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Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.

Una nuova sinistra per l’eguaglianza

di Anna Falcone e Tomaso Montanari

Siamo di fronte a una decisione urgente. Che non è decidere quale combinazione di sigle potrà sostenere il prossimo governo fotocopia, ma come far sì che nel prossimo Parlamento sia rappresentata la parte più fragile di questo Paese e quanti, giovani e meno giovani, in seguito alla crisi, sono scivolati nella fascia del bisogno, della precarietà, della mancanza di futuro e di prospettive. La parte di tutti coloro che da anni non votano perché non credono che la politica possa avere risposte per la loro vita quotidiana: coloro che non sono garantiti perché senza lavoro, o con lavoro precario; coloro che non arrivano alla fine del mese, per stipendi insufficienti o pensioni da fame.

La grande questione del nostro tempo è questa: la diseguaglianza. L’infelicità collettiva generata dal fatto che pochi lucrano su risorse e beni comuni in modo da rendere infelici tutti gli altri. La scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: “È pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo?” Noi pensiamo che non ci sia altra scelta.

E pensiamo che il primo passo di una vera lotta alla diseguaglianza sia portare al voto tutti coloro che vogliono rovesciare questa condizione e riconquistare diritti e dignità. Per far questo è necessario aprire uno spazio politico nuovo, in cui il voto delle persone torni a contare. Soprattutto ora che sta per essere approvata l’ennesima legge elettorale che riporterà in Parlamento una pletora di “nominati”. Soprattutto in un quadro politico in cui i tre poli attuali: la Destra e il Partito democratico – purtroppo indistinguibili nelle politiche e nell’ispirazione neoliberista – e il Movimento 5 Stelle o demoliscono o almeno non mostrano alcun interesse per l’uguaglianza e la giustizia sociale.

“Da noi si può fare”: intervista a Paolo Ermani

di Claudio Nappi

Paolo Ermani è un consulente energetico, scrittore, facilitatore, formatore e presidente dell’associazione Paea. È tra i fondatori del giornale web “Il Cambiamento” e di “Ufficio di Scollocamento”. Da venticinque anni si occupa di economie alternative. Si è formato e ha lavorato nei maggiori centri europei per le energie alternative. Insieme ad Andrea Strozzi ha scritto il libro “Solo la crisi ci può fermare”. Un’analisi appassionata di come l’attuale declino economico, sociale e religioso rappresenta, di fatto, l’imperdibile occasione per riscoprire noi stessi, il rapporto con gli altri e l’armonia con il nostro habitat.

Nel libro “Solo la crisi ci può salvare” lei e Andrea Strozzi parlate di come la società consumista porti alla disintegrazione della stessa. Il fine di riempire le città di singoli individui disuniti gli uni dagli altri è anche quello di portare alla perdita dei diritti conquistati negli ultimi cinquant’anni, cosa che sta avvenendo. Mettendosi nei panni del singolo individuo, un impiegato, un operaio o una casalinga, cosa possono fare oggi per contrastare questa tendenza della società e conquistare ognuno il suo cambiamento?

Se si accetta la società dell’individualismo, della competizione, della impossibile realizzazione di se stessi attraverso l’acquisto di qualche cosa, i diritti vanno a farsi benedire. Del resto se costantemente ci dicono che dobbiamo farci gli affari nostri nel vero senso della parola e competere con tutti, dove gli altri sono dei concorrenti, perché occuparsi dei diritti? Una società basata sulla competizione si scava la fossa con le sue mani. E così quanto conquistato a prezzo di grandi lotte, è sacrificato sull’altare del consumismo e del pensare ognuno per sé.

Solo la crisi ci può salvare

di Claudio Nappi

La crisi economica è una meravigliosa opportunità. È possibile evitare il disastro indotto dal modello lavoro-guadagno-consumo, con il Prodotto Interno Lordo come fallace indicatore di benessere? La risposta è si! Da un articolo pubblicato su androkronos.com: “(…) La ‘formula’ è “più auto-produzione e scambio, minori spese, minori consumi a parità di comfort, più relazioni e fare un lavoro che non danneggi l’ambiente e che abbia un senso e utilità per se stessi e gli altri”.

Ermani, che da 25 anni si occupa di economie alternative, stili di vita controcorrente, energie rinnovabili e risparmio energetico, e Strozzi, ex manager “convertito” alla decrescita e alla bioeconomia, partono dalla crisi economica, cogliendo in essa un’opportunità di “cambiamento necessario” (…) Grazie alla crisi, ci aspettiamo che la popolazione torni progressivamente a derubricare dalla propria agenda tutto ciò che non è essenziale al proprio benessere interiore, uscendo dall’ipnosi consumistica collettiva, astutamente alimentata da decenni di campagne pubblicitarie che hanno portato molte persone a ritenere di avere un ruolo in questa vita solo se omologate a certi standard consumistico-produttivi”.

“Il lavoro del futuro sarà sociale e, soprattutto, lavoreremo tutti molto meno”. Paolo Ermani e Andrea Strozzi, autori di ‘Solo la crisi ci può salvare’ (Edizioni Il Punto d’Incontro). La crisi come opportunità, un concetto che alcuni di noi avranno sentito spesso. La parola weiji, crisi in giapponese, viene spesso associata ai due concetti di pericolo e possibilità. La domanda è quanti di noi riescono a mettere in pratica la teoria, nella vita di tutti i giorni? Ma ciò di cui parlano coloro che perseguono concretamente il movimento della decrescita felice è molto più di questo. I primi elementi fondanti sono:

Cna Bologna: solidarietà ai lavoratori, Palazzo d’Accursio si attiva

Cna Bologna

Cna Bologna

di Raffaele Persiano, consigliere comunale di Bologna

In questi giorni abbiamo assistito alla protesta dei lavoratori del Cna che stanno andando in contro alla procedura di mobilità e quindi al licenziamento. Questi lavoratori con rispetto del Cioco Show, che proprio il Cna ha organizzato e promosso, hanno inscenato una protesta ironica non dura, ma che ha cercato semplicemente di catturare l’attenzione della città sulla loro situazione con l’obiettivo di non essere soli nella loro battaglia.

E proprio a questi lavoratori che deve andare la nostra solidarietà e il nostro sostegno come Istituzione. La tutela dei posti di lavoro deve guidare il nostro agire e il nostro impegno politico amministrativo. In questo senso deposito un odg per chiedere a tutto il Consiglio di esprimere solidarietà ai lavoratori e impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per coadiuvare azienda e lavoratori nel trovare alternative ai licenziamenti e preservare i posti di lavoro nella convinzione che, come loro stessi stanno urlando alla città, i lavoratori sono persone e non centri di costo.

Ricordo che l’azienda già l’anno scorso aveva avviato procedura per 80 esuberi che poi si sono trasformati in 39 uscite volontarie che hanno generato risparmi strutturali e a queste altre 19 se ne sono aggiunte durante l’anno. Tutto questo segue 4 anni di accordi di crisi che dal 2013 al 2016 hanno dato ulteriore liquidità all’azienda. Oggi, nuovamente, 96 lavoratori rischiano di rimanere a casa.

Il medico attivista Giorgos Vichas: “Farmaci e latte in polvere, in Grecia c’è bisogno di tutto”

Giorgos Vichas

di Thomas Giourgas, traduzione di Haris Lamprou

A parlare è Giorgos Vichas, medico, attivista e cofondatore dell’Ambulatorio sociale metropolitano di Ellinikò (Mkie), ad Atene.

Come è la situazione all’Ellinikò e come possiamo sostenere concretamente questo importantissimo lavoro di solidarietà?

La situazione è la stessa come quella degli ultimi anni. Persino dopo la legge che hanno votato per le persone prive di assicurazione sanitaria che continuano a venire al ambulatorio perché non hanno altra scelta. Sto parlando sia degli assicurati che dei non assicurati.

Ci sono delle malattie che sono in aumento?

Recentemente ci sono le malattie psichiche in aumento. In una sola giornata abbiamo avuto tre casi di persone provenienti dall’ospedale di Dromokaition he sono venuti per prendere le loro farmaci. A un paziente che protestava e faceva ‘casino’ hanno detto che stavano sistemando la farmacia per evitare di dirgli che non avevano i farmaci. In generale, sono aumentati i casi di depressione e il consumo di psicofarmaci. Da semplici tranquillanti sino a pesanti antidepressivi.

Questo aumento è legato alla crisi economica?

Migranti a casa nostra

Migranti - Foto di Roberto Pili

Migranti – Foto di Roberto Pili

di Gianfranca Fois

I migranti che lavorano in Italia producono 127 miliardi di Euro di ricchezza, praticamente come l’intero fatturato Fiat. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 7 miliardi di Irpef versata – evidenzia la Fondazione Moressa nel suo rapporto annuale presentato in questi giorni – da oltre 550 mila imprese straniere che producono in Italia, ogni anno, 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa destinata agli immigrati è pari al 2% della spesa pubblica italiana.

Basterebbero questi pochi numeri per capire che l’Italia ha bisogno dei migranti per tenere in equilibrio il suo sistema pensionistico, anzi ce ne vorrebbero decisamente di più. Il nostro paese ha infatti una popolazione sempre più vecchia e il tasso di natalità è uno dei più bassi al mondo.

Eppure non bastano nemmeno questi dati egoistici per rendere l’accoglienza e l’inclusione dei rifugiati e dei così detti migranti economici organizzate e condivise. Sicuramente la situazione è complessa e chiama in causa molteplici aspetti politici, sociali, economici e culturali che impediscono di affrontare in modo adeguato quella che, dopo vent’anni, non possiamo certo chiamare emergenza ma che continuiamo ad affrontare come tale.

Rifugiati climatici: non è soltanto un romanzo

Qualcosa, là fuori

Qualcosa, là fuori

di Telmo Pievani

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.

Trivelle in crisi: il governo ha mentito, si veda a Ravenna cosa accade

di Rinnovabili.it

Renzi lo ripeteva come un mantra per far fallire il referendum sulle trivelle: “Se vince il Sì a rischio migliaia di posti di lavoro”. Il Governo dipingeva scenari apocalittici, con l’intero comparto degli idrocarburi in ginocchio nell’ipotesi di una vittoria dei No Triv. I sostenitori della consultazione del 17 aprile scorso invece battevano un altro tasto: il settore è in crisi nera di suo e non sarà il referendum a incidere. Chi aveva ragione? Basta dare un’occhiata a quello che sta succedendo a Ravenna per farsi un’idea.

Le trivelle non creano posti di lavoro, anzi li perdono con un’emorragia impressionante. La Cgil lancia l’allarme: da inizio anno sono già 600 i posti di lavoro persi. E gli investimenti? Adesso che lo spauracchio del referendum sulle trivelle – così era dipinto – non c’è più, si potrebbe pensare, saranno certamente arrivati a pioggia, in linea con quello che andava ripetendo il premier: “È un referendum per bloccare impianti che funzionano”.

A quanto pare, invece, le grandi aziende del ravennate non sono assolutamente d’accordo. «Le principali services company multinazionali – commenta Alessandro Mongiusti, della Filctem Cgil Ravenna e responsabile nazionale di categoria per il comparto perforazione – hanno avviato piani di ristrutturazione devastanti che vedono coinvolte anche le basi operative nel nostro paese e nella nostra città. Dimensionalmente le tre big, Halliburton, Baker Hughes e Schlumberger hanno già ridotto il personale di oltre il 50% e stanno proseguendo nel percorso di riduzione».

Il progressivo arretramento del sistema Italia

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Gianfranco Sabattini

La Grande Recessione sta svelando agli italiani una realtà della quale mai, sino ad alcuni anni addietro, si sarebbero sognati di dover affrontare. Ormai, nella classifiche internazionali il Paese sta slittando, lentamente ma inesorabilmente, verso le ultime posizioni, anche laddove le classifiche lo vedevano primeggiare. Questa dura realtà emerge dalla lettura di “Ultimi”, di Antonio Galdo, un volume snello, ma denso di statistiche che “condannano l’Italia” ad occupare nel ranking internazionale posizioni sempre più marginali.

In particolare, due sono i settori del sistema complessivo del Paese che, per via del loro progressivo deterioramento, sembrano destinati a costituire gravi ostacoli ad una futura fuoriuscita dal tunnel della recessione: la scuola e la dimensione dell’apparato industriale.

Il sistema scolastico e della formazione presenta uno stato di arretratezza a tutti i livelli d’ingresso, dagli asili all’università. Secondo un’indagine Unicef, che di recente ha misurato la qualità della vita dei minori nelle ventinove economie più ricche del mondo, l’Italia si è piazzata in fondo alla classifica, al ventiduesimo posto, superata da Paesi come la Slovenia, la Repubblica Ceca, il Portogallo e l’Ungheria. Per capire perché ciò è avvenuto, occorre considerare il peggioramento dei parametri che l’Unicef nella sua ricerca ha preso in considerazione, quali il benessere materiale, la salute, la sicurezza, i comportamenti e i rischi, le condizioni abitative e ambientali e l’istruzione. I parametri relativi al benessere materiale e all’istruzione presentano gli aspetti più preoccupanti.