com: “(…) La ‘formula’ è “più auto-produzione e scambio, minori spese, minori consumi a parità di comfort, più relazioni e fare un lavoro che non danneggi l’ambiente e che abbia un senso e utilità per se stessi e gli altri”.

Ermani, che da 25 anni si occupa di economie alternative, stili di vita controcorrente, energie rinnovabili e risparmio energetico, e Strozzi, ex manager “convertito” alla decrescita e alla bioeconomia, partono dalla crisi economica, cogliendo in essa un’opportunità di “cambiamento necessario” (…) Grazie alla crisi, ci aspettiamo che la popolazione torni progressivamente a derubricare dalla propria agenda tutto ciò che non è essenziale al proprio benessere interiore, uscendo dall’ipnosi consumistica collettiva, astutamente alimentata da decenni di campagne pubblicitarie che hanno portato molte persone a ritenere di avere un ruolo in questa vita solo se omologate a certi standard consumistico-produttivi”.

“Il lavoro del futuro sarà sociale e, soprattutto, lavoreremo tutti molto meno”. Paolo Ermani e Andrea Strozzi, autori di ‘Solo la crisi ci può salvare’ (Edizioni Il Punto d’Incontro). La crisi come opportunità, un concetto che alcuni di noi avranno sentito spesso. La parola weiji, crisi in giapponese, viene spesso associata ai due concetti di pericolo e possibilità. La domanda è quanti di noi riescono a mettere in pratica la teoria, nella vita di tutti i giorni? Ma ciò di cui parlano coloro che perseguono concretamente il movimento della decrescita felice è molto più di questo. I primi elementi fondanti sono:

Cna Bologna: solidarietà ai lavoratori, Palazzo d’Accursio si attiva

Cna Bologna

Cna Bologna

di Raffaele Persiano, consigliere comunale di Bologna

In questi giorni abbiamo assistito alla protesta dei lavoratori del Cna che stanno andando in contro alla procedura di mobilità e quindi al licenziamento. Questi lavoratori con rispetto del Cioco Show, che proprio il Cna ha organizzato e promosso, hanno inscenato una protesta ironica non dura, ma che ha cercato semplicemente di catturare l’attenzione della città sulla loro situazione con l’obiettivo di non essere soli nella loro battaglia.

E proprio a questi lavoratori che deve andare la nostra solidarietà e il nostro sostegno come Istituzione. La tutela dei posti di lavoro deve guidare il nostro agire e il nostro impegno politico amministrativo. In questo senso deposito un odg per chiedere a tutto il Consiglio di esprimere solidarietà ai lavoratori e impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per coadiuvare azienda e lavoratori nel trovare alternative ai licenziamenti e preservare i posti di lavoro nella convinzione che, come loro stessi stanno urlando alla città, i lavoratori sono persone e non centri di costo.

Ricordo che l’azienda già l’anno scorso aveva avviato procedura per 80 esuberi che poi si sono trasformati in 39 uscite volontarie che hanno generato risparmi strutturali e a queste altre 19 se ne sono aggiunte durante l’anno. Tutto questo segue 4 anni di accordi di crisi che dal 2013 al 2016 hanno dato ulteriore liquidità all’azienda. Oggi, nuovamente, 96 lavoratori rischiano di rimanere a casa.

Il medico attivista Giorgos Vichas: “Farmaci e latte in polvere, in Grecia c’è bisogno di tutto”

Giorgos Vichas

di Thomas Giourgas, traduzione di Haris Lamprou

A parlare è Giorgos Vichas, medico, attivista e cofondatore dell’Ambulatorio sociale metropolitano di Ellinikò (Mkie), ad Atene.

Come è la situazione all’Ellinikò e come possiamo sostenere concretamente questo importantissimo lavoro di solidarietà?

La situazione è la stessa come quella degli ultimi anni. Persino dopo la legge che hanno votato per le persone prive di assicurazione sanitaria che continuano a venire al ambulatorio perché non hanno altra scelta. Sto parlando sia degli assicurati che dei non assicurati.

Ci sono delle malattie che sono in aumento?

Recentemente ci sono le malattie psichiche in aumento. In una sola giornata abbiamo avuto tre casi di persone provenienti dall’ospedale di Dromokaition he sono venuti per prendere le loro farmaci. A un paziente che protestava e faceva ‘casino’ hanno detto che stavano sistemando la farmacia per evitare di dirgli che non avevano i farmaci. In generale, sono aumentati i casi di depressione e il consumo di psicofarmaci. Da semplici tranquillanti sino a pesanti antidepressivi.

Questo aumento è legato alla crisi economica?

Migranti a casa nostra

Migranti - Foto di Roberto Pili

Migranti – Foto di Roberto Pili

di Gianfranca Fois

I migranti che lavorano in Italia producono 127 miliardi di Euro di ricchezza, praticamente come l’intero fatturato Fiat. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 7 miliardi di Irpef versata – evidenzia la Fondazione Moressa nel suo rapporto annuale presentato in questi giorni – da oltre 550 mila imprese straniere che producono in Italia, ogni anno, 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa destinata agli immigrati è pari al 2% della spesa pubblica italiana.

Basterebbero questi pochi numeri per capire che l’Italia ha bisogno dei migranti per tenere in equilibrio il suo sistema pensionistico, anzi ce ne vorrebbero decisamente di più. Il nostro paese ha infatti una popolazione sempre più vecchia e il tasso di natalità è uno dei più bassi al mondo.

Eppure non bastano nemmeno questi dati egoistici per rendere l’accoglienza e l’inclusione dei rifugiati e dei così detti migranti economici organizzate e condivise. Sicuramente la situazione è complessa e chiama in causa molteplici aspetti politici, sociali, economici e culturali che impediscono di affrontare in modo adeguato quella che, dopo vent’anni, non possiamo certo chiamare emergenza ma che continuiamo ad affrontare come tale.

Rifugiati climatici: non è soltanto un romanzo

Qualcosa, là fuori

Qualcosa, là fuori

di Telmo Pievani

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Trivelle in crisi: il governo ha mentito, si veda a Ravenna cosa accade

di Rinnovabili.it

Renzi lo ripeteva come un mantra per far fallire il referendum sulle trivelle: “Se vince il Sì a rischio migliaia di posti di lavoro”. Il Governo dipingeva scenari apocalittici, con l’intero comparto degli idrocarburi in ginocchio nell’ipotesi di una vittoria dei No Triv. I sostenitori della consultazione del 17 aprile scorso invece battevano un altro tasto: il settore è in crisi nera di suo e non sarà il referendum a incidere. Chi aveva ragione? Basta dare un’occhiata a quello che sta succedendo a Ravenna per farsi un’idea.

Le trivelle non creano posti di lavoro, anzi li perdono con un’emorragia impressionante. La Cgil lancia l’allarme: da inizio anno sono già 600 i posti di lavoro persi. E gli investimenti? Adesso che lo spauracchio del referendum sulle trivelle – così era dipinto – non c’è più, si potrebbe pensare, saranno certamente arrivati a pioggia, in linea con quello che andava ripetendo il premier: “È un referendum per bloccare impianti che funzionano”.

A quanto pare, invece, le grandi aziende del ravennate non sono assolutamente d’accordo. «Le principali services company multinazionali – commenta Alessandro Mongiusti, della Filctem Cgil Ravenna e responsabile nazionale di categoria per il comparto perforazione – hanno avviato piani di ristrutturazione devastanti che vedono coinvolte anche le basi operative nel nostro paese e nella nostra città. Dimensionalmente le tre big, Halliburton, Baker Hughes e Schlumberger hanno già ridotto il personale di oltre il 50% e stanno proseguendo nel percorso di riduzione».

Il progressivo arretramento del sistema Italia

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Gianfranco Sabattini

La Grande Recessione sta svelando agli italiani una realtà della quale mai, sino ad alcuni anni addietro, si sarebbero sognati di dover affrontare. Ormai, nella classifiche internazionali il Paese sta slittando, lentamente ma inesorabilmente, verso le ultime posizioni, anche laddove le classifiche lo vedevano primeggiare. Questa dura realtà emerge dalla lettura di “Ultimi”, di Antonio Galdo, un volume snello, ma denso di statistiche che “condannano l’Italia” ad occupare nel ranking internazionale posizioni sempre più marginali.

In particolare, due sono i settori del sistema complessivo del Paese che, per via del loro progressivo deterioramento, sembrano destinati a costituire gravi ostacoli ad una futura fuoriuscita dal tunnel della recessione: la scuola e la dimensione dell’apparato industriale.

Il sistema scolastico e della formazione presenta uno stato di arretratezza a tutti i livelli d’ingresso, dagli asili all’università. Secondo un’indagine Unicef, che di recente ha misurato la qualità della vita dei minori nelle ventinove economie più ricche del mondo, l’Italia si è piazzata in fondo alla classifica, al ventiduesimo posto, superata da Paesi come la Slovenia, la Repubblica Ceca, il Portogallo e l’Ungheria. Per capire perché ciò è avvenuto, occorre considerare il peggioramento dei parametri che l’Unicef nella sua ricerca ha preso in considerazione, quali il benessere materiale, la salute, la sicurezza, i comportamenti e i rischi, le condizioni abitative e ambientali e l’istruzione. I parametri relativi al benessere materiale e all’istruzione presentano gli aspetti più preoccupanti.

“Il prezzo” della crisi americana raccontato da Arthur Miller

Il prezzo di Arthur Miller

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Arthur Miller è probabilmente, insieme a Tennessee Williams, il maggior drammaturgo del secondo Novecento americano. È da poco trascorso l’anniversario per i cento anni della sua nascita, a New York il 17 ottobre 1915, e i dieci anni dalla sua morte, avvenuta il 10 febbraio 2005. In coincidenza con queste ricorrenze sono stati proposti al pubblico italiano due importanti rappresentazioni dei suoi drammi. Il suo indiscusso capolavoro, Morte di un commesso viaggiatore, è stato messo in scena dal Teatro dell’Elfo di Milano.

Il prezzo è invece una sua opera minore, scritta nel 1968, nella fase finale della sua carriera. Nel nostro paese è stato rappresentato una sola volta (da Ralf Vallone, nel 1969) e solo di recente ha avuta una sua traduzione (a cura di Masolino d’Amico, per Einaudi).

Entrambi i testi sono ambientati nell’America del secondo dopoguerra. Un mondo apparentemente lontano dal nostro, eppure i drammi familiari raccontati, fortemente condizionati da un contesto di pesante crisi economica, accompagnata dalla fine delle illusioni di benessere e felicità, ci appaiono in qualche modo attuali.

Al centro de Il prezzo vi è l’incontro, dopo lunghissimi anni di lontananza, tra due fratelli, Victor e Walter. I loro destini si sono separati nel momento dell’ingresso nell’età adulta. Victor, pur essendo il più dotato dei due, decise di abbandonare gli studi per stare accanto al padre, piegato dalla vecchiaia e dal fallimento economico provocato dalla crisi del ’29. Ora veste i panni di un poliziotto che vive una grigia esistenza, segnata dalla disillusione per le tante aspettative non realizzate. Vive accanto ad una donna che non ha smesso di sognare gli agi del benessere ed è inacidita dalla frustrazione e dai rimpianti. Walter invece ha completato gli studi e si è affermato professionalmente e socialmente come medico.

Il Venezuela, il chavismo e il ritorno agli orrori neoliberisti

Venezuela e crisi

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela danza sull’orlo del baratro. C’è chi evoca analogie sinistre con il Cile allendista del ’73 o con il Nicaragua sandinista del ‘90. Probabilmente esagerate le prime, se non altro perché i militari venezuelani – maneggiati con cura dall’ex-colonnello Hugo Chávez – sono stati (finora) il baluardo armato della “rivoluzione bolivariana”. Probabilmente meno infondate le seconde perché i richiami con la disfatta sandinista nelle elezioni del ’90, risultato di una guerra sporca del reaganismo imperiale che voleva impedire “un’altra Cuba”, sono forti. Poi, nel 2007, Daniel Ortega riuscì a rivincere le elezioni, ma “il sandinismo” era ormai morto e sepolto.

Anche il chavismo – quel fenomeno che fece la sua clamorosa irruzione sulla scena politica del Venezuela e dell’America latina con il trionfo elettorale di Chávez del dicembre 1998 e, grazie al suo carisma personale e alla bonanza petrolifera dei primo decennio del 2000, prese poi le forme della “rivoluzione bolivariana” e, sebbene più confusamente, del “socialismo del XXI secolo” -, dopo il tracollo elettorale del 6 dicembre scorso, è morto?

Il de profundis non viene solo dalla classica (e classista) opposizione anti-chavista interna, divenuta ora maggioranza assoluta in parlamento dopo 17 anni di batoste e bocconi amari, e dalla destra internazionale che esulta, con in testa i soliti Vargas Llosa e Felipe González, per la liberazione “dal giogo chavista”. Anche nella sinistra politica e intellettuale venezuelana sono sempre più vasti i settori critici – spesso chavisti delusi, come Jorge Giordani, ex ministro del Poder Popular- con il governo di Nicolás Maduro e Diosdado Cabello, e la gestione del Partito Socialista Unito del Venezuela.