Venti di crisi: le difficoltà di Coop Alleanza 3.0

di Roberto Vezzelli, aderente a Modena Volta Pagina, cooperatore per 45 anni, già presidente di Legacoop Modena e di cooperative di produzione e lavoro

La notizia apparsa in questi giorni inerente al processo di riorganizzazione-ristrutturazione avviato nella grande cooperativa di consumo Coop Alleanza 3.0 (dichiarati oltre 754 esuberi di impiegati) la rimette, dopo la comunicazione dei risultati del bilancio 2017, sotto i riflettori e sotto l’attenzione dei portatori di interesse dei territori ove essa opera. Coop Alleanza 3.0, nata dalla fusione delle tre cooperative di consumo emiliane di Modena-Ferrara, Reggio Emilia e Bologna sta faticando pesantemente nella gestione industriale.

Essa ha realizzato pesanti perdite nel 2017. Coop Alleanza 3.0 non è riuscita a controbilanciare e neutralizzare le difficoltà gestionali attraverso la leva finanziaria creata dalla forbice tra incassi e pagamenti e dai risultati derivanti dall’uso del grande prestito da soci, situato sui libretti individuali, utilizzando il differenziale tra quanto riconosciuto come interesse ai soci prestatori e quanto ricavato dal suo investimento in attività finanziarie.

Tale leva finanziaria ha avuto ed ha un ruolo decisivo nel supportare i risultati economici complessivi dei bilanci annuali della cooperativa ed è un suo elemento positivamente distintivo. La integrazione tra le tre cooperative precedenti, a suo tempo avvenuta e sostenuta con grande enfasi comunicativa, non evidenziava elementi importanti di innovazione del modello imprenditoriale e di gestione industriale ma è apparsa una “sommatoria” in continuità di gestione, senza indicare come affrontare i nodi e le criticità che integrazioni tra imprese di quel genere e di quella dimensione inevitabilmente propongono.
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Cooperativismo e liberismo: come si è persa la coralità delle voci politiche

di Sergio Caserta

Nella mia trascorsa attività di cooperatore, iniziata a metà degli anni Settanta come fondatore di una cooperativa e poi divenuta attività professionale per lunghi anni, ho avuto modo per le diverse esperienze e situazioni vissute di conoscere a fondo l’organizzazione della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, oggi ribattezzata sinteticamente “Legacoop”.

La cooperazione italiana, sorta agli albori della storia del movimento operaio e passata attraverso la prima rivoluzione industriale e le due guerre mondiali, è diventata nel secondo dopoguerra un esteso e forte movimento economico di imprese associate, con milioni di soci cooperatrici e cooperatori. Come nel sindacato anche nella cooperazione esistevano ed esistono componenti politiche e culturali, e come nel sindacato anche nella cooperazione non si è mai giunti all’unificazione delle associazioni pur richiamandosi agli stessi principi di mutualità, a causa della forte influenza ideologica e politica che i partiti hanno avuto e mantenuto sulle strutture organizzative delle rispettive associazioni.

Tant’è che esistevano ed esistono la Legacoop, la Confcooperative e l’Unione cooperativa come esistono CGIL-CISL e UIL, tranne la breve esperienza subito dopo la guerra nel sindacato e quella più significativa ma anch’essa cessata della FLM sindacato metalmeccanico che riuniva FIOM,FIM e UILM. Questa divisione era di matrice ideologica, all’epoca dei due blocchi e dei muri, fu poi fortemente politica per le strategie che le diverse organizzazioni portavano avanti, nelle rivendicazioni e nel proselitismo che aveva un connotato di adesione a valori e principi di carattere generale. Il liberalismo e il cattolicesimo sociale così come il marxismo e l’egualitarismo socialista non erano elementi accessori.
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Una notte al supermercato per capire dove va il mondo del lavoro

di Christian Raimo

Il rumore bianco dei frigoriferi che si amplifica, la luce dei neon che si allarga sui corridoi tra le merci che paiono assopite sugli scaffali in attesa di clienti, una musichetta in sordina trasmessa da una filodiffusione che sembra una radio lasciata accesa sovrastata dal clangore ottuso dei transpallet manuali che caricano i colli appena arrivati, un ticchettio che non si capisce se provenga da un rubinetto che perde da qualche parte sul retro o da un orologio industriale: fare la spesa in un supermercato di notte è un’esperienza lunare.

Che siano le due o le cinque, non è tanto il tempo a essere sospeso, ma l’ordine sociale; dopo mezzanotte chi entra qui ha quasi sempre l’andare di un turista galattico o la faccia di uno scampato.

Uomini che indossano la tuta e i mocassini; gruppi di sedicenni in fame chimica che fanno incetta di kinder cereali; impiegati hipster che allentano la cravatta e si rilassano nell’atmosfera placida dei nonluoghi riscaldati dalle confezioni pastello dei prodotti; tifosi post-partita ubriachi che cercano di assumere un tono convincente con il cassiere per farsi dare una birra e finiscono per ripiegare sul chinotto; vecchi amici con i capelli lunghi grigi da ex metallari e zainetti e marsupi che vagano tra le corsie discutendo di animalismo, tisane e marche di biscotti; coppie d’innamorati che in una parodia dello shopping famigliare alle tre di notte si lanciano cartoni del latte al volo e si fanno i selfie con gli omogeneizzati per mostrarli a quegli amici che non ci credono che si può fare la spesa a quest’ora. E poi gli habitué delle ore più piccole: le prostitute, i trans, i tassisti, e i vecchi, i vecchi pensierosi, semisonnambulici, magari con un completo stazzonato sopra il pigiama e le scarpe da trekking ai piedi.
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Socialismo e imprese cooperative: un connubio ancora possibile?

a-cooperative

di Gianfranco Sabattini

In un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità del socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.

Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
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Manifestazione per i rom

Rom: dove sono andati i soldi?

di Sergio Bontempelli

Ecco una notizia che, raccontata nel modo sbagliato, farebbe felice Salvini: per accogliere i rom nei centri di accoglienza, il Comune di Roma ha speso otto milioni nel solo anno 2014, circa 33mila euro a famiglia. È la somma che si ricava dalla ricerca Centri di Raccolta S.p.A., diffusa recentemente dall’Associazione 21 Luglio: l’anno precedente, la stessa 21 Luglio aveva accertato che per la gestione degli otto “villaggi della solidarietà” (cioè dei campi nomadi regolari e attrezzati), si erano spesi 17mila euro per nucleo familiare [si veda Campi Nomadi SpA, pag. 48].

Avete presente Crozza quando imita Salvini, e fa pronunciare al leader del Carroccio la fatidica frase «vi do un dato…»? Nel nostro caso, il Matteo padano potrebbe dire «vi do un dato: ogni famiglia rom riceve dal Comune di Roma 1.400 euro al mese se abita in un campo, e più di 2.700 euro (sempre al mese) se accolta in un centro di accoglienza». E a raccontarla così, vien proprio da pensare che sono dei privilegiati, questi “zingari”.

Il problema è che la storia non è andata affatto in questo modo: perché i rom, in realtà, non hanno mai beneficiato di questo fiume di denaro. A riempirsi le tasche sono state cooperative, imprenditori e aziende, che in molti casi figurano anche nelle inchieste su Mafia Capitale. Ma andiamo con ordine.

Come (non) funzionano i centri di raccolta

Dunque – dicevamo – il Comune di Roma ha stanziato otto milioni di euro per i cosiddetti “centri di raccolta”: strutture dove i rom vengono alloggiati temporaneamente, di solito dopo uno sgombero, in attesa di trovare sistemazioni migliori (almeno in teoria).
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Lavoro - Foto di Daniela

Imprese sociali più forti della recessione: dipendenti raddoppiati negli ultimi 10 anni

Mentre l’occupazione in Italia continua a rappresentare un’emergenza, qualche segnale di ottimismo arriva dal settore delle imprese sociali: in 10 anni il numero e i dipendenti di queste aziende sono raddoppiati e il saldo occupazionale resta comunque migliore rispetto alle aspettative del complesso dell’imprenditoria italiana.

È quanto emerge dall’indagine Excelsior di Unioncamere sul settore, che evidenzia anche come siano in particolare le figure di alto profilo e il personale con elevato livello di istruzione e di esperienza i lavoratori sui quali queste imprese puntino maggiormente per sostenere la crescita. «Le imprese sociali si confermano un soggetto di rilievo nel tessuto produttivo del nostro Paese. Perché costituiscono un modello di impresa che crea maggiore occupazione e produce innovazione sociale», ha spiegato il segretario generale di Unioncamere Claudio Gagliardi, presentando l’indagine nel corso delle Giornate di Bertinoro per l’economia civile, promosse dall’Aiccon – Un modello che dimostra di saper combinare la crescita economica con il benessere sociale, con una sempre stretta integrazione tra imprese “non profit” e imprese “profit”».

Tra il 2003 e il 2012 – evidenzia l’indagine -, il numero di imprese sociali è passato in termini assoluti da circa 8.500 a circa 17.600 unità, con una crescita più marcata nel Mezzogiorno (+136%). Il numero dei dipendenti è aumentato del 114%, arrivando a sfiorare le 474.000 unità. Forse anche per questo andamento in controtendenza rispetto al resto del mercato del lavoro, gli imprenditori sociali si mostrano più ottimisti per il 2014, prevedendo di effettuare 31.550 assunzioni, a fronte di 35.240 uscite: il saldo resta negativo dello 0,8% ma è comunque migliore alla media nazionale (-1,5%).
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