Venti di crisi: le difficoltà di Coop Alleanza 3.0

di Roberto Vezzelli, aderente a Modena Volta Pagina, cooperatore per 45 anni, già presidente di Legacoop Modena e di cooperative di produzione e lavoro

La notizia apparsa in questi giorni inerente al processo di riorganizzazione-ristrutturazione avviato nella grande cooperativa di consumo Coop Alleanza 3.0 (dichiarati oltre 754 esuberi di impiegati) la rimette, dopo la comunicazione dei risultati del bilancio 2017, sotto i riflettori e sotto l’attenzione dei portatori di interesse dei territori ove essa opera. Coop Alleanza 3.0, nata dalla fusione delle tre cooperative di consumo emiliane di Modena-Ferrara, Reggio Emilia e Bologna sta faticando pesantemente nella gestione industriale.

Essa ha realizzato pesanti perdite nel 2017. Coop Alleanza 3.0 non è riuscita a controbilanciare e neutralizzare le difficoltà gestionali attraverso la leva finanziaria creata dalla forbice tra incassi e pagamenti e dai risultati derivanti dall’uso del grande prestito da soci, situato sui libretti individuali, utilizzando il differenziale tra quanto riconosciuto come interesse ai soci prestatori e quanto ricavato dal suo investimento in attività finanziarie.

Tale leva finanziaria ha avuto ed ha un ruolo decisivo nel supportare i risultati economici complessivi dei bilanci annuali della cooperativa ed è un suo elemento positivamente distintivo. La integrazione tra le tre cooperative precedenti, a suo tempo avvenuta e sostenuta con grande enfasi comunicativa, non evidenziava elementi importanti di innovazione del modello imprenditoriale e di gestione industriale ma è apparsa una “sommatoria” in continuità di gestione, senza indicare come affrontare i nodi e le criticità che integrazioni tra imprese di quel genere e di quella dimensione inevitabilmente propongono.
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Castelfrigo, il distretto delle carni: finte coop, stranieri sotto ricatto

di Giulia Zaccariello

Lavorare per 10, 12 ore, a volte addirittura 14. In un solo giorno. Con pause per il bagno conquistate con fatica, quasi fosse una concessione, mentre quintali di carne scorrono veloci sul nastro: i ritmi impongono a ciascun operaio di pulire decine, anche centinaia di pezzi. Sono questi i racconti che fanno da sfondo alla protesta degli ormai ex-operai in appalto della Castelfrigo, azienda di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, dove si sezionano parti di maiali, in particolare pancette e gole.

Qui i lavoratori lasciati a casa nell’autunno del 2017 dalle coop Work Service e Ilia D.A (a cui la Castelfrigo aveva dato in appalto i servizi di logistica) hanno superato il 90esimo giorno di sciopero. E da oltre un mese stanno vivendo, giorno e notte, davanti allo stabilimento, nelle tende montate dalla Flai-Cgil, dandosi il cambio per il presidio notturno e combattendo il freddo umido che punge la pianura, allungando le mani su una sorta di bidone stufa, utile anche per scaldare il cibo.

Sono tutti stranieri, arrivano in gran parte dall’Albania, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio e dalla Cina. “Perché accettiamo queste condizioni? Il più grande problema di uno straniero è rinnovare il permesso di soggiorno e per farlo abbiamo bisogno di un contratto. È un ricatto”. E così spesso firmano di tutto, diventano soci o addirittura presidenti delle cooperative. Lulja Harum, 30enne albanese, ad esempio, è stato per molto tempo presidente di una cooperativa a sua insaputa.
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Crisi, territorio e Coop Costruzioni: l’emblema del fallimento

di Sergio Caserta

La Coop costruzioni è l’emblema della crisi, non solo di un’azienda significativa ma anche del modello di governo e di sviluppo di un territorio, in questo caso Bologna, ma che si può estendere a tutta le Regione Emilia Romagna a al Nord Italia. Il settore edilizio ha subito più di ogni altro le conseguenze del ciclo economico negativo ma è quello cresciuto di più nel periodo precedente, addirittura in misura ipertrofica. Infatti, se si osservano i dati ISTAT della produzione nelle costruzioni, si nota come fino al 2009 il comparto è lievitato in misura rilevante ( + 35%), per poi precipitare molto al di sotto dell’inizio del rilevamento (-50%).

Cosa indicano questi dati? Quel che è avvenuto nel nostro paese ed anche in Emilia Romagna: si è dato libero sviluppo ad un’espansione edilizia senza limiti, consentendo di modificare in senso espansivo i piani regolatori esistenti, passando ad un’urbanistica contrattata liberamente tra Enti locali ed imprese di costruzioni, in una logica di puro mercato che, in cambio di pochi spiccioli di opere pubbliche, ha concesso deroghe a tutti gli indici di fabbricazione.
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Foto di Paolo Margari

Emilia Romagna, la coop non sei più tu

di Gabriele Polo

«Caratteristica della cooperazione è occuparsi non dell’interesse di pochi individui, o di una classe ristretta, ma dell’interesse di intere classi; di essere animata non da uno spirito egoistico ma da un vasto e liberale spirito di simpatia e di fratellanza». Nel 1886, Ugo Rabbeno, cattedratico socialista reggiano, presentava così la prima assise nazionale del movimento cooperativo, 100 delegati in rappresentanza di 248 società e 70.000 soci che – ispirandosi ai 28 lavoratori inglesi riunitisi nel 1844 nella società dei Probi Pionieri di Rochdale – qualche anno dopo fonderanno la Lega delle Cooperative e Mutue, quella che esiste ancor oggi, nota ai più per i suoi supermercati. Solo sette anni più tardi, lo stesso Rabbeno sollecitava delegati e soci a combattere la falsa cooperazione che può aver origine «nelle società di speculazione, che assumono parvenza di cooperative, per ottenere la maggiore libertà di costituzione legale e i favori concessi dalla legge e per tentare di attirare l’interesse del pubblico». Parole centenarie che sembrano pronunciate ieri.

Nate nella seconda metà dell’800, subito dopo le società di mutuo soccorso, «per assistere i lavoratori dai rischi della disoccupazione, degli infortuni, della malattia, dalle speculazioni sui prezzi dei beni di consumo e per trovare risposte alla mancanza di lavoro», oggi le cooperative sono diventate qualcosa di molto diverso. Una delle maggiori realtà economiche, a partire dal peso delle loro associazioni più importanti, Lega e Confcooperative, «rossi» e «bianchi», che vantano numeri impressionanti: rispettivamente, 8,5 e 3 milioni di soci, hanno 480.000 e 540.000 dipendenti e viaggiano entrambe sui 60 miliardi in volume d’affari – per capirci, basta dire che Finmeccanica, uno dei principali gruppi industriali italiani, nel 2011 ha fatturato 19 miliardi.
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La Coop sei tu anche e soprattutto quando i lavoratori si vedono negare i loro diritti

Sciopero Coop Renodi Stefania Pisani, Filcams Cgil Bologna

Pongo alla vostra attenzione quello che sta succedendo nel mondo della cooperazione di consumo del territorio e nello specifico in Coop Reno, che opera principalmente nella provincia bolognese. Quanto al metodo adottato dalla dirigenza, in aperta controtendenza rispetto al valore primo che caratterizza da sempre il mondo cooperativo, si decide sui diritti dei lavoratori non “operando insieme” ma decidendo in via unilaterale.

Al pari di quanto si sta registrando con le aziende private che operano nella grande distribuzione (i cosiddetti “padroni”), la dirigenza di Coop Reno, nonostante i tentativi sindacali esperiti in questi due mesi, ha deciso dal 1 novembre, in via unilaterale di eliminare il contratto integrativo aziendale a più di 600 lavoratori e sostituirlo con un regolamento interno assolutamente discrezionale e in alcun modo condiviso con i sindacati maggiormente rappresentativi in azienda. L’unico “margine di spazio” lasciato al sindacato è quello di accettare quanto la dirigenza ha disposto.

Relativamente al merito, nonostante i bilanci aziendali non evidenzino dati allarmanti, l’azienda ritiene di dover fare efficienza per poter reggere l’acme della crisi che ci sarà nel 2013 e decide di farlo:
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