Edoardo Salzano e i grandi tornanti dell’urbanistica

Edoardo Salzano ci ha lasciato. Ha passato il testimone a noi, sue e suoi allievi, amici e compagni, lettori e collaboratori. Tocca a noi, ora, proseguire sulla strada che ci ha indicato: combattere, con l’arma della critica, impietosa e sapiente, la privatizzazione del governo delle città e dei territori; elaborare e raccogliere proposte per uscire […]

Dallo stop al consumo del suolo ai David di Donatello

di Vezio De Lucia

Per chi fa il mio mestiere, cioè l’urbanista, l’argomento più discusso degli ultimi anni è certamente il consumo del suolo, o meglio il modo per azzerare, ridurre o contenere il consumo del suolo, il più rovinoso fattore di crisi della condizione urbana, almeno in Italia. Gli osservatori più attenti, primo come sempre Antonio Cederna, cominciarono a denunciare la dissipazione del territorio negli anni Sessanta del secolo scorso raccogliendo consenso solo in settori dell’ambientalismo e dell’intellettualità progressista, nel disinteresse della politica, salvo pregiate eccezioni (Fiorentino Sullo).

Alla fine, recentemente, sotto la spinta delle istituzioni europee, anche il mondo politico ha dato segni di vita mettendo mano a un complicatissimo e sostanzialmente inutile disegno di legge, che pure è stato condiviso da tutte le parti, peraltro senza approdare al voto finale nella scorsa legislatura.

Non tema il lettore, non intendo raccontare anche su queste pagine perché è sbagliata la proposta del governo, cerco invece di esporre una riflessione credo inedita – e spero che non sia esagerata – sulle conseguenze positive dello stop al consumo di suolo. Molte conseguenze sono note e facilmente comprensibili: dalla salvaguardia di spazi naturali e verdi che riducono l’inquinamento e catturano CO2 alla riduzione dei costi di urbanizzazione e dei servizi, in particolare dei trasporti. Altre conseguenze sono invece meno immediatamente intuibili, ma secondo me di enorme importanza, questo il punto sul quale vorrei avviare una discussione.
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Intervista a Michele Munafò (Ispra): “Come e chi misura il consumo di suolo”

di Arpat

Il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, curato da Ispra, per il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), è corredato di schede riepilogative sintetiche per ogni regione e rende al contempo disponibili online in formato aperto i dati contenuti nel documento e la relativa cartografia.

Una modalità questa esemplare, infatti i dati, rilasciati in formato aperto e liberamente accessibili sul sito istituzionale di Ispra, permettono di avere una mappa completa, accurata e omogenea e fornire una rappresentazione aggiornata del fenomeno del consumo del suolo, dello stato del processo di artificializzazione del territorio e delle diverse forme insediative.

Sui temi del consumo di suolo abbiamo posto alcune domande a Michele Munafò, ingegnere per l’ambiente e il territorio e dottore di ricerca in Tecnica urbanistica. È attualmente responsabile dell’Area “Monitoraggio e analisi integrata uso suolo, trasformazioni territoriali e processi desertificazione” di Ispra e coordinatore della rete di monitoraggio del territorio e del consumo di suolo del Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (Snpa). È responsabile scientifico dei rapporti nazionali sul consumo di suolo e di diversi progetti di ricerca di mappatura, analisi e valutazione delle dinamiche territoriali e urbane. Rappresenta uno dei National Reference Centre della rete Eionet dell’Agenzia Europea per l’Ambiente ed è membro del Program Board di Geo – Intergovernmental Group on Earth Observation. È professore a contratto per le discipline del settore Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università Sapienza di Roma.
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Legge urbanistica: lettera ai sindaci emiliani e romagnoli

di Ilaria Agostini, Piergiovanni Alleva, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Paola Bonora, Roberto Camagni, Lorenzo Carapellese, Sergio Caserta, Piero Cavalcoli, Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, Paolo Dignatici, Anna Marina Foschi, Michele Gentilini, Maria Cristina Gibelli, Giovanni Losavio, Andrea Malacarne, Tomaso Montanari, Cristina Quintavalla, Ezio Righi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano, Enzo Scandurra, Daniele Vannetiello, Francesca Vezzali

Il prossimo 5 dicembre l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna approverà la nuova legge urbanistica regionale. La legge è un ferale attacco alla pianificazione e di fatto annienta l’urbanistica comunale sottraendo ai Comuni la potestà normativa sulle trasformazioni edilizie e territoriali, contro il dettato costituzionale.

La proposta di legge (n. 4223), animata da spirito deregolatorio di matrice neocapitalistica, riprende i temi della mai varata legge Lupi (2005). Temi che la propaganda istituzionale ha celato dietro slogan tanto accativanti – limitazione del consumo di suolo, rigenerazione urbana etc. – quando ambigui. Nella PdL, gli «accordi operativi» (art. 38) preludono a un massiccio ricorso alla contrattazione pubblico-privato, nel vuoto pianificatorio. La «rigenerazione urbana» (capo II) nasconde un quadro di demolizioni, anche nei centri storici, e di dislocamento dei residenti. Gli standard urbanistici, che garantivano ai cittadini italiani l’accesso universale ai servizi e al verde urbano, si mutano in «standard differenziati». Svaniscono i limiti di densità edilizia e di altezza degli edifici.
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L’urbanistica muore in Emilia Romagna: fino alla fine del suolo

di Sergio Caserta

Venerdì 3 febbraio nella sede della regione si è svolto il convegno “fino alla fine del suolo”, promosso dai gruppi consiliari del Movimento cinque stelle e dell’Altra Emilia Romagna. L’incontro, molto partecipato, aveva lo scopo di discutere pubblicamente e in modo approfondito la nuova “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”.

La legge che dovrà, nelle intenzioni del proponente assessore Raffaele Donini, sostituire l’attuale legge 20 del 2000, si pone l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo per nuove realizzazioni entro il 3% per giungere entro il 2050 al cosiddetto “consumo a saldo zero”(come prescritto dalle norme europee), dato dal saldo tra le aree per le quali la pianificazione prevede insediamenti al di fuori del perimetro urbanizzato e quelle per le quali. all’interno dello stesso perimetro, preveda la rimozione del cemento e dell’asfalto esistente.

Ora a questo enunciato seguono una serie di norme che stabiliscono eccezioni e deroghe che di fatto vanificano l’obiettivo del contenimento entro il 3% del consumo di suolo. Infatti la legge prevede che tutti i progetti rientranti in piani comunali o sovra comunali preesistenti, nel momento in cui i proprietari delle aree interessate alle trasformazioni, ampliamenti e nuove edificazioni, comunichino entro i prossimi tre (o forse addirittura cinque) anni la volontà di dar corso all’intervento, il Comune non potrà rifiutarsi di inserire il progetto nel nuovo unico strumento di governo del territorio, il PUG piano urbanistico generale che sostituirà tutti gli strumenti precedentemente previsti.
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L’urbanistica in Italia e Emilia Romagna: la città pubblica tradita

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di Paola Bonora [*]

Che cosa sta accadendo nel nostro Paese in ambito urbanistico e di governo del territorio? Dopo la sbornia costruttivista che ha portato alla bolla immobiliare, il caos sembra regnare sovrano; nessuno sa come uscire da una crisi paralizzante. Mercato fermo, aziende fallite, città bloccate, la politica urbanistica nel marasma.

La pianificazione? Morta e sepolta da tempo. Siamo ormai abituati a veder espropriate e ribaltate le parole d’ordine che emergono dai circuiti culturali avanzati, ma di questi tempi la distorsione è particolarmente allarmante. Sull’azzeramento del consumo di suolo negli ultimi anni si sono spesi in tanti, che hanno lanciato la proposta del riutilizzo e della riqualificazione degli spazi già cementificati.

Ora però gli obiettivi del “contenimento” del consumo di suolo e della “rigenerazione urbana” sono cavalcati con foga da quegli stessi attori che sono stati i colpevoli protagonisti degli eccessi. I costruttori hanno capito presto che la crisi del mattone non era congiunturale e risolvibile in termini espansivi, e che non si poteva continuare a edificare in una condizione di esubero produttivo deprimendo ancor più i prezzi.
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