I tentativi di neutralizzare le idee radicali di Keynes

di Pier Giorgio Gawronski Il 16 aprile è arrivato in libreria la nuova traduzione italiana della Teoria Generale e di altri 28 brillanti saggi di John Maynard Keynes (molti inediti in Italia), curata da Giorgio La Malfa. L’edizione è corredata da 300 pagine di introduzione, biografia e approfondite note (redatte con Giovanni Farese). Filo conduttore […]

Da quali pulpiti viene la predica alle misure del Def

di Roberto Romano

Le misure delineate dal governo, invero discutibili e non proprio coerenti con la crescita, non possono variare la crescita potenziale e, quindi, peggiorerebbero i saldi pubblici. Citando Ligabue «la storia si riscrive in economia». Se l’economia registra dei tassi di crescita pessimi, quelli europei e nazionali sono veramente pessimi, perché non fare una manovra espansiva?

La finanza pubblica trattata come un bilancio aziendale e non come strumento di politica economica è insopportabile. Gli economisti dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) presentano qualche contraddizione nelle loro analisi, ancorché condivisibili: «Le previsioni sono troppo ottimistiche … e ci sono forti rischi al ribasso portati da una congiuntura troppo debole e dalle turbolenze finanziarie». Nella documentazione disponibile si legge anche che è in discussione «la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico». Quindi anche l’Upb percepisce che qualcosa non funziona, pur operando nel quadro del Fiscal Compact.

Un’istituzione rispetta sempre le norme, ma non ha mancato di far notare che il segno – le intenzioni di crescita – non è propriamente sbagliata. Sebbene sia vero che «la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa» (M. Twain), le condizioni per una grande crisi ci sono proprio tutte e non sarà scatenata dal modesto deficit strutturale dell’Italia (1,7% per il triennio). Tutte le istituzioni pronte a criticare il deficit italiano non hanno proprio compreso la connessione tra finanza ed economia reale.
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Catastrofe Jobs Act: senza incentivi crolla l’occupazione e nel 2016 più voucher per tutti

di Roberto Ciccarelli

L’unico successo che il governo Renzi ha raggiunto con il Jobs Act è la legalizzazione del caporalato postmoderno: il voucher, il lavoro-spazzatura che si compra con lo scontrino in tabaccheria. Lo confermano i dati dell’osservatorio sul precariato dell’Inps: tagliati del 40% gli sgravi contributivi alle imprese, il saldo è crollato del 77% rispetto al 2015 ed è più basso del 2014. Nel primo trimestre del 2016 i contratti a tempo indeterminato sono crollati del 33 per cento: 51mila unità, contro i 225mila di un anno fa. Dunque 162 mila in meno, proprio nell’anno dei contributi più alti.

Nei primi tre mesi del 2016 le trasformazioni dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato sono crollati del 31%: meno 53.339 contratti. Nel 2014, quando lo stato italiano non aveva ancora iniziato a regalare al capitale privato tra i 14 e i 22 miliardi di euro, era di -42.527. La droga monetaria non è servita nemmeno a creare più occupazione rispetto all’anno peggiore della crisi: il 2014: allora il 36,2% dei contratti era a tempo indeterminato, oggi solo il 33,2% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato.


Gli incentivi non sono serviti a nulla: nel 2016 i nuovi rapporti di lavoro sono inferiori al 2014
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Flessibilità del nuovo capitalismo e precarietà del lavoro

di Gianfranco Sabattini

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista è invalso l’uso dell’espressione capitalismo flessibile”, per rappresentare qualcosa di più della variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva; tutta l’enfasi, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, che ha scritto “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, è posta sulla flessibilità, piuttosto che sugli effetti esistenziali per chi ne subisce le conseguenze negative. Col nuovo capitalismo, alla forza lavoro viene chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Il significato che all’interno dell’ideologia neoliberista si assegna alla flessibilità sta cambiando il modo d’intendere il lavoro; per convincerci, basta considerare, seguendo Sennet, l’etimologia della parola “carriera”, che rimanda alla “via nella quale si può passare con i carri” e, in senso metaforico, alla via professionale maestra che un soggetto decide di percorrere nella vita, al fine d’acquisire quanto necessario per la soddisfazione dei propri progetti. Ma oggi, – osserva Sennet – “il capitalismo flessibile, con la sua pratica di spostare all’improvviso i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, ha cancellato i percorsi lineari tipici delle carriere”.
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America Latina

America Latina: non era al riparo, qui la crisi ha colpito duro

di Maurizio Matteuzzi

Ci sono stati tre o quattro anni, dopo lo scoppio della grande crisi economico-finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008 con la bancarotta della banca Lehman Brothers, in cui sembrava che l’America latina, terra di uragani, fosse al riparo dall’uragano che stava squassando il resto del mondo, e che potesse continuare sulla strada della crescita (o addirittura della rinascita) economica e sociale avviata nel primo decennio del secolo XXI. Una pia illusione, molto naïve vista col senno di poi. Mondo globale, crisi globale.

L’1 gennaio 2015 la presidente “di sinistra” del Brasile Dilma Rousseff la prima cosa che ha fatto all’insediamento del suo secondo mandato è stata di nominare all’economia Joaquim Levy, un neo-liberista uscito dall’università di Chicago. Un “Chicago boy” che ha subito annunciato tagli alla spesa pubblica e programmi di aggiustamento fiscale. “Não há almoço grátis”, disse traducendo in portoghese una delle frasi celebri attribuita al nefasto guru del neo-liberismo, il professor Milton Friedman: “There is no free lunch”. Nel 2015 il Brasile è entrato in recessione (meno 2.4%), il real si è deprezzato del 60%, Dilma governa con “il programma dei conservatori” e per di più è a rischio di impeachment per via dell’enorme scandalo di corruzione in cui è coinvolta la Petrobras, la compagnia petrolifera statale.

Se il gigante soffre anche l’America latina soffre. Nel 2015 la crescita sarà solo dell’1-2%. O anche peggio, dello 0.5%. Praticamente si è fermata. L’Argentina è attesa da un problematico ballottaggio il 22 novembre, quando se la vedranno Daniel Scioli, il peronista candidato della presidente uscente Cristina Kirchner (candidato sì ma non troppo: misteri del peronismo), e Mauricio Macri, il “solito” miliardario entrato in politica con un proprio partito personale tipo Forza Italia. L’esaurimento del modello kirchnerista – consumi a tutto vapore e soya, terzo produttore mondiale, 25% dell’export -, l’inflazione, la corruzione, il blocco della crescita hanno spinto Macri, alimentando “l’entusiasmo degli investitori” e “la speranza” dell’immarcescibile Vargas Llosa.
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Rimini, lavoro sfruttato

A settembre calano disoccupazione e tasso di disoccupazione: ma è proprio vero?

di Andrea Fumagalli

Alla pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione relativi al mese di settembre, il governo Renzi ci ha già inondato e ancora ci inonderà di tweet sulla straordinaria efficacia della sua politica economica e sui mirabolanti risultati del Jobs Act. E la stampa “di regime”, dall’Unità al Corriere della Sera, passando per La Repubblica e le televisioni di Stato, non farà fatica ad accodarsi.

Che la statistica debba essere presa con le molle ce lo diceva già Trilussa qualche tempo fa (ricordate la media del pollo?), prima ancora che ci fossero censimenti e rilevazioni campionarie. E soprattutto prima ancora che le variabili economiche da quantificare e da stimare fossero definite ad hoc.

Per rimanere al tema della nota, prendiamo la definizione di disoccupato: lo è colui o colei che dichiara di aver effettuato almeno una azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti alla data della rilevazioni statistica. È invece occupato colui o colei che ha più di 15 e meno di 64 anni e che ha svolto almeno “un’ora” in un’attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare. Si noti il suggestivo riferimento al “corrispettivo in natura” in tempi di crescente lavoro gratuito…

Chi, invece, non risulta nella fascia di età 15-64 anni, né disoccupato/a né occupato/a, automaticamente viene definito inattivo. Gli inattivi sono dunque coloro che non hanno bisogno di lavorare. Ma è proprio così, come appare a un’analisi volutamente molto superficiale?
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