Regione Lombardia: una lunga storia di scandali

di Michele Migone La Regione Lombardia del centro-destra ha una lunga storia di scandali giudiziari, arresti, permeabilità alla corruzione e, si è scoperto negli ultimi anni, di rapporti con la criminalità organizzata. Al principio, ma anche dopo, era la sanità. Ricordate l’arresto di Pierangelo Daccò, ciellino e mediatore di Roberto Formigoni con le strutture sanitarie […]

Corruzione: “L’hanno sempre fatto”, così la mazzetta diventa impunita e organizzata

di Alberto Vannucci

Un silenzio tombale è sceso nella campagna elettorale di quasi tutti i partiti sui temi della lotta alla corruzione e alle organizzazioni mafiose: questioni datate, polverose, ormai vintage in un’epoca dominata da ossessioni sulla sicurezza e dalla caccia all’immigrato clandestino. Nell’indifferenza di troppi elettori si sono così moltiplicate le candidature di impresentabili, con pregiudicati in grande spolvero e protagonisti (o comprimari) di scandali gratificati dai rispettivi partiti col collocamento in lista per un seggio sicuro.

Del resto non sembrano preoccupare o turbare il sonno dell’opinione pubblica il proliferare di politici e funzionari corrotti, né di imprenditori e professionisti corruttori, e neppure dei loro interlocutori più o meno contigui ai gruppi mafiosi – in fondo vox populi vuole che “la mafia dia lavoro, lo Stato lo distrugga”. Forse perché i “colletti bianchi” che dominano l’universo del malaffare indossano giacche e cravatte griffate, si muovono con passo felpato nelle stanze e nelle anticamere del potere, padroneggiano procedure, codici e codicilli, realizzando quella che sempre più spesso si configura come una forma di corruzione legalizzata.

Il giudice Piercamillo Davigo propose un semplice calcolo per misurare l’asimmetria nell’aritmetica del furto: quante centinaia o migliaia di anni di attività ininterrotta occorrerebbero a uno scippatore per produrre lo stesso danno economico di un singolo crack bancario, di un dissesto finanziario, delle voragini nei bilanci pubblici delle tangenti per la realizzazione di una grande opera? E come si rapportano quelle somme con l’allarme suscitato dalle due diverse categorie di soggetti?
Leggi di più a proposito di Corruzione: “L’hanno sempre fatto”, così la mazzetta diventa impunita e organizzata

L’ordinario fascismo delle ragazzate

Fascismo - Foto di Daniel Lobo

di Luca Baldissara

Non c’è quotidiano o sito d’informazione che nei giorni scorsi non abbia ripreso la notizia del saluto fascista col quale un calciatore ha esultato sul campo di calcio di Marzabotto, esibendo la t-shirt con la bandiera della Repubblica di Salò indossata sotto la maglia della squadra. Al gesto fascista – presumiamo programmato, a meno che il giovane non sia solito indossare magliette con l’effige saloina e non sia affetto dalla sindrome di Stranamore – segue l’ormai usuale e collaudata ritualità: indignazione (dell’Anpi e dell’amministrazione comunale in primis, poi di vari esponenti politici), scuse goffe e poco credibili del protagonista (avrebbe inteso salutare il padre in tribuna), presa di distanza della squadra e della società (immaginiamo la vestizione tenuta nascosta dell’aspirante saloino nella nota segretezza dello spogliatoio), denuncia da parte della destra degli eccessi d’attenzione strumentale delle “maestranze antifasciste” (così le ha definite Forza Nuova), espiazione in forma di visita al sacrario delle vittime.

Atti del genere non sono nuovi, tutt’altro. Anzi, dobbiamo riconoscere che dal 2005 – quando l’allora giocatore della Lazio Paolo Di Canio più volte sotto la curva dei tifosi compì questo stesso teatrale gesto (e non era la prima volta) – sono ricorrenti e sempre più frequenti. Intendiamoci: l’indignazione è sacrosanta. E doverosa – quanto, assai probabilmente e sulla base di precedenti simili, priva di esiti giudiziari concreti – è la denuncia per apologia di fascismo a norma della legge Scelba del 1952 da parte dei carabinieri. Condivisibili pure le parole – non troppe, in verità – di condanna ed esecrazione del gesto.
Leggi di più a proposito di L’ordinario fascismo delle ragazzate

Scuola corrotta, nazione infetta

di Francesco Masala Se l’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione), guidata dal magistrato Raffaele Cantone, dice che la legge n. 107/2015 (la Buona Scuola) è potenzialmente criminogena ci sarebbe da preoccuparsi, no? Mentre la società civile è in vacanza, come accade spesso, le due associazioni di dirigenti scolastici, di recente nascita, Nsdsevnsuc [1] e Dmlhdegacmlt [2] proclamano: […]

L’emergenza italiana è la corruzione: contro il partito unico degli affari

Corruzione
Corruzione
di Nicoletta Folli

La proposta alternativa è piuttosto semplice: perdere l’abitudine italiana di correre in soccorso del vincitore. Dobbiamo invece cercare di rallentarne la marcia trionfale in senso autoritario con qualche sassolino nelle scarpe, creando un circuito condiviso di difesa dell’etica e della Carta Costituzionale. In questa ottica è molto importante creare una “Carta del Cittadino” che ne riporti i doveri e un “Codice di comportamento degli amministratori locali”.

La corruzione

Indubbiamente soffriamo di un pregiudizio culturale: chi ruba è un farabutto, mentre chi ruba per il partito in fin dei conti non lo fa per sé e quindi è più moralmente accettabile. In realtà si tratta di un crimine peggiore, in quanto diventa un sistema di corruzione della democrazia con effetti enormemente moltiplicati. In Italia il livello delle attività illegali è purtroppo altissimo e produce una distorsione profonda di tutti i processi democratici.

Per quanto riguarda il percorso della legge elettorale, è vero che non esiste il sistema perfetto e che ogni sistema ha i suoi pregi e difetti, ma questo particolare sistema elettorale, in combinazione con le riforme costituzionali, è particolarmente pericoloso in quanto potenzialmente allenta o annulla i controlli, i pesi e contrappesi previsti dalla Carta concentrando enormemente il potere in un numero limitatissimo di soggetti.
Leggi di più a proposito di L’emergenza italiana è la corruzione: contro il partito unico degli affari

Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici

Expo a Milano
Expo a Milano
Intervista di Tommaso Cerusici a Ivan Cicconi

Tommaso Cerusici. In queste settimane è esploso lo scandalo per gli appalti di Expo 2015. Ci descrivi – dal tuo punto di vista – cosa sta succedendo nel mondo degli appalti, proprio a partire da questa ennesima vicenda di tangenti e corruzione che vede implicati politici, imprenditori e affaristi?

Ivan Cicconi. Il 17 aprile 2014 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea tre nuove direttive: le numero 23, 24 e 25, che vanno ad aggiornare le precedenti direttive europee sugli appalti pubblici; si tratta dell’aggiornamento delle regole del governo della spesa e degli investimenti pubblici. Stiamo parlando di un settore che riguarda circa il 25-30% del Pil europeo e, per quanto riguarda l’Italia, un valore che si aggira sui 300-350 miliardi di euro. Qualsiasi discorso che punti alla spending review, all’ottimizzazione della spesa e degli investimenti pubblici, non può prescindere dalle regole definite dall’ordinamento europeo con queste tre direttive. Il 25 maggio abbiamo votato: non c’è stato alcun partito politico e nessun candidato che abbia minimamente accennato a queste tre direttive europee.

Lo scandalo di Expo 2015 è il figlio di questa assoluta disattenzione rispetto alle regole che governano la spesa pubblica. Oltre a questo si somma anche la scarsa consapevolezza o – se si vuole – la totale ignoranza della classe dirigente del nostro Paese delle modifiche profonde, che sono intervenute in questi ultimi anni negli apparati produttivi, nel sistema politico dei partiti, nell’assetto organizzativo e istituzionale e nella gestione dell’amministrazione pubblica.
Leggi di più a proposito di Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici

Mose

La moralità imprenditoriale, lo scandalo Mose, Jannacci e…

di Giorgio Chelidonio

Cosa può mai entrarci un illustre geografo veronese del XVI secolo con il “magna-magna” che da decenni covava nel progetto Mose? In un articolo di ieri Gian Antonio Stella spiluzzicando fra le dichiarazioni rese ai magistrati da uno degli imprenditori indagati nello scandalo Mose ha scovato e reso pubblico (se ce ne fosse stato bisogno) il “comandamento etico” di molta, troppa imprenditoria italica : «Parliamoci chiaro: perché un imprenditore sia morale occorre rendere conveniente la moralità».

E’ pur vero negli antecedenti storici della penisola italiana gli esempi non mancano: pare che i Tirreni (meglio conosciuti come Etruschi) già nel VI secolo a. C. fossero citati come pirati, nel senso che navigavano come commercianti ma all’occasione non disdegnavano rubare o saccheggiare le comunità visitate dalle loro navi. Limitandoci a tempi più recenti il concetto era già stato musicato, nel 1975, da Enzo Iannacci: «Quelli che sono onesti ma fino a un certo punto… oh yes».

Come, dunque, fingere di stupirsi della solita Italietta italiota che pare incapace di togliersi la “fame atavica” (quella che alimentava e “giustificava” i piccoli “approfittarsene”). Nel 1975 il “patrono/vittima” della prima Tangentopoli non era ancora diventato sinonimo di decisionismo politico pigliatutto: era solo vice-segretario (e nenniano) del Psi con appena il 12% alle elezioni del 15 giugno (quasi quarant’anni fa!) di allora, quando il Pci aveva ottenuto il 33,4%.
Leggi di più a proposito di La moralità imprenditoriale, lo scandalo Mose, Jannacci e…

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi