Bologna: il Corriere della Sera censura la posizione di Legambiente sul Passante nord

di Legambiente

La redazione bolognese di RCS (Rizzoli Corriere della Sera) ha rifiutato la pubblicazione a pagamento sul Corriere della Sera della posizione ufficiale di Legambiente sul Passante Autostradale Nord.

La pubblicazione a pagamento era già stata concordata e prevista per domenica 7 giugno, ma la redazione del Corriere della Sera ha fatto comunicare all’ultima ora il suo diniego senza sentirsi in dovere di motivarlo e senza nessuna richiesta di modifica al testo.

Nessuna motivazione è stata fornita per questa decisione che costituisce una esplicita censura di una posizione ragionata e fondata su ricerche puntuali che è stata espressa in un documento e dai toni più che corretti.
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Ernesto Galli della Loggia: chiudere alcune decine di università in Italia?

Università - Foto di Ciocci
Università - Foto di Ciocci
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

L’editoriale del Corriere del 28 giugno, a firma Galli della Loggia, fa esplicito riferimento al mondo dell’istruzione, della scuola, della cultura, come purtroppo raramente accade. A prescindere da alcune tesi assai discutibili e in certa misura bizzarre, come l’assimilazione di Renzi e Berlusconi, “sia pure con contenuti diversissimi”, il messaggio forte che il pezzo porge nel suo complesso è netto: ci vuole più cultura. L’Italia “ha bisogno di più scuola, di diventare più istruita”.

Come non rallegrarsene? Da operatori del mondo dell’istruzione non dovremmo far altro che gridare “evviva!” E tuttavia… Saltando l’amletica domanda che l’opinionista si pone, e cioè se Renzi “capirà che perché muti il futuro deve mutare il passato”, non per altro, ma perché la troviamo del tutto incomprensibile, persino Dio avrebbe qualche problema a cambiare il passato, troviamo poi un encomiabile rinforzo della tesi principale.

Come Renzi otterrà tutto ciò, ovvero più istruzione, più cultura? “Per prima cosa approntando gli strumenti nuovi e insieme rinvigorendo tutte le occasioni, le istituzioni, le sedi, nelle quali possano crescere gli studi, prendere forma o diffondersi i nuovi saperi del mondo e sul mondo; moltiplicando i luoghi ecc.”.
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Qualche considerazione sull’articolo di Aldo Grasso e l’immagine di Landini

Maurizio Landini - Foto da Wikipedia
Maurizio Landini - Foto da Wikipedia
della Fiom Cgil di Bologna

In un articolo sul Correre della Sera, Aldo Grasso (commentatore televisivo fra i più noti) accusa sostanzialmente Maurizio Landini di essere un furbo comunicatore televisivo, attento più alla propria immagine mediatica che ai problemi concreti dei lavoratori. In poche parole, di non essere vero. Detto da uno che percepisce un lauto stipendio – sicuramente di gran lunga superiore a quello del nostro segretario – solo per guardare la tv e scrivere qualche commento da una posizione privilegiata, la cosa ci provoca un poco di stupore e un poco di fastidio.

Il dottor Aldo Grasso potrebbe infatti, prima di scrivere, informarsi meglio. E allora scoprirebbe che Landini la maglietta della salute alla James Dean – così dice Grasso – non la porta solo da quando va in tv, ma da sempre, come tutti i lavoratori che lo hanno conosciuto sanno bene. Allo stesso modo, tutti i lavoratori sanno benissimo, per averlo visto e sentito migliaia di volte nelle fabbriche, che Landini ha davvero un spiccato accento emiliano, e che Landini ha davvero quell’ aria un po’ scarmigliata.

Insomma, capiamo bene che per uno come Aldo Grasso, che per mestiere deve quotidianamente intrecciare rapporti insani con la suprema finzione catodica, il rischio maggiore sia quello di considerare tutto fittizio, ma, attenzione dott. Grasso! nel grande teatro della vita esiste anche qualcosa di vero. E la verità è che Landini è vero, anche in tv; almeno per quel tanto di verità che il mezzo televisivo consente a chiunque. Al contrario, sarebbe interessante sapere qualcosa di Aldo Grasso; se esiste, se è reale, o se dietro quella vignetta che accompagna i suoi articoli, non si celi in realtà un inquietante nulla tipografico.
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Là dove la ragione vacilla: risposta a Panebianco sul Corsera a proposito di immigrazione

Lavoro immigrati - Foto Cau Napolidi Maurizio Matteuzzi

Dal compianto maestro e amico Pierugo Calzolari avevo appreso la lezione del “rasoio di Hanlon“, che il suddetto, da signore qual era, sintetizzava così: “non attribuire a malizia ciò che può essere adeguatamente spiegato con l’incompetenza”; e che io, popolano e tutt’altro che signore, formulerei invece così: “prima di pensare alla malizia prendi in considerazione l’idiozia”.

Ho usato questa massima in senso kantiano, facendola mia, in specie in considerazione della miseria umana. Ma c’è un limite a tutto, come diceva Totò, ogni limite ha la sua pazienza. Leggo sul Corriere della sera:

“Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico”.

Be’, qui il rasoio non mi sorregge. È un passo di “mein Kamf”? No, è di Panebianco, ed è uscito sul nostro giornale di più consolidata tradizione. Che dire? Selezioniamo dunque i cristiani, meglio, i cattolici? O magari gli misuriamo gli attributi, perché appunto abbiamo bisogno di più nascite? Si rimane veramente senza parole. E qui il “rasoio” non regge. Non può essere che si arrivi a tanto. E allora, che spiegazioni darsi?
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Lettera aperta al direttore del Corriere della Sera: non disonori scuola e giornalismo

Corriere della Sera
Corriere della Sera
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Caro De Bortoli,

a prescindere dalle opinioni personali, Lei mi sembra una persona acculturata e intelligente. E allora non posso trattenere in me una domanda, qualcosa che mi preme da dentro, e che sono costretto a, come direbbe Husserl, rendere oggettiva nell’esternalizzazione.

Ma come può un giornale come il Suo, un giornale che fu di Albertini, in cui trovarono luogo i pensieri di Bontempelli, Croce, D’Annunzio, Ada Negri, Pirandello, Buzzati, Montale, Pasolini, tanto per citare qualche esempio, ospitare un articolo come “Scuola, la formula magica non esiste”, di Roger Abravanel? Basti la chiusa: “Ma oggi, come paventato da Andrea Ichino su questo quotidiano, il governo Letta sembra voler buttare a mare questa possibilità, continuando a ribadire i vecchi stereotipi delle ‘risorse da restituire alla scuola’, ignorando che il (lieve) miglioramento della scuola italiana di questi anni è avvenuto proprio in corrispondenza dei famigerati ‘tagli'”.

Offenderei la Sua e la mia intelligenza a commentare. A voler tacere del fatto che Letta, al di là delle belle parole, non ha restituito un bel niente, e ha continuato a tagliare quanto e più di chi lo ha preceduto (vuole i dati, Direttore? Si trovano dappertutto, del bilancio dello Stato si tratta, basta guardare i numeri, che, a differenza di certi giornalisti, dicono la verità).
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American University - Foto di Ryan Kelly

La genuflessione al dio mercato: a proposito di università e meritocrazia

di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Sul Corriere della Sera del 2 novembre scorso, a pagina 3, compare un articolo di Gianna Fregonara dal titolo Ma il Merito (come sempre) può attendere. Sono veramente tante le occasioni di riflessione. La prima delle quali, ci si perdoni, è se una persona che non pratica l’università, né la scuola, abbia titolo di pontificare su materie delle quali ha comprensione assai lasca e avulsa dalla realtà.

Il giornalismo, quando si entra in certi temi, è un’arma a doppio taglio: da un lato divulga messaggi, magari anche coerenti, dall’altro rivela la profonda ignoranza di un ambiente e di un ambito la cui comprensione è direttamente proporzionale al vissuto. L’autrice parte dall’affermazione che il sistema americano, divinizzato ovviamente, “ha classifiche per tutto dalle facoltà agli insegnanti che sulla base della valutazione vengono assunti o licenziati”.

Sicura, signora? Chi c’è dentro testimonia che valgono le solite leggi di favoritismi e di alcova, solo espressi in modo diverso. Ma mi sbaglierò io, sicuramente, gli americani sono una razza superiore. Qualche collega, o ex allievo (visto che ormai abbiamo più allievi all’estero che in Italia), mi dice “ma sai, quella è l’amante del preside”; si sbaglierà di certo, linguacce. Gli americani sono perfetti. Ma di tutto quell’articolo, tra il banale e il disinformato, spicca una frase che non può essere passata sotto silenzio: “Alla fine la valutazione spetta al mercato”.
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Fondazione Luigi Pintor, i nuovi corsivi: le lobby e la sinistra

Loggy - Foto di Julia Manzerova
Loggy - Foto di Julia Manzerova
di Valentino Parlato

Sul Corriere della Sera di sabato 6 luglio 2013, Michele Ainis scrive un ottimo editoriale per denunziare la resistenza dell’attuale governo a definire una normativa sulle lobby. Si tratta di una resistenza che diventa complicità con poteri fuori legge che fanno legge, che decidono su posti di comando (così un capo della polizia diventa presidente di Finmeccanica). E su un sacco di altre scelte economiche e politiche.

Ma ancor prima di una legge sarebbe opportuno che governo e parlamento rendano pubblico un censimento di queste lobby, che vivono e operano in segreto o quasi, prendendo decisioni che influiscono sul complesso della vita del nostro sciagurato paese.

Sempre Ainis ci dice che ben 54 progetti di legge sono andati in fumo; prova clamorosa del rifiuto di questi centri di potere di una qualsiasi normativa che tenti di regolare il loro agire. E Ainis aggiunge “C’è un che di sbilanciato nel rapporto che le grandi corporazioni private intrattengono con le istituzioni pubbliche. Potenti e prepotenti le prime, impotenti le seconde”.

Queste cose si debbono leggere sul Corsera (che Luigi Pintor chiamava Il Corriere dello Zar) mentre poco ci arriva da quella parte, che , sia pure sottovoce, si dice di sinistra?
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Scuola, referendum di Bologna: quello che Polito non dice

Referendum scuola pubblica
Referendum scuola pubblica
di Francesca Coin

Il Corriere della Sera di lunedì 20 maggio ospita in prima pagina un articolo di Antonio Polito sul Referendum consultivo sui finanziamenti pubblici alle scuole paritarie private previsto a Bologna per il 26 maggio. È un onore che il Corriere nazionale si occupi di una vicenda locale. Sino ad ora, infatti, non aveva seguito granché la campagna referendaria. E tuttavia, l’articolo di Polito contiene numerose inesattezze. A partire dal tono allarmato dell’articolo, che parla di “scuola in ostaggio”, di “sfida ideologica”, di “assestare alle urne un colpo forse letale alla giunta guidata dal sindaco pd Virginio Merola”, l’articolo ha toni allarmistici che poco rappresentano i contenuti e il significato della campagna referendaria, nonché i principi dei cittadini che vi partecipano.

Tanto per spiegare a chi non ha seguito, la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private nasce qualche anno fa, dalla preoccupazione di quelle famiglie, mamme e papà, costrette a confrontarsi ogni anno con l’esclusione scolastica dei loro figli. I tagli alla scuola degli ultimi anni, congiunti a un rapido processo di riforma, hanno infatti colpito duramente la scuola pubblica, notoriamente stremata dall’assenza di fondi e infrastrutture. A Bologna, il problema più grave è stata l’incapacità del sistema integrato della scuola per l’infanzia di garantire un posto a scuola a tutti i bambini di Bologna, al punto che, come raccontano molte famiglie, ogni anno c’era qualcuno che doveva apprendere, non senza un senso di umiliazione, che per i loro figli posto a scuola non c’era. Venendo ai dati, erano 423, nel 2012, i bambini rimasti senza possibilità d’accesso alla scuola per l’infanzia, e nonostante il Comune abbia improvvisato soluzioni d’emergenza, 103 di loro sono rimasti a casa.
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Finanziamenti alle scuole private: non si può ragionare solo sulla massima convenienza

Comitato Articolo 33
Comitato Articolo 33
di Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Antonio Polito, sul Corriere del 20 maggio (La scuola in ostaggio di una sfida ideologica), mi gratifica di una citazione da “il manifesto” a riprova dell’eccessivo crescendo di toni riguardo al prossimo referendum bolognese sui finanziamenti alle scuole privare (Il modus ponens, la Costituzione e un sacco di carbone).

Al di là delle disquisizioni tra “onere” e “finanziamento”, troppo sottili per me, ammetto, probabilmente per un mio difetto di intelligenza (non posso non confessare che mi vengono in mente subito il sesso degli angeli, il flogisto e il dibattito sulle forse vive), ritenevo e ritengo di avere dato un messaggio molto chiaro in quell’articolo: i problemi etici non si risolvono, almeno nella tradizione greco-latino-cristina, con l’analisi economica della massima convenienza, come fanno Stefano Zamagni, Virginio Merola e molti altri. Forse un discorso etico si potrebbe fare anche prescindendo dal “cosa costa di più”, e dal “cosa costa meno”, magari anche in tempi di crisi economica, almeno così mi pare di capire dai classici del pensiero etico, a cominciare, tanto per citare il più famoso, dalla Critica della Ragion Pratica.
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