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Tav Torino-Lione, una bolla lunga trent’anni

di Mauro Ravarino

Ogni giorno una dichiarazione, un tweet, una sparata creano ulteriore confusione sulla questione Tav. Che venga dall’opposizione o dalla maggioranza (l’ultima, «il risparmio di tempo sarà di un minuto e 20 secondi», di Simone Valente, sottosegretario M5s) non importa: l’esito è lo stesso, una bolla incomprensibile. Proviamo a sgonfiarla e a capire quali sono i punti fermi e quelli controversi.

Si parla da trent’anni della Torino-Lione e, al tempo, fu proposta con stime di traffico assolutamente esagerate, se le guardiamo con gli occhi di oggi. Tra il finire degli anni Ottanta e i primi Novanta si faceva un gran parlare di alta velocità e le famiglie del capitalismo italiano, poco prima dello scoppio di Tangentopoli, promettevano investimenti privati che mai si sono concretizzati. La Val di Susa capì che non era oro quel che luccicava e la sigla No Tav comparve presto in questo territorio resistente. Sono passati decenni e ora la tratta contestata fa parte del corridoio del Mediterraneo, dalla Spagna all’Ungheria, e non più della defunta, per quanto ancora citata, Lisbona-Kiev.

Nel 2017, una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha ricalcolato la spesa totale del tratto transfrontaliero della Torino-Lione, ovvero quello condiviso da Italia e Francia – 65 chilometri di cui 57,5 di galleria a doppia canna -, alla luce dell’aumento del costo delle materie prime e dell’inflazione: la cifra è salita a 9,6 miliardi di euro in totale.

Basta “province”, facciamo i cantoni

di Salvatore Settis

Cento fantasmi si aggirano per l’Italia: le Province. Che andassero abolite lo sosteneva Licio Gelli e poi altri padri della patria, insistendo su questa indispensabile (per loro) misura di risparmio. Quanto fosse il risparmio non fu dato sapere fino alla lettera del Ragioniere Generale dello Stato (28 ottobre 2014) da cui risulta che “i risparmi di spesa che deriverebbero dall’abolizione delle Province non sono quantificabili” dato che “le funzioni svolte dovranno essere riallocate ad altri livelli di governo”.

Eppure la legge Delrio (2014), dando per scontata l’approvazione della riforma costituzionale Renzi-Boschi, già aboliva le Province, determinando l’attuale mostruosità giuridica, secondo cui le Province esistono, perché lo dice l’art. 114 della Costituzione vigente, e non esistono, perché così fantasticavano Renzi, Boschi e Delrio. Oggi le Province sono “enti di secondo livello” governati da un presidente (il sindaco del capoluogo) con un’assemblea di sindaci e consiglieri comunali.

La riforma Delrio (una sorta di eiaculatio praecox in attesa della riforma costituzionale poi abortita) prefigurava a livello locale lo stesso meccanismo di cooptazione, senza elezione diretta, previsto per il nuovo Senato, ma è rimasta in piedi anche dopo la solenne bocciatura di quel modello istituzionale. Risultato: non sono state abolite le Province, bensì gli elettori delle Province, cioè i cittadini. Per giunta restano al loro posto i prefetti (uno per ogni Provincia), che rappresentano il governo centrale.

Costi della politica, l’argomento scomparso dalla campagna elettorale

di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

La campagna elettorale che (faticosamente) si sta svolgendo in queste settimane, tiene sullo sfondo dei temi trattati i costi della politica, intesi come rimborsi a eletti e spese per la gestione dei corpi elettivi. L’analisi di questi numeri non può che partire dalle Camere ove, attualmente i deputati percepiscono un’indennità lorda di 11.703 euro, che diventano 5.346,54 euro mensili netti, oltre a una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato che ammonta a 3.690 euro. Si devono ancora conteggiare 1.200 euro annui per rimborsi telefonici e una cifra che va da 3.323,70 a 3.995,10 euro per i trasporti, erogata ogni 3 mesi.

Ai senatori viene invece liquidata un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto restano 5.304,89 euro, oltre la diaria di 3.500 euro, un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese che dovrebbero coprire forfettariamente le spese telefoniche e di trasporto. L’ammontare totale percepito equivale ogni mese a 14.634,89 euro per i senatori e a 13.971,35 euro per i meno fortunati deputati.

Il sito Money.it riporta uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari delle varie Nazioni europee, secondo il quale che il costo di un parlamentare italiano equivarrebbe a circa 120.500 sterline all’anno, all’incirca il doppio di quelli inglesi (circa 66.000 sterline) e molto più di quelli dei politici tedeschi e francesi, per non parlare di quelli spagnoli fermi a un sesto della cifra.

Sanità, i raggiri di Renzi per far fuori la salute pubblica

Sanità

di Ivan Cavicchi

Quello che Renzi intende fare per la sanità del futuro si può leggere nel suo documento per le primarie (Avanti, insieme) e precisamente al punto 6: “Prendersi cura delle persone”. Vi avverto non è una lettura semplice perché ambigua, paludata, ingannevole cioè è altra cosa da quello che si dice “parlar toscano” pane al pane e vino al vino. Si definisce “raggiro” il ricorso a artifici retorici per raggiungere uno scopo e “raggiratore” chi imbroglia mettendo in atto raggiri. I raggiri di Renzi sulla sanità… ma di che si tratta?

A parte dichiarare che, a proposito di welfare, si tratta di continuare quello che il governo ha fatto fino ad ora quindi di “completare il suo disegno”, il che, se si pensa ai tagli lineari, al de-finanziamento, alla defiscalizzazione degli oneri per le mutue ecc fa venire i brividi. Completare il disegno significa far fuori la sanità pubblica.

A parte promettere piani decennali per la non autosufficienza e i disabili, per il personale, per la formazione dei quali non è chiaro il meccanismo di finanziamento soprattutto se in ragione della continuità dell’azione di governo dovesse sussistere il criterio del “costo zero”.

A parte queste cose, il nodo centrale, quasi la parola chiave, della mozione di Renzi, è “protezione”. Con questo termine ci viene proposto di superare il diritto alla salute previsto dall’art 32 sostituendolo con una idea di tutela, cioè di difesa dai rischi della malattia, di chiaro stampo mutualistico. Esattamente come 100 anni fa.

Bologna all’avvio della metropoli: ecco l’insostenibile leggerezza della nuova pornografia istituzionale

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Fausto Anderlini

La ‘grande riforma’ comincia con una idiozia: la pseudo-soppressione delle province. È vero che non è tutta farina del Del Rio. Già il Pci nella sua fregola pan-regionalista di ultimo arrivato (alla costituente, seguendo la sua matrice centralista, leninista e schmittiana aveva tirato il freno) provò nei ’70 a sostituirle con i comprensori.

Allora, comunque, aveva una qualche idea rispettabile: la leadership programmatoria della Regione nella politica del ‘riequilibrio’ e l’articolazione distrettuale del territorio. Qui invece c’è un’unica idea imbecille: il taglio dei costi della politica affinchè i nuovi predatori possano pararsi il culo dando in pasto alla plebe un facile capro espiatorio. In realtà le uniche cose soppresse saranno gli emolumenti della classe politica e i costi elettorali (cioè l’abrogazione del diritto di voto dei cittadini).

Per il resto è prevedibile, e tanto più nel periodo di transizione, una drastica contrazione dei servizi e della loro efficienza a parità di spesa. In altre parole: si continuerà a spendere ma in modo improduttivo, con un costo doppio per i cittadini. Del resto la struttura della nuova governance di secondo grado vedrà all’opera un ceto politico municipalista, già incompetente di suo e drammaticamente inquinato dal dilettantismo personalistico delle nuove modalità di selezione.

Pubblica amministrazione: troppo costosa, poco efficiente e ormai anche parziale

Pubblica amministrazione

Pubblica amministrazione

di Rudi Ghedini

23,2 miliardi di euro all’anno pari all’1,5% del Pil: sarebbe questo “il costo della politica” in Italia, secondo la Uil. Gli stipendi degli eletti – consiglieri e assessori, deputati e ministri – sono una minima parte. Il grosso sta nel funzionamento ordinario delle strutture del nostro “sovrabbondante sistema istituzionale”.

Palazzo Chigi costa 15 volte la Casa Bianca, l’Assemblea regionale siciliana costa 164 milioni l’anno, cinque volte l’Emilia-Romagna. Poi ci sono i 222 Direttori generali, i 222 Direttori sanitari e i 222 Direttori amministrativi delle 222 aziende sanitarie locali. Secondo la Uil, di politica vivono direttamente o indirettamente 1,1 milioni di persone, pari al 5% degli occupati. E la politica costa a ogni cittadino 757 euro, considerando solo la platea di chi paga l’Irpef (30 milioni di contribuenti).

Per gli organi istituzionali delle amministrazioni centrali e decentrate, nel 2013, si spenderanno 6,1 miliardi: le Regioni hanno tagliato dell’11,5%, mentre la presidenza del Consiglio aumenta le spese dell’11,6%, passando da 411 a 458 milioni fra il 2012 e il 2013. Per tutte le consulenze pubbliche la spesa pare sia di 2,2 miliardi, e altri 2,6 miliardi coprono i costi di funzionamento degli organi degli enti e delle società partecipate.

Secondo il sindacato, 3,2 miliardi si potrebbero risparmiare sulle spese di funzionamento, accorpando gli oltre 7.400 Comuni con meno di 15 mila abitanti. Un altro miliardo e 200 milioni potrebbe arrivare da un taglio delle spese delle Province, un altro miliardo e mezzo da un ulteriore taglio delle uscite delle Regioni, infine 1,2 miliardi in meno di spesa potrebbero derivare da una razionalizzazione del funzionamento degli uffici periferici dello Stato.

Ancora sulla piscina dello Stadio di Bologna: chi paga?

Piscina - Foto di Silvia R. Lolli

Piscina - Foto di Silvia R. Lolli

di Silvia R. Lolli

Il 28 agosto 2013 l’assessore Rizzo Nervo alla domanda sulla situazione della piscina comunale chiusa da ormai dieci anni per problemi di stabilità delle fondamenta ci ha risposto che il Comune di Bologna aveva appena deliberato per concludere i lavori e che nel 2015 noi cittadini potremo nuotare nuovamente in questa vasca di 50 metri.

Attendiamo quindi la conclusione dei lavori sperando che i calcoli ingegneristici non si sbaglino ancora una volta; cercheremo di monitorare costantemente la situazione. Tuttavia la nostra richiesta non si limita soltanto alla speranza di nuotare d’estate, ma soprattutto alla verifica contabile dei costi che il Comune di Bologna sostiene per una manutenzione straordinaria che ci sembra più una ri-edificazione; auspicavamo poi si aprisse qualche dibattito sull’opportunità di tale scelta che non fosse chiuso all’interno di poche associazioni sportive.

Rimanendo al merito, ci piacerebbe però conoscere nei dettagli quanto costeranno le prossime opere; non concordiamo con l’assessore quando dice che la disponibilità attuale di risorse permette di finire i lavori. Riteniamo piuttosto ci sia una spesa in più per rimettere a posto lavori fatti male, non incompiuti.