Congresso mondiale delle famiglie: il Circo Barnum del regresso

di Adele Orioli

Si scrive Congresso mondiale delle famiglie si legge intolleranza e inciviltà. Molti occhi sono puntati su Verona dove per il prossimo fine settimana si terrà un apparentemente innocuo consesso dall’altrettanto apparentemente rassicurante titolo di Congresso mondiale delle famiglie, organizzato annualmente in varie parti del globo dall’Organizzazione mondiale per la famiglia (IOF), lobby cristiana statunitense sorta con il dichiarato scopo di “unire e dotare i leader di tutto il mondo di strumenti per promuovere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

Dove per famiglia naturale, casomai ci fossero dubbi, è da intendersi esclusivamente “l’unione di un uomo e una donna in un’alleanza permanente suggellata col matrimonio” e dalla quale deriva evidentemente la netta condanna di tutto ciò che non ne sia pienamente conforme.

D’altronde la stessa nascita dell’Iof, consacrata a Praga nel 1997 con la prima edizione di questo Congresso, prometteva male: da una sinergia tra il white nationalism americano e il suo omologo russo, in particolare dalle prime elaborazioni di Allan Carlson, reganiano di ferro, Anatoly Antonov e Viktor Medkov che identificano nella rivoluzione sessuale e femminista la causa della crisi demografica occidentale, evidentemente non sono nati diamanti.
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I falchi del Pd sperano in una crisi di governo e rimandano ancora il congresso

di Sergio Caserta

Appare sempre più evidente la contraddizione politica in cui si trovano il governo e la sua contorta maggioranza. L’asse M5S e Lega al di là delle ostentazioni è sempre più vicino ad una possibile rottura, che finora non è avvenuta forse più per responsabilità dei media che hanno spinto, con i loro attacchi furibondi, verso un consolidamento dell’alleanza. Ora però che giungono al pettine importanti nodi, ovvero il decreto sicurezza punto di forza di Salvini e le decisioni intorno ai progetti infrastrutturali Tap e Tav, contro i quali è cresciuta la “cultura alternativa” dei M5S, le cose si fanno sempre più difficili.

I due soci al governo cercano di eludere le difficoltà scommettendo sugli altri provvedimenti che creano consenso e cementano il blocco ovvero reddito di cittadinanza, pensioni quota 100 e condono (o simil condono). Ma potrebbe non bastare se l’andamento della produzione industriale, della borsa e del rendimento dei titoli di Stato si mantiene sui livelli attuali, tant’è che li rinviano stralciandoli dal DEF.

È la scommessa a breve termine su cui puntano i falchi del Pd, ovvero Renzi & C.: con una crisi di governo immediata avrebbero un ottimo motivo per rinviare il congresso alle calende greche, per cercare di riaprire i giochi dentro il partito attualmente proteso, nonostante tentennamenti e contraddizioni, verso un diverso assetto politico.
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Renzi o gli altri, qualcuno nel Pd è di troppo

di Nadia Urbinati

A seguire i social, si ha l’impressione che delle cene (elitarie o popolari) proposte, promesse e disdette da alcuni leader Pd interessi ben poco. Le uniche note di commento sono: per recriminare questi “signori sistemati” che poco o nulla sanno di quel che succede fuori; per esprimere un sospiro di sollievo per lo scioglimento di un partito nato gracile; per dire basta, e chiedere che si smetta di parlare di quel che non c’è per dedicarsi a capire che cose può esserci.

Il Pd appartiene al passato. È fuori del presente. Quel che nel presente c’è e occupa le pagine dei giornali (più per curiosità da tabloid che altro) è l’opinione dei soliti noti del Pd, che sembra siano la sinistra, che siano il partito, che siano l’opposizione. Fanno tutto questo malissimo eppure hanno solo loro voce rappresentativa. È possibile sperare che si facciano da parte? Deve essere possibile. Ma c’è il Congresso. Il quale sembra diventare ogni giorno che passa la zattera di salvezza per tutti. E questa è la condizione peggiore, perché questo congresso post 4 marzo dovrebbe servire a rifondare.

È la condizione peggiore perché, appunto, è visto e sarà usato come una zattera: ciascuno dei naufraghi cercherà di occupare il posticino che lo salverà, a costo di buttare a mare il vicino. E resteranno i più scaltri, i più cinici, i più amorali – coloro che riusciranno a far fuori gli altri. Nel mors tua vitamea non si radica alcuna impresa collettiva. È come lo stato di natura di Hobbes, dal quale al massimo emergono bande di predoni, che non sono proprio la soluzione alla condizione di massima incertezza e insicurezza.
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Fiom

Mia cara Fiom, esci dall’angolo e giocati la partita

di Pietro Gualandi, delegato Filtcem-Cgil

Riguardo al Testo Unico sulla Rappresentanza sindacale credo che Fiom sia un po’ troppo conservatrice. Esso porta in sé, nella certificazione e quantificazione di iscritti e nella proporzionalità elettiva dei componenti delle Rsu, una chiarezza senza precedenti. Prima di esso vigeva una sorta di Porcellum sindacale, una balcanizzazione delle rappresentanze sindacali.

Non scordiamo che questa situazione è stata agevolata anche dal referendum abrogativo del 1995 modificante l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori indetto da Rifondazione Comunista e appogiato dai Cobas e da parte della Fiom. Con quel referendum la rappresentanza in Azienda cominciava a non essere più solo dei Sindacati firmatari i Ccnl ma di chi contrattava con il padrone, arrivando ora alla possibilità con accordi separati di estromettere chi non ci sta.

Marchionne ha estromesso Fiom sulla base delle varie destrutturazioni dello Statuto dei lavoratori. Per ciò che concerne il regime sanzionatorio presente nel Testo Unico non vedo quali siano i timori: il diritto allo sciopero è costituzionalmente garantito ai lavoratori, la rappresentanza sindacale è nella sua essenza votata alle conseguenze della protesta, del diniego, della rottura di accordi, assumendosi la responsabilità di qualsiasi sanzione.
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Fiom

Rimini: la Fiom alla vigilia del suo congresso più difficile

di Loris Campetti

Più di 350 mila iscritti, con una diminuzione di 5 mila tessere: un -3% che corrisponde al calo dell’occupazione nel settore metalmeccanico italiano. La Fiom tiene in questo fine settimana uno dei congressi nazionali più difficili dalle sue origini agli albori del Novecento, quando iniziò il suo lungo cammino con qualche anno d’anticipo rispetto alla nascita della stessa Cgil.

È forse il congresso più difficile, perché si svolge sotto l’incalzare di una crisi che è globale ma che in Italia picchia più duramente sul lavoro per la mancanza di risposte politiche all’altezza dello scontro, dopo tre decenni di lotta di classe al rovescio, fatta dai padroni contro i lavoratori. Il congresso più difficile, perché mentre chiudono fabbriche e intere filiere e ogni giorno si perdono mille posti di lavoro, di pensiero di sinistra in giro per la penisola se ne respira ben poco, nel pieno dell’attacco ai fondamentali della democrazia italiana: la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori, diventati i bersagli preferiti non più soltanto della destra ma di tutti e tre i governi (e i parlamenti) delle larghe intese, non eletti, seguiti senza discontinuità concreta al ventennio berlusconiano.

Il congresso più difficile, con la confederazione di riferimento che ha sacrificato alla governabilità e all’unità con Cisl, Uil e Confindustria uno dei suoi valori costitutivi: la democrazia, che nella storia della Cgil si traduceva nel diritto dei lavoratori a esprimersi con un voto deliberativo sulle scelte strategiche del sindacato e su accordi e contratti che riguardano le loro condizioni di vita e di lavoro.
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Crisi e sindacato

Rinaldini: la gravità dell’accordo del 10 gennaio e le sue ripercussioni

a cura di Tommaso Cerusici

Nell’ultimo numero di Inchiesta (ottobre-dicembre 2013) abbiamo potuto leggere un’intervista di Loris Campetti a Gianni Rinaldini e Bruno Papignani [riportata anche su questo sito] nella quale veniva spiegato il senso dell’adesione al Documento congressuale “Il lavoro decide il futuro”, la cui prima firmataria è Susanna Camusso. Entrambi gli intervistati avevano però manifestato diverse perplessità rispetto alla linea della Cgil degli ultimi anni e avevano proposto di contribuire al suo dibattito interno e alla sua elaborazione attraverso degli emendamenti ben precisi: su pensioni, politiche industriali e di sviluppo, contrattazione, inclusione sociale, democrazia e partecipazione nell’organizzazione.

Dopo la firma da parte di Susanna Camusso dell’accordo tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del 10 gennaio sulla rappresentanza, lo scenario è radicalmente mutato. Maurizio Landini ha parlato di un “accordo con alcuni contenuti mai discussi in nessun organismo della nostra organizzazione” mentre Gianni Rinaldini ha dichiarato che si tratta di un “accordo inaccettabile” e che “introduce aspetti di fondamentale importanza non solo mai discussi ma sempre contrastati nella storia della Cgil”.

Tommaso Cerusici ha posto per “Inchiesta” alcune domande a Gianni Rinaldini (ex Segretario generale della Fiom e Coordinatore dell’area “La Cgil che vogliamo”) per capire meglio quanto sta avvenendo.

Tommaso Cerusici Ti chiedo di spiegarci la gravità di quell’accordo, dal tuo punto di vista, rispetto al metodo e rispetto ai contenuti.
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Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Gianni Rinaldini e Bruno Papignani: verso il congresso nazionale della Cgil

di Loris Campetti

L’ultimo congresso della Cgil si era svolto all’insegna di una novità, rispetto alla tradizione della più importante confederazione sindacale italiana: tre segretari generali di categoria – e che categorie, metalmeccanici, funzione pubblica e bancari – avevano presentato un documento alternativo rispetto a quello elaborato dal gruppo dirigente confederale.

Precedentemente la Fiom aveva caratterizzato la sua battaglia congressuale con gli emendamenti, e già quella scelta aveva avuto l’accoglienza riservata a un eretico quando varca la soglia della chiesa. Le differenze tra pratica ed elaborazione sindacale della Fiom e la linea e l’agire confederale, però, si erano accentuate a tal punto che la scelta del documento alternativo era sembrata inevitabile ai promotori, e forse ancora di più alle strutture di base e ai militanti.

“La Cgil che vogliamo”, che raccoglieva gran parte dei metalmeccanici e settori consistenti – almeno così si era supposto – delle altre due categorie, non andò oltre il 18% dei consensi, anche in conseguenza di un sistema di regole statutarie e congressuali tese a tutelare fondamentalmente la maggioranza e gli apparati, dunque la continuità dei gruppi dirigenti. Soltanto nella Fiom stravinse “La Cgil che vogliamo”, mentre i segretari della Funzione pubblica e dei bancari furono messi in minoranza dalle loro stesse basi che si schierarono in prevalenza con il documento “ortodosso”.
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