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Eguaglianza, paesaggio e le altre parole della Costituzione da cui ripartire

di Massimo Bray, direttore generale della Treccani

Cosa dice la nostra Costituzione? In che termini vengono enunciati i principi che la ispirano, i diritti che tutela, i doveri che impone, le norme fondamentali che regolano le dinamiche della vita democratica e i rapporti tra i soggetti, singoli individui e organizzazioni, che danno corpo e voce alle esigenze, ai desideri, alle ambizioni di un intero popolo? Quali sono, in sostanza, le parole della Costituzione italiana?

Non sono domande retoriche, riflessioni destinate a un gruppo ristretto di studiosi ed appassionati, distanti dalla quotidianità di ciascuno di noi. Sono invece interrogativi più che mai attuali in un tempo in cui i cittadini si allontanano dalle istituzioni, il rispetto delle regole pare non essere più un principio inviolabile e le congetture si spacciano per conoscenza.

Riscoprire le parole della Costituzione, il loro significato più pieno e profondo, significa ritrovare lo spirito dei padri costituenti, il desiderio di rinascere di un paese prostrato dalla guerra ma fiducioso di poter costruire su basi solide un futuro di democrazia, libertà, progresso economico e avanzamento sociale nel segno della solidarietà, della dignità, della valorizzazione del lavoro e dei diritti sociali, della tutela dei beni comuni e dell’ambiente. Troviamo perciò nel testo costituzionale parole importanti, ricche di significato e allo stesso tempo semplici, comprensibili a tutti perché la Costituzione parla a ciascuno di noi, a ognuno dei membri della comunità nazionale di cui è norma e faro.

Un ripasso della Costituzione per Salvini

di Alfonso Gianni

A ispirazione e supporto della circolare diramata dal suo capo di gabinetto che intima ai prefetti di procedere ad interventi sgombero di stabili ed aree occupate senza pensare a locazioni alternative, Salvini ha scritto su Twitter che «la proprietà privata è sacra».

Una bestemmia, o una fake news per usare un linguaggio più secolarizzato. Non la pensava così Stefano Rodotà (la cui mancanza si fa sentire ogni giorno di più) che agli inizi degli anni ’80 raccolse i suoi studi sulla proprietà (e più volte ci tornò) in un libro diventato famoso Il terribile diritto. Un titolo desunto da una frase contenuta nell’opera più celebre di Cesare Beccaria: «Il diritto di proprietà (terribile, e forse non necessario diritto)». Quando fu pubblicata correva l’anno 1764.

Evidentemente per alcuni un tempo passato invano. Ma sappiamo che il progresso intellettuale non procede in modo lineare. Né qui si pretende che Salvini abbia mai letto Beccaria o Rodotà. Tuttavia dobbiamo esigere che conosca la Costituzione, su cui ha giurato diventando ministro. Essa non solo all’articolo 41 affronta il tema dell’iniziativa economica privata, esigendo che questa sia indirizzata all’utilità sociale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Ma stabilisce, nell’articolo 42, precisi limiti alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti, prevedendo in caso contrario anche l’espropriazione per motivi di interesse generale».

La Costituzione sia il faro del governo

di Alfiero Grandi

Errori? Tanti, ma non se ne può restare ostaggi. È vero che il Pd ha sbagliato respingendo la possibilità di costruire un’ipotesi di governo con i 5 Stelle. Questo ha spinto i 5 Stelle a un’intesa con la Lega. I 5 Stelle con la litania che destra e sinistra non esisterebbero più hanno aderito a un’intesa con la Lega che rischia seriamente di fagocitarli. Per evitarlo i 5 Stelle provano a reagire rilanciando i loro obiettivi caratterizzanti.

Del resto il “contratto” con cui è stato giustificato l’accordo con la Lega contiene una sommatoria di impegni. Ad esempio reddito di cittadinanza e flat tax sono scelte agli antipodi e per di più incompatibili dal punto di vista dei costi, quindi inevitabile fonte di tensioni nella coalizione. Altrimenti perché tanto impegno nel sostenere che non ci sono tensioni?

Salvini vuole incassare il maggior consenso possibile, ma la sua forzatura nel dichiarare e minacciare è anche consapevolezza che non c’è spazio per tutto e quindi chi occupa per primo le posizioni ha un vantaggio. È una coalizione con un’inevitabile competizione interna. È poco valorizzato un aspetto fondamentale che si sta rivelando decisivo: la Costituzione.

Rodotà, il maestro del diritto che ci ha indicato la via

di Gaetano Azzariti

Stefano Rodotà era un maestro del diritto ma soprattutto un maestro di vita, non solo un raffinato intellettuale anche il protagonista di trent’anni di battaglie civili. Egli era convinto che la scienza giuridica non si potesse ridurre ad un puro specialismo. Il “diritto” era da lui considerato un mezzo per garantire i “diritti” concreti delle persone (il diritto di avere diritti, recita il titolo di uno dei suoi libri). Questo l’ha indotto a ingaggiare una battaglia contro il formalismo vuoto di molti giuristi di ieri e di oggi, ad impegnarsi per la realizzazione di una effettività dei diritti.

È l’impegno civile che deve sorreggere la vocazione del giurista, che deve indirizzare le sue riflessioni. Tra i compiti dello studioso c’è quello di guardare oltre l’astrattezza delle norme per riconoscere la materialità degli interessi sottostanti, non ci si può trincerare solo dietro il “baluardo” della forma, bisogna considerare anzitutto la persona in carne ed ossa, i suoi bisogni. Oltre il diritto c’è la vita, ha scritto Stefano Rodotà.

Una buona dose di “moralismo” – di cui egli ha fatto l’elogio – ha contrassegnato il suo modo di operare e l’ha indotto a concepire il suo ruolo come protagonista attivo dell’eterna lotta del diritto per dare dignità alle persone concrete, per migliorare le istituzioni democratiche. Un giurista della società civile che ha promosso il cambiamento sempre nel senso dell’estensione dei diritti al fine di “assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (com’è scritto all’articolo 36 della nostra costituzione, una formulazione particolarmente amata da Rodotà).

Ai cittadini serve una nuova legge elettorale

di Alfiero Grandi

L’accordo di governo tra 5 Stelle e Pd – purtroppo – non ci sarà. Accordo sulle cose da fare, non l’entrata del Pd nel governo, che non era né proposto né richiesto. Poteva essere un chiaro confine verso destra. Dobbiamo a Renzi e a una resistenza troppo debole dentro il Pd anche questo fallimento. Le elezioni anticipate sono sempre più probabili e comunque accompagneranno qualunque soluzione politica si riesca a trovare. Il presidente della Repubblica può essere contrario alle elezioni anticipate ma ha margini limitati per evitarle.

Occorre usare il tempo a disposizione per i problemi urgenti (occupazione, povertà, blocco aumenti Iva, nuove regole europee, ecc.) e per approvare una nuova legge elettorale, evitando di votare di nuovo con il Rosatellum. La legge elettorale non ha l’attenzione che merita, eppure è fondamentale, è regolata dalla Costituzione e deve rispettarne i principi. Ad esempio, una legge elettorale truccata può trasformare una minoranza di voti in una maggioranza parlamentare, come con il porcellum.

Un premio di maggioranza avvicinerebbe anche la soglia dei 2/3 di parlamentari necessari per cambiare la Costituzione escludendo il ricorso al referendum abrogativo. La legge elettorale può aiutare la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra parlamentari ed elettori, oggi in grave crisi. Il parlamento è l’architrave istituzionale del nostro sistema costituzionale.

Destinazione Costituzione: i 5 punti salienti del patto su cui si è costruita l’Italia

di Carla Nespolo

Il 25 aprile è un simbolo. Simbolo di un patto che portò nel luogo dove questo patto si è manifestato e rivelato: la Costituzione della Repubblica; è la casa in cui ci ritroviamo uniti, cittadini liberi ed uguali, chiamati agli stessi diritti ed agli stessi doveri, a cominciare dalla solidarietà.

Perciò è particolarmente felice lo slogan che quest’anno campeggia sui manifesti dell’Anpi: “Destinazione Costituzione”. Infatti è proprio questo il luogo dove il patto si invera; e si aggiunge: “Antifascismo, pace, eguaglianza”, come tre contenuti essenziali del patto. L’antifascismo, e cioè il sentimento collettivo che dovrebbe unire un intero popolo che ha avuto la sventura di subire vent’anni di regime e le catastrofi da questo determinate, in primo luogo la guerra.

Ed ecco il secondo contenuto: la pace, che oggi come non mai dev’essere perseguita da tutti, davanti ai rischi che derivano dalla possibile esplosione della polveriera del Medio Oriente ed alle tante torce in fiamme che su questa polveriera hanno gettato, gettano e forse getteranno le grandi potenze, come insegna il recente bombardamento in Siria.

Serve una prova di lealtà costituzionale

di Michele Prospero

La fabbrica delle ideologie, come coscienza falsa, è pronta a riaprire. E quindi già si ripresentano in parlamento i soliti progetti per il passaggio al presidenzialismo. Anche una nuova legge elettorale (la sesta) è invocata per risolvere il male della ingovernabilità. Insomma: la solita retorica sulla riforma delle istituzioni, come pozione salvifica, che dura da trent’anni. Un accanimento così testardo postula che il voto di marzo sia stato un incidente, risolvibile solo con altre prove tecniche di semplificazione.

Gli elettori, che non hanno visto il bene supremo del vincitore incoronato a urne chiuse, vanno invitati a ripetere le operazioni di voto. Tocca però prima al grande riformatore sciogliere il nodo. Il parlamento è, per colpa esclusiva della legge elettorale, in una situazione di stallo. E, per uscirne, altro rimedio non esiste all’infuori di quello che prevede la scrittura di una nuova formula per ripetere le elezioni evitando, con fantasiosi accorgimenti tecnici, che il popolo ancora sbagli.

Questa pretesa di correggere, con alchimie strane, la volontà popolare insensibile è assurda. Anche con il meccanismo elettorale più selettivo, all’inglese, che viene celebrato dagli apprendisti stregoni come garanzia di governabilità, a marzo avrebbe consegnato una situazione di perfetto equilibrio. Le tre forze hanno infatti riportato, anche nei 231 collegi uninominali, una quantità di voti che esclude una loro traduzione in seggi tale da regalare il nome del vincitore al calar della sera. Proprio come accaduto nella quota proporzionale con le liste bloccate, anche nei collegi uninominali all’inglese si conteggiano 111 seggi per la destra, 93 per il M5S, e 28 per il centro sinistra. Nessuno dei tre poli ha raggiunto la maggioranza assoluta.

Non c’è democrazia senza eguaglianza

di Salvatore Settis

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo. Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.

Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo.

L’articolo 3 dichiara che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni.

Siria, la guerra che cambia il M5s

di Tomaso Montanari

Caro direttore, continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due).

Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.