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Non c’è democrazia senza eguaglianza

di Salvatore Settis

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo. Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.

Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo.

L’articolo 3 dichiara che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni.

Siria, la guerra che cambia il M5s

di Tomaso Montanari

Caro direttore, continuo a pensare che un governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Pd (un governo il cui presidente, la cui composizione e il cui programma dovrebbero essere l’oggetto di un confronto libero da qualsiasi pregiudiziale) sarebbe il modo migliore di uscire da questa situazione: che è del tutto fisiologica, in un sistema parlamentare, e che solo l’inadeguatezza del nostro ceto politico trasforma in uno ‘stallo’.

Lo penso perché guardo all’aspetto più clamoroso del voto del 4 marzo: quello sociale. In quel voto è tornata la lotta di classe. Senza programmarlo, senza tematizzarlo, senza nemmeno dirlo. Anche se non lo sanno, o non sono interessati a vedersi così, i 5 Stelle e la Lega sono di fatto partiti delle classi subalterne. Votati in massa soprattutto (anche se non solo) dagli ultimi, dai sommersi, da coloro che sono sul filo del galleggiamento (iniziando dai giovani precari, i nuovi schiavi), in un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio di povertà (al Sud quasi uno su due).

Mentre il Pd (e anche Liberi e Uguali) e Forza Italia sono stati votati dai salvati, dai relativamente sicuri, dai benestanti. Dunque, la faglia sistema-antisistema è sociale, prima ancora che di opinione, ed è una faglia che spacca in due il centrodestra. E quando il Pd spinge i 5 Stelle tra le braccia della Lega non obbedisce solo al puerile, irresponsabile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella del blocco sociale che condivide con Forza Italia.

Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.

Il Rosatellum scippa agli elettori il diritto di scelta: cambiamo la legge

di Alfiero Grandi, vice presidente Coordinamento per la democrazia costituzionale

Abbiamo cercato in ogni modo di contrastare la legge elettorale con cui abbiamo votato il 4 marzo. Una legge approvata con 3 voti di fiducia alla Camera e 5 al Senato, in altre parole attraverso un accordo raggiunto tra Partito Democratico, Forza Italia, Lega e il supporto di schegge politiche di scarsa consistenza. Senza trascurare che Gentiloni al momento del suo insediamento aveva detto che il governo non avrebbe imposto una sua legge elettorale, ma nell’autunno scorso il governo ha cambiato idea sotto la pressione del Pd e ha posto la fiducia impedendo qualsiasi tipo di discussione sul testo della proposta di legge elettorale. La responsabilità politica di questa legge è evidente, basta pensare che viene chiamata Rosatellum dal nome del capogruppo Pd della Camera.

Nel corso della campagna elettorale è emerso in modo sempre più chiaro che questa legge elettorale non risolve alcun problema perché non consente agli elettori di scegliere i parlamentari, perché stabilisce una continuità nella nomina dall’alto dei parlamentari come avveniva con il porcellum. Al momento del voto gli elettori si sono resi conto, almeno in parte, che il loro voto avrebbe avuto effetti imprevedibili. Tanto più che in due regioni fondamentali il voto era disgiunto (tra Presidente e liste) e gli elettori potevano esprimere fino a due preferenze di genere diverso, mentre per Camera e Senato il voto è stato veicolato entro una camicia di forza dai risultati largamente imprevedibili. Ancora adesso non abbiamo la lista definitiva degli eletti.

La deriva a destra sui migranti

di Tomaso Montanari

«Quando penso alle province del Lazio e ai suoi borghi, penso ad accogliere più turismo, che rilanci l’economia locale, e meno migranti, che invece pesano sull’economia locale. Non è questione di destra o di sinistra, ma di #buonsenso».

Questa dichiarazione di Roberta Lombardi, candidata 5 Stelle alla presidenza del Lazio, è un sintomo da non trascurare. Di quale “buon senso” si parla? Di quel senso comune, per nulla buono, per cui dei migranti non si ragiona come di esseri umani, ma come di numeri o come di minacce (la “bomba sociale”). Lo stesso “buon senso” per cui bisognerebbe «aiutarli a casa loro» (e questo l’ha scritto Matteo Renzi, dimenticando l’articolo 10 della Costituzione, che dice che l’Italia è casa di tutti coloro che non hanno i nostri stessi diritti), o sostenere mamme e famiglie italiane, «se uno vuole continuare la nostra razza» (Patrizia Prestipino, Pd).

Non cito le innumerevoli frasi di esponenti della Lega, Fratelli d’Italia e organizzazioni fasciste perché ciò che mi interessa stigmatizzare è la penetrazione di idee di fatto razziste in quello che appunto si presenta come il senso comune. È lo slittamento generale a destra, addirittura l’egemonia di questo non-pensiero, il principale avversario di ogni prospettiva democratica. Luigi Manconi e Federica Resta hanno recentemente argomentato (nel libro Non sono razzista, ma…, Feltrinelli 2017) circa i nessi tra questa indifferenza morale verso i migranti e quella verso gli ebrei, al tempo dell’Olocausto: «L’indifferenza della vita di ogni singolo in un mondo la cui legge era disinteresse per l’altro e vantaggio individuale universale» (T. Adorno).

Appello in vista del 4 marzo: non votate per chi ha attentato alla Costituzione

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Alfiero Grandi

Con il voto del 4 marzo finisce una legislatura da archiviare come una delle peggiori della storia della Repubblica. Ci si sorprende della transumanza di parlamentari da una parte all’altra, ma se i parlamentari venissero scelti dai cittadini e non nominati dai capi partito questo fenomeno non ci sarebbe.

Dall’entrata in vigore del Porcellum si sono susseguite tre legislature, una peggio dell’altra. Purtroppo anche quella che sta per iniziare avrà parlamentari eletti con una pessima legge elettorale, approvata a scatola chiusa con ben 8 voti di fiducia, che ha imposto di nuovo l’elezione dei parlamentari sulla base della fedeltà ai capi impedendo ai cittadini di sceglierli. Eppure il tentativo di manomettere la Costituzione, con metodi e contenuti stravolgenti della Costituzione del 1947, si è infranto sul voto dei cittadini che il 4 dicembre 2016 al 60 % hanno detto No. Il governo pensava di ottenere un plebiscito e invece ha perso clamorosamente.

Ritorna, tuttavia, in molti programmi elettorali la volontà di non tenere in considerazione la volontà popolare espressa con il voto del 4 dicembre. Per questo, pur comprendendo la sfiducia ed il disagio di fronte alla crisi di una politica e di una classe dirigente, non è tempo di stare alla finestra: il colpo di mano realizzato nel 2012 con la riforma dell’art. 81 potrebbe ripetersi se non ci sarà in Parlamento il massimo numero possibile di parlamentari fedeli alla Costituzione. L’astensione può solo agevolare i responsabili del tentativo di manomettere la Costituzione e dell’approvazione di questa legge elettorale.

Sardegna: bocciato il referendum dei furbetti dell’insularità

del Manifesto Sardo

L’Ufficio regionale del referendum ha dichiarato illegittima la richiesta di un referendum regionale diretto a proporre l’inserimento del “principio di insularità” in Costituzione. Il presidente del Comitato promotore ritiene incomprensibile questa decisione, definendola frutto di un’interpretazione burocratica della legge e lesiva del diritto dei sardi ad utilizzare lo strumento referendario. Pubblichiamo il comunicato del coordinamento dei comitati sardi per la democrazia costituzionale.

È singolare l’affermazione del dott. Frongia il quale dimentica o ignora che un “referendum sull’insularità in Costituzione” non ricade in nessuna delle ipotesi di referendum consultivo previste dalla legislazione sarda vigente. Come già sostenuto dal Coordinamento regionale per la difesa della democrazia costituzionale, la posizione della Corte su questa proposta è chiara e netta: non è previsto chiedere a una frazione (regionale) del corpo elettorale nazionale di esprimersi su proposte di modifica costituzionale; in tema di revisione della Costituzione il solo referendum ammissibile è quello previsto dall’art. 138 Cost.

Razzismo, a furia di forzare la Costituzione col piede di porco questo è il risultato

di Maso Notarianni

“Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Lo dice il candidato alla Regione Lombardia del cosiddetto “centrodestra”, che si rivela essere invece destra bieca e razzista.

Attilio Fontana, già sindaco leghista di Varese (una fama, bontà nostra, da moderato) spiega meglio il concetto: “È un discorso demagogico e inaccettabile quello di dire che dobbiamo accettarli, è un discorso a cui dobbiamo reagire, dobbiamo ribellarci: non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio. Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte”.

Costituzione 70 anni dopo: dal lavoro alla giustizia sociale, la Carta tradita dalla politica

di Marco Palombi e Silvia Truzzi

Il 1° gennaio 2018 la Costituzione italiana compie settant’anni e non è un caso che, come si fa con le vecchie signore, la si lasci ormai parlare senza darle retta. E dire che governare, legiferare, produrre e vivere contro la Carta è – o forse, ormai, sarebbe – la più grave forma di illegalità possibile per la Repubblica: è per evitare di ammettere questo che il pulviscolo di individui e interessi che un tempo era una comunità nazionale deve considerare la Costituzione solo come una vecchia signora un po’ svanita, persa dietro le sue fantasie di gioventù, inadatta al mondo presente, un mondo che si vuole, nei fatti, post-costituzionale. Basta leggerla per sapere che è così: diritto al lavoro, giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa. Questa non è, dunque, una celebrazione, ma il breve riassunto di un tradimento.

Un vecchio discorso e un programma per oggi

Bisogna chiedersi: a cosa serve questo «pezzo di carta, che se lo lascio cadere, non si muove»? Parole di Piero Calamandrei, uno dei padri di quel “pezzo di carta”, che così lo spiegò agli studenti milanesi in un giorno del 1955, partendo dal secondo comma dell’articolo 3 («il più importante di tutti»): È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Referendum: a un anno dal 4 dicembre 2016

di Domenico Gallo

È passato un anno da quel voto. Malgrado l’amarezza e le incertezze del tempo presente, il 4 dicembre 2016 rappresenta un tornante, una svolta nella storia della democrazia italiana. Abbiamo osservato, a suo tempo, che con questo referendum il popolo italiano ha compiuto un vero e proprio atto costituente. Precedenti a questo furono, l’insurrezione popolare del 25 aprile 1945, la scelta della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 e 3 giugno 1946, la bocciatura della riforma costituzionale imposta dal governo Berlusconi, il 25 e 26 giugno 2006.

Il 4 dicembre, in controtendenza rispetto ad ogni altra ricorrenza elettorale, gli italiani si sono recati in massa a votare, con un’affluenza alle urne del 65,47%. La riforma Renzi-Boschi è stata spazzata via con un risultato finale di 19.419.507 voti a favore del NO (pari al 59,1% dei votanti) e 13.432.208 a favore del SI (pari al 40,9%) alle urne.

Il responso è stato netto e definitivo, gli elettori ancora una volta hanno espresso fiducia nel modello di democrazia prefigurato dai padri costituenti e nei beni pubblici repubblicani che quel modello attribuiva al popolo italiano. Dopo quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore il popolo, riconfermando la validità della Costituzione, ha impedito la trasformazione – già in atto – della Repubblica in una sorta di principato, sottoposto al protettorato dei poteri finanziari internazionali che avevano dettato la riforma al governo Renzi, manifestando la loro avversione per le Costituzioni antifasciste del dopoguerra.