La Costituzione è ancora un bene comune o no?

di Alfiero Grandi

Il referendum che ha bocciato le modifiche della Costituzione targate Renzi è del 4 dicembre 2016, eppure sono in arrivo nuove proposte di modifica. È un virus che colpisce chi entra a palazzo Chigi? L’Italia è in recessione, il governo dovrebbe dedicarsi a questo grave problema, invece pensa a modificare la Costituzione. Presentare le modifiche separatamente, o come attuative, non riesce a nascondere la logica che le lega, puntando a modificare l’assetto istituzionale definito dalla Costituzione, con il rischio di aprire ad altri, più pesanti rivolgimenti.

Referendum propositivo

Potrebbe essere un arricchimento della partecipazione dei cittadini ma la legge proposta, anche se migliorata, non riesce a nascondere il peccato originale: la contrapposizione tra democrazia rappresentativa (il parlamento) e diretta (il referendum). Altro sarebbe costruire una sinergia, ma il nucleo forte è l’opposto.

Riduzione dei parlamentari

La riduzione è motivata solo con la diminuzione dei costi, mentre il punto principale è il ruolo di rappresentanza che il parlamento deve svolgere. Senza dimenticare che la maggioranza gialloverde ha la responsabilità di avere usato decreti e voti di fiducia come i predecessori e per di più di avere costretto deputati e senatori a votare la legge di bilancio senza conoscerla e poterla modificare.
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La riforma costituzionale sul referendum propositivo ha molte lacune: le Camere riflettano bene

di Alfiero Grandi

Alla Camera si sta discutendo la legge per introdurre in Costituzione il referendum propositivo, destinato ad affiancare quello abrogativo. L’intenzione è condivisibile, le modalità previste vanno corrette per renderlo coerente con la Costituzione. È un passo avanti che la maggioranza gialloverde abbia accettato di inserire nella legge un quorum del 25 % di favorevoli per considerare approvata una proposta di legge popolare sottoposta a referendum propositivo.

Esponenti della maggioranza sembrano aperti ad ulteriori modifiche, bene. Tuttavia è bene essere chiari, il quorum introdotto non basta, restano problemi nel testo che non convincono ma anzitutto occorre garantire che questa modifica della Costituzione verrà sottoposta a referendum popolare, prima di entrare in vigore. Elettrici ed elettori hanno il diritto di approvare o respingere le modifiche della Costituzione e la possibilità è assicurata solo da un’approvazione al di sotto dei 2/3 dei deputati e dei senatori. Ricordo che la bocciatura delle modifiche della Costituzione il 4 dicembre 2016 è stata possibile perché il parlamento non le ha approvate con la maggioranza dei 2/3.
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Definanziamento e “regionalismo differenziato”: brutto inizio 2019 per la sanità pubblica

di Gianluigi Trianni, medico sanità pubblica, Forum Diritto alla Salute – Campagna “Dico 32”

La finanziaria 2019 del governo e della maggioranza M5S e Lega prevede per la sanità solo 114 miliardi di euro e rotti, solo un miliardo in più rispetto al 2018, 113 miliardi e rotti. E non è neanche un aumento reale, ma una riduzione effettiva, un definanziamento dello 0,1%, poiché l’inflazione 2019 è prevista dal governo stesso all’1% mentre l’incremento reale del fondo sanitario nazionale è dello 0.9%.

Lo aveva già previsto la finanziaria 2018 del governo Gentiloni e della maggioranza di centro sinistra del PD (quella che governa molte regioni, che facevano finta di lamentarsi prima e fanno finta di opporsi oggi): siamo in piena continuità. Il resto, tolta l’edilizia sanitaria per la quale si prevede un incremento di 4 miliardi, ma con il “limite annualmente definito in base alle effettive disponibilità di bilancio” (sic!) cioè solo se i soldi ci sono, per la sanità sono briciole di milioni buoni a fare propaganda (liste di attesa, farmaci, assunzioni di personale e via dicendo) ma insufficienti a tutto su scala nazionale.

Ma un’altra iniziativa mette a rischio il servizio sanitario pubblico: il prossimo 15 febbraio il presidente del Consiglio G. Conte illustrerà la proposta del governo ai presidenti delle Regioni che hanno chiesto maggiore autonomia legislativa ex art. 116 della Costituzione sulla sanità oltreché su numerosi altri ambiti dal lavoro, all’ambiente, dalla formazione professionale, alla scuola, all’università, alla ricerca. In caso di raggiungimento di un’intesa, quest’ultima diventerà un disegno di legge che, secondo il dettato costituzionale, per passare dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei componenti di Camera e Senato.
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La Costituzione attribuisce al parlamento un ruolo centrale

di Alfiero Grandi

Era sperabile che il parlamento non venisse più costretto ad approvare leggi a scatola chiusa. La valorizzazione del ruolo del parlamento era esattamente un punto centrale del No alla “deformazione” della Costituzione voluta dal governo Renzi, respinta il 4 dicembre 2016 dal 60% delle elettrici e degli elettori.

Nel discorso di insediamento del Presidente della Camera Fico alla presidenza della Camera c’erano impegni precisi in questa direzione, in coerenza con il precedente impegno referendario. Invece assistiamo al vilipendio del ruolo del parlamento più grave di quello del governo Renzi, che aveva fatto votare le modifiche della Costituzione usando strumenti impropri e la legge elettorale con il ricorso al voto di fiducia.

Costringere il parlamento a approvare le scelte concordate in gran segreto tra Governo e Commissione europea con un voto di fiducia, quindi al buio, è di una gravità senza precedenti. Nemmeno i Ministri hanno potuto esprimersi sul testo, mentre i parlamentari non hanno alcuna speranza di poter cambiare una virgola del testo che saranno chiamati a votare ed è probabile che molti di loro lo leggeranno dopo il voto.
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Sandra Bonsanti: “Altro che scuse: il ritorno di B. sarebbe un incubo”

Silvio Berlusconi - Foto di Andres Ubierna

di Silvia Truzzi

“Il guaio è che tutto comincia con Berlusconi!”: Sandra Bonsanti, giornalista, presidente emerito di Libertà e giustizia, non ha un momento di esitazione quando le domandiamo che pensa delle scuse che dovremmo fare all’ex Cavaliere. “Renzi è disperato, non ha più niente intorno perché lui stesso ha fatto terra bruciata. Ma non può pensare di pulirsi la coscienza dicendo che bisogna chiedere scusa: Berlusconi è il baco primario dentro la democrazia italiana. Berlusconi – di cui Craxi è stato il presupposto – ha corroso dall’interno la democrazia italiana”.

Lei scrisse una lettera a Renzi, quando era sindaco di Firenze, per la sua “fuitina” ad Arcore. Correva l’anno 2010.

E lui si prese ben due pagine dell’edizione fiorentina di Repubblica per rispondere! Andò a mangiare da Berlusconi, e di nascosto. Io volevo sapere da che parte stava. E lui rispose con quei toni un po’ veltroniani, sostenendo che non bisognava demonizzare l’avversario… Ma già il fatto che da sindaco avesse fatto il pellegrinaggio ad Arcore era uno strappo per me, e per molti, inaudito. Tra l’altro: furono costretti ad ammetterlo perché scoperti, altrimenti non l’avrebbe nemmeno detto.
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Nuova costituzione a Cuba

Cuba - Foto di Wanderlust

di Luigi Scalambrino

Da tre mesi c’è un gran dibattito a Cuba sulla nuova proposta di Costituzione, l’ottava dal 1865. La prima volta in cui è stata coinvolta tutta la popolazione in un dibattito acceso e una consultazione con significativi cambiamenti. Dal 13 agosto al 15 di novembre quasi 7.400.000 cubani hanno discusso in più di 120.000 assemblee in tutti i luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nell’esercito, nelle organizzazioni professionali il nuovo progetto di Costituzione che il Parlamento ha proposto e che ora con tutti gli emendamenti e correzioni verrà ristampato e votato in un referendum nazionale a Febbraio 2019.

La nuova Costituzione è composta da 224 articoli, 87 in più della attuale, e si mantengono 11 articoli, se ne modificano 113 e si eliminano 13. Nei primi articoli dei principi fondamentali il progetto riafferma:

  • il carattere socialista del sistema politico, economico e sociale ed è incorporato il concetto di Stato socialista di diritto, per rinforzare la legge e la supremazia della Costituzione.
  • il Partito Comunista di Cuba, unico, martiano, fidelista e marxista-leninista è l’avanguardia della nazione e per il suo carattere democratico e il vincolo permanente con il popolo è la sua forza dirigente superiore (rimane il centralismo democratico).

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Lorenza Carlassare: “Il nome non importa, la Carta dice che chi è povero va aiutato”

Lorenza Carlassare

di Silvia Truzzi

Il dibattito sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” si è concentrato, nella finezza dialogica che contraddistingue questa fase politica, sulle future truffe a opera dei professionisti del divano, prevalentemente residenti nel Sud Italia (a proposito di discriminazioni). Il tema era stato sollevato già all’indomani del risultato elettorale, visto il successo dei 5 Stelle nel meridione che, si diceva, sperava nell’assistenzialismo di Stato.

Poche parole invece sono state spese sul principio che informa la misura (di cui ancora non esiste un testo), ovvero il diritto di vivere dignitosamente. E di questo vogliamo parlare con Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto costituzionale a Padova: “Finalmente si comincia a parlare di misure di assistenza né parziali, né eccessivamente settoriali: un po’ in ritardo, invero, visto che sono passati settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione”.

Cominciamo da qui, professoressa.

C’è un articolo preciso di cui voglio parlare, ma prima m’importa sottolineare che tutta la Carta è attraversata dal principio di dignità della persona. Cosa volevano i Costituenti? Il loro obiettivo era creare una società umana, in cui tutti potessero vivere dignitosamente, concorrere alle decisioni comuni ed essere parte consapevole della società. C’è un rapporto molto stretto tra condizione dei cittadini e democrazia: povertà ed emarginazione non consentono alcuna partecipazione. I Costituenti volevano eliminare le pesanti fratture che dividono il corpo sociale, invece negli anni l’emarginazione è cresciuta, si sono saldate antiche e nuove povertà, una situazione che ormai riguarda 5 milioni di persone.
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L’esercizio del risentimento contro chi sostiene la Costituzione

di Nadia Urbinati

Sul Corriere della Sera del 2 novembre scorso, Angelo Panebianco ha lanciato un j’accuse contro i “puristi” della Costituzione che nel 2016 si opposero alla riforma costituzionale Renzi-Boschi perché segno di una “svolta autoritaria”. Scrive l’articolista del Corriere: “Sembra proprio che alla maggioranza di questi paladini della Costituzione nata dalla Resistenza importi ben poco sia della Costituzione che della Resistenza: la difesa della Costituzione contro le ‘involuzioni autoritarie’ è più che altro un’arma politica di comodo da utilizzare contro il nemico di turno, si chiami Bettino Craxi, Silvio Berlusconi o Matteo Renzi”.

A ruota, sul sito del Pd, Democratica, è uscito poco fa un commento elogiativo dell’articolo di Panebianco a firma di Vittorio Ferla, il quale si scaglia contro “i puristi” (lunga la lista delle loro professioni) che avrebbero non solo portato l’Italia nelle braccia dei “minacciosi totalitari”, quelli di Cinquestelle, ma ora “tacciono” di fronte alle parole di Grillo sulla “rottamazione del Parlamento” e “l’aggressione al Capo dello Stato”. Per Ferla i puristi avevano un piano: far fuori Renzi, perché Renzi sarebbe il nemico, non il M5S.

La campagna contro chi si oppose a quel referendum-plebiscito è oggi un penoso esercizio di risentimento, dei renziani e di chi pensava a Renzi come al mezzo per attuare un progetto che attendeva sottotraccia da qualche decennio. Panebianco, da coerente conservatore, è risentito che il gollismo non abbia avuto corso in Italia – e che chi ci ha provato (Craxi, Berlusconi, Renzi) abbia pietosamente fallito. Ed è importante che sia Panebianco a mettere in fila i dioscuri del cesarismo gollista. Noi abbiamo chiamato quel progetto – il gollismo appunto – un progetto autoritario. Panebianco lo conferma. In Francia, il gollismo è stato atterrato nel 1969 proprio come progetto autoritario. Ma, si sa, il 1969 era l’anno della ubriacatura del radicalismo politico!
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Eguaglianza, paesaggio e le altre parole della Costituzione da cui ripartire

di Massimo Bray, direttore generale della Treccani

Cosa dice la nostra Costituzione? In che termini vengono enunciati i principi che la ispirano, i diritti che tutela, i doveri che impone, le norme fondamentali che regolano le dinamiche della vita democratica e i rapporti tra i soggetti, singoli individui e organizzazioni, che danno corpo e voce alle esigenze, ai desideri, alle ambizioni di un intero popolo? Quali sono, in sostanza, le parole della Costituzione italiana?

Non sono domande retoriche, riflessioni destinate a un gruppo ristretto di studiosi ed appassionati, distanti dalla quotidianità di ciascuno di noi. Sono invece interrogativi più che mai attuali in un tempo in cui i cittadini si allontanano dalle istituzioni, il rispetto delle regole pare non essere più un principio inviolabile e le congetture si spacciano per conoscenza.

Riscoprire le parole della Costituzione, il loro significato più pieno e profondo, significa ritrovare lo spirito dei padri costituenti, il desiderio di rinascere di un paese prostrato dalla guerra ma fiducioso di poter costruire su basi solide un futuro di democrazia, libertà, progresso economico e avanzamento sociale nel segno della solidarietà, della dignità, della valorizzazione del lavoro e dei diritti sociali, della tutela dei beni comuni e dell’ambiente. Troviamo perciò nel testo costituzionale parole importanti, ricche di significato e allo stesso tempo semplici, comprensibili a tutti perché la Costituzione parla a ciascuno di noi, a ognuno dei membri della comunità nazionale di cui è norma e faro.
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Un ripasso della Costituzione per Salvini

di Alfonso Gianni

A ispirazione e supporto della circolare diramata dal suo capo di gabinetto che intima ai prefetti di procedere ad interventi sgombero di stabili ed aree occupate senza pensare a locazioni alternative, Salvini ha scritto su Twitter che «la proprietà privata è sacra».

Una bestemmia, o una fake news per usare un linguaggio più secolarizzato. Non la pensava così Stefano Rodotà (la cui mancanza si fa sentire ogni giorno di più) che agli inizi degli anni ’80 raccolse i suoi studi sulla proprietà (e più volte ci tornò) in un libro diventato famoso Il terribile diritto. Un titolo desunto da una frase contenuta nell’opera più celebre di Cesare Beccaria: «Il diritto di proprietà (terribile, e forse non necessario diritto)». Quando fu pubblicata correva l’anno 1764.

Evidentemente per alcuni un tempo passato invano. Ma sappiamo che il progresso intellettuale non procede in modo lineare. Né qui si pretende che Salvini abbia mai letto Beccaria o Rodotà. Tuttavia dobbiamo esigere che conosca la Costituzione, su cui ha giurato diventando ministro. Essa non solo all’articolo 41 affronta il tema dell’iniziativa economica privata, esigendo che questa sia indirizzata all’utilità sociale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Ma stabilisce, nell’articolo 42, precisi limiti alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti, prevedendo in caso contrario anche l’espropriazione per motivi di interesse generale».
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