Indagini su una morte che non interessa a nessuno

di Giuseppe Rizzo

“È facile dare regole generali. Ma i dettagli?”.
Il buonuomo Lenin, Curzio Malaparte

Una mattina di inizio agosto il tribunale di Roma è accecato da una luce rovente. Alle nove ci sono già 34 gradi e i dieci ettari della città giudiziaria sono deserti. Lungo le scale in cemento grezzo della palazzina C, un addetto alla pulizia incrocia un poliziotto e gli chiede come stanno andando le indagini sul fatto che sembra tormentare i pochi rimasti. “Si sa niente del crollo nell’ufficio scansioni?”. “Stiamo facendo i turni per risolvere il caso”, risponde il poliziotto.

Nei corridoi lastricati di granito grigio e illuminati da luci al neon il ronzio di ventilatori e condizionatori ha sostituito quello delle fotocopiatrici. Sulle porte degli uffici si leggono messaggi che avvisano che i pubblici ministeri sono in ferie. Quella di Attilio Pisani è socchiusa, il sostituto procuratore lavora ancora una settimana prima delle vacanze. Laureato nel 1980, ha cominciato a fare il magistrato nel 1983. È un tipo sbrigativo. “Avrà sentito del crollo”, dice. Colpa dei temporali estivi? “No, aria condizionata. L’acqua dei condizionatori ha allagato un controsoffitto ed è venuto giù tutto”.

Tra i sette-otto fascicoli di cui si occupa ogni giorno, ce n’è uno che non interessa a nessuno e che lui stesso ricorda poco, tanto da pensare di averne chiesto l’archiviazione. L’aprile scorso sembrava trattarsi di un omicidio, ma dopo un primo parere del medico legale, Pisani aveva fatto scarcerare tre sospetti e pensava che la storia si sarebbe chiusa presto.
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La forza dei diritti: contro i nazionalismi un’Unione che restituisca la giustizia sociale

di Nadia Urbinati

L’Europa manca di leadership. E manca di volontà politica comune. Eppure è sempre più necessaria, non solo per la pace – secondo l’idea dei suoi costruttori – ma anche per la possibilità di dare ossigeno alla democrazia, alle promesse di giustizia sociale che la cittadinanza democratica fa e che non può mantenere se confinata dentro gli Stati-nazione. Per comprendere appieno la contraddizione tra la debolezza della volontà politica dei leader europei e il bisogno di una politica europea dobbiamo tornare alle origini, e mettere a confronto questa Unione europea con le ambizioni dei suoi fondatori.

Nessuno sa oggi come sarà l’Europa di domani e che peso avranno le forze nazionalpopuliste crescenti da Est (Ungheria e Polonia) a Ovest (l’Austria e l’Italia). L’allargamento dell’Europa è stato guidato dall’idea di facilitare la transizione democratica dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, di portare il modello occidentale a oriente. Oggi, assistiamo al processo contrario, poiché è l’Est – il suo modello nazionalpopulista – che sta conquistando l’Ovest.

Dunque, è opportuno chiedersi (ora che anche l’Italia si appresta a varare un governo che guarda con simpatia verso Est) non solo se i paesi europei vogliono un’Europa politica, ma come la vogliono; poiché è chiaro che, anche i nazionalisti xenofobi sanno che è nel loro interesse stare nell’Unione: il problema è che essi hanno un’idea di Europa che deve preoccupare i democratici.
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Crisi economica: il malcontento è generale, ma non tutti i ricchi piangono

di Marzio Barbagli

Che effetti ha avuto, e ha ancora oggi, sugli strati sociali del nostro paese la lunga recessione dell’economia iniziata nel 2008? Quali gruppi e quali categorie ha colpito maggiormente? Alcuni studiosi e istituti hanno iniziato a porsi queste domande. Nella sua ultima relazione annuale, la Banca d’Italia ha messo in luce che la diseguaglianza nella distribuzione del reddito, aumentata nel corso degli anni Novanta, “non ha subito variazioni apprezzabili” dopo il 2008. Andrea Brandolini ha mostrato che l’ultima crisi ha colpito soprattutto i più giovani e i lavoratori manuali. Giovanni Vecchi, in una relazione a un convegno Istat, ha sostenuto che a pagare il prezzo più alto sono state le fasce meno abbienti.

Che dire delle altre classi sociali? Come hanno vissuto e come vivono oggi la crisi e i suoi effetti sulla loro condizione gli italiani che ne fanno parte? I dati che l’Istat raccoglie dal 1993 sul livello di soddisfazione delle persone residenti nel nostro paese per la loro situazione economica ci permettono di dare una prima risposta a questi interrogativi.
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Emilia Romagna, piccola cronaca della crisi

Fifty - Foto di Roberto La Forgia
Fifty - Foto di Roberto La Forgia
di Vincenzo Comito

Per capire i risultati del voto (a quasi due mesi dalle elezioi), partiamo da un’inchiesta minima, dalla microstoria di un quartiere in una città di medie dimensioni dell’Emilia Romagna, area tra le più ricche del paese, una delle città dove si vive meglio in Italia. Vediamo come vivono e cosa pensano le classi medie, a partire dai commercianti.

Il bar del quartiere, gestito su base familiare da una coppia di coniugi, è rimasto aperto anche la domenica del voto ma, a differenze delle precedenti tornate elettorali, non fatto molti affari. Elettori, scrutatori e altri addetti alla bisogna – racconta il titolare – hanno speso poco, si sono portati panini, dolci e bevande da casa. Il bar è accanto a una banca importante e a una scuola media. Ma anche qui gli affari calano: gli addetti allo sportello dell’istituto finanziario sono passati da 110 a 25, e anche il numero dei professori si è ridotto. Nel primo caso ha pesato l’automazione, l’home banking, la ristrutturazione organizzativa; sulla scuola hanno colpito i tagli di Tremonti. E negli ultimi anni hanno aperto, nel raggio di duecento metri, altri tre bar, un altro segnale delle difficoltà di trovare altre occupazioni.

Il primo dei tre esercizi, in mancanza di affari adeguati, è da tempo in vendita, senza trovare compratori. Il secondo nei giorni scorsi ha chiuso perché nel locale si è sviluppato un incendio, che alcuni sospettano essere doloso, anche se non c’è alcun elemento specifico che avvalli tale ipotesi; la proprietaria afferma che stava comunque per vendere l’attività. Il terzo infine, è un grande e rinomato bar-pasticceria – con numerosi addetti al banco e al laboratorio, che appare ancora molto frequentato, ma i suoi alti costi lo rendono vulnerabile alla crisi.
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Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 1

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Aldo Tortorella

Nuovamente, la democrazia italiana mostra di essere la più inquieta e turbolenta rispetto a quella che si ritiene la normalità dei paesi dell’Europa. La crisi economica mette in discussione ovunque le basi materiali (la fiscalità, la redistribuzione del reddito prodotto) su cui si reggono gli Stati e il compromesso sociale democratico.

Si estende, non solo nella destra americana, l’interesse per il capitalismo asiatico (cinese) senza democrazia, che fu l’ultima preoccupazione del liberale democratico Dahrendorf. Ma, dall’altra parte, riprende vigore anche l’accusa (Occupy Wall Street ne è un modesto ma significativo segnale) al capitalismo finanziario, il cui trionfo a livello planetario non ne ha spento ma esaltato le contraddizioni. In un mondo economicamente globalizzato si eclissa la sovranità degli Stati nazionali entro cui sono racchiuse le istituzioni democratiche esistenti: l’Europa detta legge ma il suo Parlamento è senza poteri reali. C’è un passaggio d’epoca per le sorti della democrazia dall’esito incerto.

In Italia, all’interno di questa realtà generale, tutto il materiale infiammabile accumulato dalla crisi economica, dalla sua ostinata negazione da parte dei governi di destra, dalle cattive politiche a essa precedenti, e dalle misure inique per porvi rimedio, è venuto concentrando la sua carica dirompente sul sistema politico. Con il risultato della esplosione di un movimento esplicitamente volto ad azzerare tutti i partiti esistenti negandone la diversità secondo il motto, non nuovo, «partiti e politici sono tutti uguali».
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Foto di Roberto Giannotti

Un anno dopo, Monti e a capo

di Rossana Rossanda

È giusto un anno che il parlamento italiano, auspice il presidente della repubblica, si è consegnato mani e piedi a un illustre “tecnico” e al governo da lui interamente scelto (se no non avrebbe accettato l’incarico) per smettere con le fanfaluche politiche e risanare i conti del nostro bilancio, primo fra tutti l’indebitamento. Si sa che la politica non è “oggettiva”, quando va bene risponde a una parte sociale, quando va male risponde a interessi privati, mentre la “tecnica” non guarda in faccia a nessuno, è neutra e, come il professor Monti ama ripetere, è assolutamente super partes.

Risultato? L’analisi di Pitagora, (L’anno perduto di Mario Monti, Sbilanciamoci.info 20 novembre 2012) ha dimostrato nel modo che più chiaro non potrebbe essere, che il nostro debito è aumento, crescita, occupazione ed entrate pubbliche sono calati. (E non parliamo del contorno di corruzione che sembra incrostato nelle nostre istituzioni, non è per colpa specificamente di questo governo). I fautori delle somme e delle sottrazioni contabili possono soltanto dirci: “È vero. Niente di fatto. Ma se non avessimo applicato questa terapia da cavallo chissà dove saremmo finiti. E avremmo dovuto chiedere un prestito accettando di passare sotto il controllo della troika, cosa che il nostro premier, essendo uno della stessa famiglia, ha evitato”. Dunque il debito è cresciuto ma politicamente a bocce ferme; l’equilibrio sociale fra chi ha e chi non ha non è stato toccato.
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