La Palestina nel cuore, la speranza nel cuore

di Sergio Sinigaglia Periodicamente entrano nelle nostre case immagini del conflitto israelo-palestinese. Per alcuni secondi ci appaiono i volti di giovanissimi che fronteggiano l’esercito israeliano. Un esercito anche esso fatto di altrettanti giovani. Questa guerra interminabile iniziata ben prima della nascita dello Stato israeliano, quindi un secolo fa con i primi flussi migratori dall’Europa, potrebbe […]

Tor Sapienza

La guerra è persa, la rabbia è rimasta. Come spiegare i recenti episodi di violenza in Italia

di Marcello Esposito e Francesco Cancellato

Diffondiamo da Tysm Literary Review l’intervista fatta il 16 novembre 2014 a Nadia Urbinati da Marcello Esposito e Francesco Cancellato. Nadia Urbinati, riminese, è titolare della prestigiosa cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Nel 2008 è stata insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, per aver «dato un significativo contributo all’approfondimento del pensiero democratico e alla promozione di scritti di tradizione liberale e democratica italiana all’estero». Pochi, meglio di lei, insomma, possono offrirci gli strumenti per leggere in filigrana quel che sta accadendo in questi difficile fase della storia dell’Italia che, sperando sia passeggera, continuiamo a definire crisi. E che più passa il tempo, più genera frustrazione, disillusione, rabbia.

D. Professoressa Urbinati, le botte agli operai della Thyssen, gli scontri di Tor Sapienza, l’aggressione a Salvini, l’assalto alla sede del Partito Democratico a Milano, così come le molte altre contestazioni di piazza di queste settimane. Che lettura dà dei tanti episodi di rabbia e violenza di queste ultime settimane?

R. Apparentemente non c’è un nulla che li lega: sono tutti fatti autonomi l’uno dall’altro, portati avanti da soggetti che rappresentano specifici problemi. Tuttavia, ognuno di loro, oltre a denunciare un problema, punta il dito verso una politica che non è in grado di risolverlo.
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Incontro con Rossana Rossanda. “Io, eterna madre della sinistra uccisa dai figli”

di Simonetta Fiori

“No, non ci capiamo più. Li ho ascoltati per tanti anni, un lungo miagolio sulle mie spalle. Venivano dalla madre a raccontare le delusioni esistenziali. Gli amori, le speranze, le difficoltà. Ma ora davvero non ci capiamo più”. Lo sguardo è severo e insieme sorridente, l’incarnato candido come le camelie che fioriscono nel giardino qui intorno. Da qualche mese Rossana Rossanda vive a Brissago, un angolo del Canton Ticino dove si fermerà fino alla fine di agosto. “Sì, è un bel posto. Dall’ospedale di Parigi vedevo solo la periferia, qui c’è il lago per fortuna increspato dal vento. Per chi non la conosce, la Svizzera può essere incantevole. Ma pare che chi ci vive la trovi insopportabile”.

Azzurro ovunque, le vele bianche, anche i monti innevati, una bellezza quasi sfacciata e intollerabile allo sguardo ferito di chi abita nella grande casa di vetro affacciata sul lago Maggiore. “La prego”, si rivolge con famigliarità all’infermiere, “può dare un po’ d’aria alle rose?”. La stanza è luminosa, sul comodino la bottiglia di colonia e la biografia di Furet, un po’ più in là l’ultimo libro di Asor Rosa, I racconti dell’errore. “È un bellissimo libro sulla vecchiaia e sulla morte. Ma noi vogliamo parlare d’altro, vero? I necrologi lasciamoli da parte”.

Per i più vecchi, nella famiglia del Manifesto, è stata l’eterna sorella maggiore, la quercia sotto cui ripararsi nella tregenda. Per i “giovani” – così li chiama, anche se giovani non sono più da tempo – è la madre temuta e ingombrante. “Sì, una madre castratrice. Mi hanno sempre visto così, anche se io non mi sono mai sentita tale. Ho sempre cercato di capire, di dar loro spazio, ma forse è una legge generazionale. I figli per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri. E ora è toccato anche a me”.
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Reportage dalla Palestina: le ostriche di Gengis Khan

di Handala

“Per le ostriche l’argomento più interessante deve esser
quello che tratta delle insidie del gambero,
o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio”
(Giovanni Verga, Fantasticheria)

Khalid al-Sanih Daraghmah ha dei bei baffi e occhi vispi, sempre in movimento. Parla un arabo veloce, senza prendere fiato, Khalid non ha tempo da perdere. Le parole si affollano, inseguono il pensiero senza mai raggiungerlo. In inglese sa solo dire, o meglio gridare, “Why this?” e “This for me”, ma queste due frasi racchiudono quasi tutto quello che vuole comunicare: l’insensatezza di cio’ che subisce, la consapevolezza che continuera’ a resistere.

Passando da Nablus a Ramallah, a due chilometri dal villaggio di Al-Lubban, probabilmente rimarra’ inosservato un vecchio edificio, appoggiato sul declivio di una collina: e’ la casa di Khalid che, insieme ai terreni circostanti, prende il nome di Khan Al-Lubban. Su questa terra, per questa terra, si svolge una lotta quotidiana, giorno dopo giorno, senza tregua. Sulla cima di quella stessa collina svetta infatti la colonia di Ma’ale Levona, fondata nel 1983 e illegale secondo il diritto internazionale. Le circa 120 famiglie che la abitano rivendicano tutta l’area circostante, in nome delle Sacre Scritture.
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