Perché il salario minimo non minaccia i contratti

di Piergiovanni Alleva È opportuno soffermarsi, per indicare i modi di una sua positiva soluzione, su una problematica agitata dagli oppositori del progetto sul salario minimo legale (la proposta 658 depositata in Senato a prima firma di Nunzia Catalfo del M5S). È quella del “contrasto esplosivo” tra la norma di legge – che fisserebbe un […]

I contratti di solidarietà espansiva: ecco di cosa si tratta

di Sergio Palombarini

Capita di sentir parlare di un ammortizzatore sociale poco noto: i contratti di solidarietà. Mentre il 18 aprile il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali fa sapere agli italiani che i fondi destinati per il 2018 sono già tutti impegnati, gli operai di Emarc S.p.A annunciano 3 ore di sciopero negli stabilimenti di Chivasso e Vinovo, poiché i propri contratti di solidarietà sono in scadenza ad ottobre, nel silenzio della dirigenza.

Il giorno dopo un’altra dirigenza, quella della multinazionale americana Arca Group, dichiara la sua apertura ai contratti di solidarietà come contrappeso al programmato licenziamento di 102 operai nello stabilimento di Ivrea. Non si sottrae all’attualità dell’argomento nemmeno la Guardia di Finanza di Parma, che il giorno prima aveva arrestato 7 professionisti che, per mezzo dei contratti di solidarietà, avevano truffato i contribuenti per ben 2,3 milioni di euro.

Cosa sono i contratti di solidarietà? La storia dell’istituto inizia con la legge n. 863 del 19 dicembre 1984 ed oggi la disciplina dei contratti di solidarietà è contenuta nel d. lgs. n. 148 del 2015, attuativo del c.d. Jobs Act. La solidarietà di cui si parla è indubbiamente fra i lavoratori, ma in realtà questi contratti vengono stipulati fra i datori di lavoro e le rappresentanze sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale per due fini principali:
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I dati Istat e Inps disegnano una società sempre più povera, divisa e bloccata

Pad (Progetto assistenza ai disoccupati)

di Alfonso Gianni

I dati che ci fornisce l’Istat, relativi al mese di aprile di quest’anno, non fanno nella sostanza che precisare il quadro che emergeva da quelli che già conoscevamo tramite l’Inps. Apparentemente la disoccupazione diminuisce: ad aprile il dato dei senza lavoro scende all’11,1%, toccando il minimo dal settembre del 2012. Ma l’aumento degli occupati, sia per le donne che soprattutto per gli uomini riguarda le persone ultracinquantenni e in misura molto minore quelle comprese nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, mentre si registra un calo in tutte le altre fasce d’età.

La cosa è ancora più evidente su base annua: rispetto all’aprile 2016 gli occupati dipendenti sono saliti di 277mila, ma di questi ben 225mila erano a termine. Inoltre la crescita è avvenuta tra gli ultracinquantenni (+362mila), mentre calano quelli compresi fra 35 e 49 anni (- 122mila). Se ricordiamo quello che ci aveva detto l’Inps pochi giorni fa a proposito del flop del Jobs Act, che riguarda un calo dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato del 7,4% sul primo trimestre del 2016, mentre le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (comprese quelle per gli apprendisti) si contraggono per un meno 6,8% rispetto al 2016, possiamo trarre alcune semplici conclusioni.

L’aumento della occupazione riguarda essenzialmente gli ultracinquantenni, coloro che sono costretti a restare a lavorare a causa del prolungamento dell’età pensionabile, rappresentando tra l’altro un tappo per l’ingresso nel mondo del lavoro delle giovani generazioni. Finiti gli sgravi del Jobs Act i padroni ritornano sui loro vecchi binari, attraverso l’uso del contratto a termine liberato da ogni causale come da decreto Poletti.
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Lavorare meno, lavorare tutti: parole che è possibile trasformare in realtà oggi

di Piergiovanni Alleva

§1) Il Progetto di Legge regionale Emilia Romagna: scopi e strumenti

La convinzione, o quanto meno la fiducia, che anche grandi problemi possano avere, in realtà, una soluzione semplice e, per così dire, a portata di mano, purché sorretta da chiarezza di obiettivi politici e conoscenza adeguata dei dati socioeconomici e normativi, ha ispirato la presentazione da parte del Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna di una proposta di legge regionale all’apparenza modesta ma, nei suoi scopi, certamente ambiziosa. Si tratta, infatti, di una proposta di legge in tema di riduzione dell’orario di lavoro tramite incentivazione dei contratti collettivi aziendali di solidarietà “espansiva” che mira a realizzare un triplice obiettivo.

Da un lato quello di migliorare decisamente la condizione esistenziale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giornate con una modestissima incidenza, peraltro sul livello salariale, da un altro lato – ed è lo scopo più importante ed urgente – riassorbire in parallelo in modo massiccio e tendenzialmente totalitario la disoccupazione giovanile, e dall’altro lato ancora, preparare una futura riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, resa indispensabile, in prospettiva dall’automazione crescente delle attività produttive.

Conviene spiegare subito, in breve, di cosa si tratta e la sostanza tecnico-normativa della proposta, posponendo la illustrazione dei vantaggi e possibilità ma anche delle obiezioni e delle resistenze. Si rammenta, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico del lavoro esiste da molto tempo, ed esattamente dalla legge n° 863/1984, uno specifico istituto, detto “Contratto di Solidarietà”, che consiste in un contratto collettivo aziendale con il quale si riduce l’orario lavorativo dei dipendenti, distribuendo tra loro la riduzione del monte-ore complessivo.
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BolognaFiere e 32 ore di lavoro la settimana: il parere di Piergiovanni Alleva

Piergiovanni Alleva

di BolognaFiere -123

Il 31 gennaio scorso è stata la data limite entro cui si assumere una decisione sull’acquisizione del Palazzo degli Affari da parte di BolognaFiere. Abbiamo chiesto un parere sulla vicenda al consigliere regionale Piergiovanni Alleva de L’Altra Emilia Romagna, e ne abbiamo approfittato per chiedergli di presentarci il suo progetto di legge regionale per ridurre a 32 ore l’orario di lavoro settimanale.

Professore, nel comunicato stampa del 20 dicembre scorso ha espresso un parere “poco convinto” della necessità dell’acquisizione del Palazzo degli Affari da parte di Bolognafiere. Vuole illustrarcene i motivi anche alla luce delle conseguenze sugli assetti societari?

Temo che si tratti di un’operazione volta a beneficiare unicamente la Camera di Commercio ai danni di BolognaFiere. Se, come noto, realizzare un padiglione ex novo costa 25 milioni di euro, dov’è il vantaggio per l’Expò nell’acquisire un rudere che va raso al suolo al costo di quasi dieci milioni di euro (a fronte dei 19 che ne chiede la Camera di Commercio) per poi accollarsi i costi del rifacimento? Anche se si trattasse di una mera ristrutturazione, date le condizioni del Palazzo, l’operazione si rivelerebbe anti – economica. Confido però che la manovra non andrà in porto perché gli altri soci privati si oppongono ad un peso maggiore della Camera di Commercio nell’azionariato. A proposito di assetti societari, vigilerò affinchè la governance dell’Expò resti pubblica visto che si tratta di un patrimonio costruito con soldi pubblici e che ha un’importanza strategica per l’economia regionale.
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Contratti di solidarietà espansiva: in Emilia Romagna una proposta contro la disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

L’idea che una riduzione importante dell’orario lavorativo settimanale possa consentire, da un lato, di “fare spazio” a nuove assunzioni e, dall’altro, migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati sotto il profilo della conciliazione dei “tempi di vita” rispetto ai “tempi di lavoro” non è certo nuova ma, nel trascorrere degli anni non ha perso nulla del suo fascino, anche a causa della oggettiva constatazione della crescente velocità di sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati.

Si consideri che nel nostro paese l’orario settimanale di lavoro dopo essere sceso, alla metà degli anni 70 dalle 48 alle 40 ore, si è poi cristallizzato su tale livello, visto che gli orari previsti dalla contrattazione collettiva di settore mai o quasi mai sono inferiori alle 37,5/38 ore, con l’ulteriore paradosso che a causa della “flessibilizzazione” delle regole d’utilizzo, pur essendo uguali o di poco inferiori al passato risultano “più invasivi” della vita privata e sociale delle persone. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è almeno raddoppiato, raggiungendo punte del 40% nelle giovani generazioni: in Emilia-Romagna, ad esempio, si contano 160.000 disoccupati, ma di essi la metà è costituita da persone con meno di 35 anni.

È allora doveroso riprendere il tema, evitando qualsiasi deformazione di tipo ideologico, e cominciare col segnalare come quella problematica sia incentrata in Italia, sul piano normativo, in uno specifico istituto detto “contratto di solidarietà espansiva” introdotto per la prima volta dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, recante misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali”.
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Piergiovanni Alleva: “Lavorare meno per creare occupazione, altro che Jobs Act”

di Giacomo Russo Spena

“Una settimana lavorativa di 4 giorni, perché solo ridistribuendo il lavoro potremo contrastare il dramma della disoccupazione. E l’introduzione del reddito minimo garantito è un obiettivo da perseguire”. Le proposte del giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – appaiono massimaliste, al limite dell’irrealizzabile. Il pensiero va alla copertura economica, dove trovare i soldi? “Nessuna utopia, abbiamo fatto i calcoli e le risorse ci sono: in Emilia Romagna, ad esempio, sono sufficienti quelle locali”.

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Di certo, Alleva non crede che il Jobs Act sia la soluzione per contrastare la precarietà, anzi. Il giuslavorista, dopo esser stato protagonista lo scorso anno della battaglia in difesa dell’articolo 18 poi manomesso dal governo Renzi, si prepara adesso per l’eventuale referendum di primavera: “I lavoratori non hanno più quasi tutele, e le poche che hanno non le rivendicano per paura di venire licenziati. Il Jobs Act ha distrutto la giustizia del lavoro, ma grazie ai tre referendum della Cgil abbiamo una straordinaria occasione di riscatto”.
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“Il lavoro e i suoi sensi”: l’accumulazione flessibile

senzanome

di Gian Marco Martignoni

Da quando il futurologo Daniel Bell ha coniato la definizione di società post-industriale, la tesi della perdita di rilevanza e di centralità del lavoro è diventata dominante nella teoresi di gran parte dell’intellighenzia marxista o post-marxista.

Come è noto la tara dell’eurocentrismo gioca brutti scherzi, sicché scambiando la parte per il tutto si è con estrema rapidità passati dall’«addio al proletariato» di André Gorz alla «fine del lavoro» preconizzata da Jeremy Rifkin, nel mentre Antonio Negri e Michael Hardt recuperavano dal filosofo olandese Baruch Spinoza il termine di “moltitudine”, in concomitanza, a loro avviso, del passaggio epocale al cosiddetto “capitalismo cognitivo”.

Al contempo Jurgen Habermans, ovvero il massimo esponente della “Scuola di Francoforte”, individuando nella scienza «la principale forza produttiva», è giunto al punto di negare validità alla teoria del valore-lavoro.

In questo contesto disorientante è pertanto benvenuta la riedizione aggiornata e ampliata della ricerca Il lavoro e i suoi sensi (Edizioni Punto Rosso: pag 244, euro 15) di Ricardo Antunes, svolta all’Università del Sussex – in Inghilterra – in stretta relazione con Isrvan Meszaros: il sociologo brasiliano affronta con uno sguardo di portata globale la nuova morfologia del lavoro e le sue continue trasformazioni, all’interno di quell’accumulazione flessibile che contraddistingue l’odierna totalità capitalistica.
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Jobs act

Jobs Act: una storia di inganni, furbizie e apparenze falsificanti

di Umberto Romagnoli

Quella del Jobs Act è una storia d’inganni, furbizia malandrina e apparenze falsificanti. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dall’uso (senza precedenti) di anglicismi con un forte impatto mediatico, ma d’incerto significato nella stessa lingua-madre, all’uso spericolato di parole che reclamizzano la figura di un contratto di lavoro spacciato per innovativo mentre alle spalle ha un’esperienza secolare.

Si va dal rispetto soltanto formale delle procedure parlamentari – perché la legge-delega non contiene né i principi né i criteri direttivi che la costituzione esige allo scopo di limitare la discrezionalità della decretazione delegata, ne lascia intenzionalmente nel vago l’oggetto che la costituzione vuole predefinito ed è stata approvata ricorrendo al voto di fiducia per impedire l’esame di emendamenti e imbavagliare i dissenzienti interni alla stessa maggioranza governativa – alla rottura della consolidata regola non scritta che fa precedere l’intervento legislativo da confronti nel merito coi sindacati.

Si va dalla valorizzazione del potere aziendale attraverso il sostanziale ripristino della libertà di licenziare all’emarginazione della tutela giurisdizionale dei diritti in attuazione di un progetto politico che ipotizza uno scambio tra maggiore flessibilità a vantaggio dell’impresa oggi e maggiore sicurezza nel mercato domani a vantaggio del lavoratore. Uno scambio che, sebbene sia caldeggiato dalla governance europea, in un paese come il nostro ove le politiche attive del lavoro sono ancora all’abc è più virtuale che virtuoso.
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Lavoro - Foto di Daniela

La bufala dei posti fissi, mentre l’Italia resta precaria

di Piergiovanni Alleva

Avanza con gran rumore, la mac­china media­tica sugli asse­riti suc­cessi del governo Renzi-Poletti, in tema di rilan­cio occu­pa­zio­nale. Un rilan­cio – si afferma – già rea­liz­zato in que­sti primi due mesi dell’anno 2015, con la sti­pula di 79.000 con­tratti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato e con pro­spet­tiva di ulte­riore cre­scita nell’immediato futuro. Il tutto, nono­stante la bru­sca fre­nata regi­strata ieri con un nuovo aumento della disoccupazione.

Il governo Renzi avrebbe “rimesso in moto l’Italia” ed il suo mer­cato del lavoro con due stru­menti: da una parte con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e, dall’altro, la Legge di Sta­bi­lità 2015 che ha intro­dotto un totale sgra­vio con­tri­bu­tivo per ben 3 anni per i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato con­clusi nel 2015.

Ma pro­prio stando ai dati che il governo ha dif­fuso con tanto cla­more non si tratta affatto, a ben vedere, di un suc­cesso, quanto piut­to­sto di un fal­li­mento del piano di rilan­cio occu­pa­zio­nale (costo­sis­simo e, per i mezzi usati, anche illegale).

L’operazione posta in essere dal governo pro­duce una occu­pa­zione mera­mente sosti­tu­tiva e non aggiun­tiva ed anche di pro­por­zioni minime, rispetto al lavoro pre­ca­rio “tra­sfor­ma­bile”. E lo fa, infine – quel che peg­gio – distri­buendo o pro­met­tendo ingenti risorse finan­zia­rie a sog­getti che quasi sem­pre non lo meri­tano in quanto i rap­porti di lavoro pre­ca­rio che ver­reb­bero ora tra­sfor­mati erano, 9 volte su 10, ille­git­timi e dun­que per legge in realtà già auto­ma­ti­ca­mente a tempo indeterminato.
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