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Costituzione, uguaglianza e prelievo fiscale

di Roberta Mistroni

Principio di eguaglianza: la Costituzione italiana all’art. 3 afferma il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione. Ciò che però rende moderna la nostra Costituzione, motivo per cui la si definisce sociale, è che nel secondo comma dell’articolo si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Dall’articolo si evince che quando si parla di uguaglianza non si fa riferimento alla semplice uguaglianza formale (ad esempio “tutti sono uguali di fronte alla legge” oppure “tutti anno diritto al lavoro”), bensì si fa riferimento all’uguaglianza sostanziale, cioè all’uguaglianza che si crea eliminando gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Affermare questo principio significa riconoscere una funzione socio economica allo Stato che si fa garante dello sviluppo. Ma come può farsi garante? Attraverso una serie di interventi che la costituzione mette bene in risalto. Vediamo di elencarne almeno una parte:

La Costituzione per l’uguaglianza e la democrazia

di Roberta Mistroni

La Costituzione è la legge fondamentale della Repubblica italiana. È stata approvata dall’Assemblea Costituente della Repubblica il 22/12/1947 ed è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Il testo comincia con 12 articoli che definiscono i principi fondamentali e prosegue con l’enunciazione dei diritti, doveri e libertà dei cittadini (artt.13-54) suddivisi in quattro parti: sui rapporti civili, etico-sociali, economici e politici. La seconda parte della Costituzione è dedicata all’ordinamento dello Stato (artt.55-139) ed è suddivisa in 6 titoli: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il governo, la magistratura, le regioni, le province e i comuni e le garanzie costituzionali.

La nostra Costituzione ha, tra le altre, due caratteristiche fondamentali:

  • 1. è una Costituzione rigida nel senso che la sua revisione non può essere effettuata con legge ordinaria, ma solo con una legge che preveda una procedura di approvazione rafforzata, cioè con una procedura più complessa di quella prevista per le leggi ordinarie al fine di assicurare una maggiore ponderazione (vedi art.138).
    Purtroppo la rigidità della nostra Costituzione da molti anni è stata superata con l’introduzione di numerose leggi ordinarie che, pur non modificandola formalmente (d’altra parte non sarebbe stato possibile!), l’hanno fatto materialmente. Ritorneremo tra poco su questo argomento;
  • 2. è una Costituzione sociale nel senso che nella prima parte non si limita ad affermare i diritti e le libertà dei cittadini ma si impegna a garantirli e a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro applicazione: art.2 – la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo; art.3 – tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge .. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedisce il pieno sviluppo della persona umana; art.4 – la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
    Gli articoli citati sono solo un’esemplificazione del carattere sociale della nostra Costituzione. In realtà tale carattere si evince da molti altri articoli contenuti nei principi fondamentali e nella prima parte, su molti dei quali ci soffermeremo tra poco.

Una buona legge elettorale è condizione per garantire la Costituzione

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Alfiero Grandi

Legge elettorale: commedia degli inganni. Gli ingannati, ancora una volta, sono elettrici ed elettori, ai quali una propaganda martellante vuol fare credere che è materia incomprensibile, tecnica e sarebbe comunque tempo perso occuparsene perché non se ne farà nulla. Il risultato, a oggi, è che mentre sulla Costituzione si è via via creata una grande attenzione, fino alla vittoria del No del 4 dicembre 2016, sulla legge elettorale l’opinione pubblica è distratta, incerta, quasi non c’entrasse con la Costituzione. Eppure proprio Renzi aveva chiarito, all’inizio, che c’è un rapporto inscindibile tra modifiche costituzionali e legge elettorale. Tanto che dall’Italicum fu tolta l’elezione del Senato, nella convinzione di vincere il referendum e renderlo non più eleggibile.

Quando Renzi e la maggioranza pensavano di vincere il referendum puntavano ad una legge elettorale ipermaggioritaria come l’Italicum, degno erede del Porcellum. Dopo la vittoria del No è emerso chiaro che una nuova legge elettorale, coerente per Camera e Senato come ha chiesto anche Sergio Mattarella, non è facile da ottenere, tanto più se drogata da ipermaggioritario. Tanto che Renzi, dopo le reazioni del fronte maggioritario – dentro e fuori il Pd – sulla nuova bozza di legge elettorale a giugno, ha preferito far saltare il banco, prendendo a pretesto un incidente parlamentare, importante, ma non tale da giustificare questo repentino voltafaccia. Oggi sembra prevalente la convinzione che tanto vale votare con le leggi che restano dopo gli interventi della Corte costituzionale e pazienza se uscirà una situazione difficilmente governabile. La cosa che interessa di più ai capi partito è decidere dall’alto chi verrà eletto, in modo da controllare il futuro Parlamento.

Una legge elettorale a difesa della Carta

di Alfiero Grandi

La vittoria del No non basta ad impedire nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione. Abbassare la guardia sarebbe un errore, come sottovalutare la forza e la determinazione delle potenti forze che in Italia e all’estero hanno spinto Renzi a tentare di deformare la Costituzione. La proposta di Renzi – bocciata il 4 dicembre 2016 – è solo la forma che ha assunto in Italia una scelta politica e istituzionale autoritaria e accentratrice. Panebianco ha proposto che le future modifiche debbano riguardare tutta la Costituzione, principi compresi, non più solo la parte istituzionale. Del resto il tentativo di modificare il patto costituzionale uscito dalla Resistenza e dall’intesa tra le forze fondamentali dell’epoca ha radici antiche.

Né è casuale che l’Istituto Leoni rilanci la flat tax, con il conseguente stravolgimento della progressività e dell’universalità dei diritti sociali, cambiando di fatto la prima parte della Costituzione. Le dichiarazioni fatte durante la campagna referendaria che la prima parte della Costituzione non era in discussione celavano in realtà il boccone più ambito, da affrontare una volta risolto il problema dei meccanismi decisionali in senso autoritario.

Del resto nel mondo ci sono tendenze autoritarie: dalla simpatia delle grandi corporation per i regimi non democratici, fino alle derive autoritarie in Turchia, in Ungheria con il bavaglio alla stampa, in Polonia con l’attacco all’autonomia della magistratura. La pressione è contro le procedure democratiche, viste come inutili pastoie che ritardano le decisioni delle corporation e dei gruppi di potere. Il pensiero stesso è semplificato e primordiale e la società che prefigura è autoritaria, anzitutto sotto il profilo culturale. È già accaduto negli Usa, la destra ha preparato gli stravolgimenti partendo dal piano culturale, con l’obiettivo di trasformare un nuovo pensiero dominante in unico, talora in un dogma di Stato.

Aspirazioni di sinistra, Pd e renzismo: art. 1 o art. 0,5?

di Sergio Caserta

Tempo d’estate, tempo di decimali. Ha iniziato Pierluigi Bersani, narratore insuperato di parabole a indicare nel 17.5, la soglia di ripristino del diritto ad essere reintegrati nel caso di licenziamento senza giusta causa, una battuta non proprio felice. La mezza scelta è un po la cifra sulla quale si muovono le compagne e i compagni (si può dire) di art. 1 MdP.

Un piede dentro ed uno fuori il PD, sguardo strabico per non lasciare “la ditta” totalmente al suo destino. Comprensibile, ci mancherebbe, certi addii non sono mai facili e si sa che in amore gli strappi fanno molto male. Questa gestione ondivaga e sinusoidale però, determina uno “stop and go” che può essere molto dannoso alla credibilità di un’alternativa seria al renzismo e mettere a rischio il consolidamento del già difficile raggruppamento di un’area politica che esiste ora più frammentata che mai.

Si dice di voler realizzare un progetto di lungo termine ma si guarda alle prossime elezioni, sarebbe bene uscire dall’ambiguità, o l’una cosa o l’altra. Se è un’alleanza elettorale, si dica chiaramente e si lavori esclusivamente per quella, significa non mettere in gioco l’identità delle forze politiche e dei movimenti che resteranno con una loro precipua autonomia, se mai si lavori per una legge elettorale che favorisca l’affermazione di un quarto polo e cosi sia, non c’è bisogno in questo caso d’identificare il leader perché l’attuale legge elettorale non lo richiede.

Stefano Rodotà: tutti a fingere di non ricordare quando stringeva lo striscione della Fiom

di Loris Campetti

Della terna regalataci dalla Rivoluzione francese il nostro tempo salva ben poco. Certamente la libertà, ma solo quella intesa come il diritto delle merci e dei capitali di viaggiare liberamente; quanto agli umani, meglio che se ne restino a casa loro. Della fraternità resta ben poco, solo un accenno nella versione caritatevole, con il ricco buono che aiuta il povero, ma a condizione che anche lui sia buono.

Via la solidarietà di classe perché il conflitto non deve più essere tra il basso e l’alto, bensì tra coloro che soffrono giù in basso. Te la do io, allora, la fraternità. E che vogliamo dire dell’uguaglianza? Meglio tacere, al massimo possiamo prendercela con i politici che sono tutti uguali in quanto tutti ladri (salvo i politici che ci attizzano contro i politici che son tutti ladri). È normale, invece, che Marchionne guadagni 500 volte più di un operaio della Fiat. L’uguaglianza è stata sepolta dalla competizione che dev’essere praticata con cattiveria (guai al buonismo, o alla bontà che dir si voglia) al piano terra.

Siccome questo insegna il nostro tempo, è logico che di un personaggio straordinario come Stefano Rodotà si ricordi soltanto ciò che non è troppo incoerente con tale scenario. Rodotà? Un collaboratore prestigioso di Repubblica. L’uomo dei diritti civili, il garante della privacy. Al massimo, il tutore della Carta costituzionale, ma questo aspetto del suo impegno un po’ infastidisce il più grande giornale italiano: anche i migliori, a volte, sbagliano.

Da Pomigliano ai voucher: riempiamo le piazze di Roma il 17 giugno

di Umberto Romagnoli

Non è stato finora osservato che la lesione subita dalla Cgil coi suoi milioni di rappresentati (oltreché dalla democrazia tout court) è qualitativamente identica a quella subita nel 2010, a Pomigliano D’Arco, dalla Fiom con le sue migliaia di iscritti (oltreché dalla garanzia costituzionale della libertà sindacale). La differenza è solo di quantità: riguarda l’entità della sbrego che è stato prodotto.

Allora, la Fiom venne estromessa dalla Fiat per non aver sottoscritto un contratto sostanzialmente imposto e l’espulsione era apparentemente legittimata dalla formulazione letterale dell’art. 19 st. lav. nella versione modificata dall’esito di un (improvvido) referendum del 1995. Nella riformulazione uscita dalla urne, infatti, la norma-pivot della nostra legislazione di sostegno sindacale subordinava la titolarità dei diritti di attività sindacale nei luoghi di lavoro alla sottoscrizione del contratto collettivo applicato nell’unità produttiva. Per ristabilire la legalità la Fiom ha dovuto rivolgersi alla Corte costituzionale, la quale ne ha ordinato la riammissione nei luoghi di lavoro emanando una sentenza appartenente alla tipologia delle sentenze c.d. additive, che sono assai infrequenti nella sua giurisprudenza. Nel 2013, ha riscritto la norma; e ciò per evitare che il dissenso di un sindacato sia punito sacrificando la libertà dei lavoratori di scegliersi la rappresentanza sindacale che vogliono.

Orbene, quel che accade oggi ripropone in misura esponenziale, fino ad ingigantirlo, il problema di come si possa reagire all’alterazione delle regole del gioco democratico quando la slealtà dell’interprete lo spinge a sfruttarne cinicamente veri o presunti difetti. Frode costituzionale. Schiaffo alla democrazia. Scippo di referendum. Strategia dell’inganno.

Piergiovanni Alleva: “I voucher, una frode all’ordinamento costituzionale”

di Giacomo Russo Spena

“Sono riusciti a peggiorare la situazione creando una specie di contratto precario in bianco, se possibile, peggiore dei voucher”. Già in passato il giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – aveva espresso dubbi sui voucher sostenendo la raccolta firme per promuovere il referendum abrogativo: “Il voucher non fa emergere ma incentiva il lavoro nero, in quanto costituisce in concreto un alibi per utilizzare lavoro irregolare”, erano le sue parole. Adesso il quadro si è, secondo lui, addirittura aggravato fino a fargli cambiare anche giudizio sull’ex premier Matteo Renzi: “Prima lo giudicavo un piccolo ignorante avventurista ma ora mi sembra un pericolo per la democrazia neanche tanto occulto”. Intanto il 17 giugno il giuslavorista annuncia la sua presenza alla manifestazione nazionale della Cgil contro la reintroduzione dei voucher e per la difesa del lavoro.

La nuova manovra economica, appena passata alla Camera, prevede la reintroduzione dei voucher: si chiameranno PrestO, con la o maiuscola, acronimo di “Prestazione Occasionale”. Professor Alleva, che ne pensa?

I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, anche se con una strumentazione giuridica diversa: per i rapporti che interessano le “piccole imprese” viene utilizzato un nuovo sottotipo di contratto di lavoro, detto “di prestazione occasionale”, che è in realtà una sorta di mini contratto di lavoro intermittente o a chiamata, ossia una delle peggiori forme di precariato mai concepite. Infatti, accoppia all’incertezza della prestazione futura una sorta di carica ricattatoria, perché, eseguita la prima prestazione, se per qualche motivo non vai bene, non sarai più chiamato. Probabilmente la nuova soluzione è peggiore della vecchia.

Anna Falcone: “Serve un’alleanza costituzionale. Così riparte il Paese (e la sinistra)”

di Giacomo Russo Spena

“In una società profondamente diseguale, che disconosce i meriti e mortifica i bisogni, la vera rivoluzione sarebbe attuare finalmente quella Costituzione che si proponeva come obiettivo principale quello di superare tali disuguaglianze e liberare le risorse e le energie del Paese”. Dopo la vittoria referendaria del 4 dicembre scorso, Anna Falcone lancia adesso un’alleanza per la Costituzione, una mobilitazione larga, aperta a tutti, e con un forte connotato civico. A breve uscirà un appello pubblico e ci sarà la conferenza stampa, intanto l’avvocata calabrese – tra un allattamento e l’altro della piccola Maria Vittoria – ci spiega il senso dell’iniziativa: “La sinistra dovrebbe sentirsi chiamata, più di altri, a un tale compito e unirsi per dare senso e futuro al suo orizzonte politico”.

Matteo Renzi ha festeggiato la netta vittoria alle primarie Pd parlando di “nuovo inizio”. L’ex premier è veramente tornato in pista più forte di prima?

Non definirei “primarie” un processo di investitura di un segretario che, avendo costruito il partito attorno a sé, eliminando ogni forma di opposizione interna che possa realmente minacciare la sua leadership, raccoglie oggi i frutti di una gestione del potere assolutamente personale e di una selezione della sua classe dirigente fondata sulla cooptazione dei fedeli e l’allontanamento dei dissidenti. Il Pd, purtroppo, si è ristretto, nelle sue ambizioni e dimensioni. E non è solo un problema di crollo degli iscritti, ma degli ideali su cui diceva di fondarsi e del suo carattere realmente ‘democratico’.

La Costituzione, cioè lo Stato antifascista

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

Abbiamo assunto l’impegno di dedicare il 2017 alla Costituzione, perché è l’anno della Costituente, l’anno delle grandi discussioni e infine dell’approvazione con un voto significativo (85%), su cui, in partenza, nessuno avrebbe potuto scommettere.

La nostra Costituzione ha sicuramente bisogno di essere attuata, in tante parti ancora carenti, ma forse, prima ancora, ha bisogno di essere pienamente conosciuta. Un illustre politologo ci disse, in un incontro all’Istituto Cervi, che c’era bisogno di un maggior “patriottismo costituzionale”. E dunque più conoscenza, più amore, non solo per i singoli articoli, spesso richiamati, ma soprattutto per i princìpi di fondo ed i valori che hanno bisogno di essere rivalutati, in un Paese troppo spesso smarrito.

Ma il primo valore che dovrebbe essere posto in luce e rilanciato è quello dell’antifascismo. L’art. 1 della Costituzione dice che la nostra è una Repubblica democratica; dunque democratica vuol dire – come affermavano gli ateniesi 430 anni prima di Cristo – il governo di molti e non di pochi e partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. E già questo basterebbe per dire che la Costituzione è il netto contrario di ogni forma di autoritarismo. Ma poi non c’è, in tutta la Carta, la parola “fascismo”, salvo nella XII disposizione finale, che vieta la ricostituzione del partito fascista.