Parigi: voci dalla città assediata

Parigi assediata
Parigi assediata
di Luca Mozzachiodi

Parlare per strada con i passanti è un segno di urbanità, anzi è l’urbanità, non si parla nelle campagne dove non ci sono strade percorse a piedi e dove il concittadino assumeva piuttosto i tratti del pellegrino o del viandante, pericoloso o benefico, umano o divino ma comunque estraneo, non prossimo come chi attraversa la strada della tua stessa città. Parlare per strada poi in una città specifica e in un particolare momento storico come la Parigi di questa fine del 2015 è anche un elementare forma di preoccupazione per la salute, diciamo così anche se è una metafora reazionaria, della democrazia.

Questo semplice atto che pure dà molte informazioni su come viene percepita la realtà non è poi molto praticato, al punto da stupire chi lo compie con quel tanto di socratico e antieconomico che comporta impiegare tempo a fare domande e a rispondere, tuttavia era nel complesso e probabilmente resta il modo migliore di capire come davvero si vive a Parigi in questo Stato di Emergenza. Abbiamo dunque interrogato alcuni parigini e alcuni turisti sulla loro opinione riguardo ai fatti recenti e, seppur senza pretesa di rilevanza statistica ma piuttosto umana, ne sono emersi tratti dominanti per nulla rassicuranti.
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Vive la France?

Vive la France? Testimonianza di due attivisti arrestati

di Luca Mozzachiodi

Parigi non è più un sogno, finisce così l’articolo-memoriale di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, due giovani attivisti per l’ambiente portoghesi che hanno fatto sulla loro pelle le spese dello Stato di Emergenza e dei poteri speciali concessi alla polizia di Parigi e i tratti sono più quelli di un incubo allucinato. Nel proseguire il report che si concluderà con le riflessioni su alcune interviste mi è parso ineludibile il dovere di portare a conoscenza degli abusi legittimati (ah i controsensi della reazione!) nei confronti delle proteste e dei cittadini da parte della polizia, soprattutto durante la Cop21 che si è appen, e deludentemente conclusa. Per questa ragione, grazie alla gentile concessione e collaborazione degli autori, do qui di seguito la traduzione italiana, la prima, del loro testo e mi associo nell’appello finale a rompere il silenzio che ha tutta l’aria di essere desiderato, come ogni volta che una liberaldemocrazia passa il segno.

Questo è pertanto un articolo con la più viva preghiera di diffusione
Vive la France? (di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, traduzione di Luca Mozzachiodi)

La scorsa domenica, il 29 novembre, io e il mio fidanzato Vicente abbiamo deciso di andare a Place de la Republique per vedere come stava procedendo la Marcia Globale per il clima. Io sono una studentessa Erasmus, studio filosofia e antropologia, vivo a Parigi da Settembre e Vicente era venuto a trovarmi quel finesettimana. Guardavo da un mese i cartelloni per strada e in metropolitana e controllavo le pagine facebook riguardo alle iniziative che stavano venendo organizzate. Alla mia università (Parigi Diderot 7) già settimane prima di COP21 si tenevano dibattiti e proiezioni e c’erano pranzi vegani di gruppo gratuiti organizzati dagli studenti. Mi pareva gran cosa trovarmi per la prima volta in una città che si univa per agire, che discuteva e che si organizzava intorno a questioni tanto importanti come l’ambiente, il clima e la Natura.
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Vecchia e nuova Parigi: alla ricerca di ciò che non viene raccontato

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Volare a Parigi di questi tempi è una sensazione strana, s’intende per un piccolo borghese medio italiano, ci si sente caduti dentro la storia per caso, non quella ovviamente di lungo periodo ma quella dei rivolgimenti, dei gesti imprevisti e dell’evento che, almeno un po’ sparpaglia e poi riordina le carte del gioco della politica e della vita di ogni giorno, quella insomma da cui di solito noi ci sentiamo fuori e che ci limitiamo a vedere alla televisione. Certamente andando là non si parte dal nulla ma le informazioni che riceviamo da internet, dalla televisione e dai giornali, oltreché dall’antichissimo passaparola comunque generano un sostrato di attesa.

Almeno in parte è stato confermato: immancabili i militari schierati con armi pesanti al primo aprirsi della porta che immette nell’aeroporto di Beauvais e poi ovviamente per le strade della capitale e davanti a tutti i monumenti, autoblinde e camionette, in certe zone più di cinque per squadra e ovunque polizia intenta a perquisire e volanti a sirene spiegate, tutto come atteso, compresi controlli sistematici all’ingresso di edifici pubblici e centri commerciali, con tanto di volantino appiccicato che ammonisce “in considerazione dei fatti recentemente avvenuti nella regione dell’Île-de-France”.

A prescindere però da questi effetti più esteriori dello stato di cose presente in quella città occorre cercare di capire quello che ci dicono le strade e che spesso i media non sanno o non vogliono dire, passeggiare per quelle strade e per quei viali significa muoversi dentro la capitale indiscussa della cultura europea ed è stato detto da molti e delle più diverse origini: in confronto a Parigi larga parte dell’Europa non era che una chiazza bianca sulla carta geografica ed è poi diverso oggi? Quanto sappiamo dell’est Europa, dei Balcani, della Penisola Iberica? Cioè quanto se ne può sapere mediamente senza che sia il prodotto di una volontà di studio specifica?
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