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Sulla sinistra “rossobruna”

di Carlo Galli

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare.

La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori.

Luciana Castellina: “La democrazia ormai ha le ossa rotte”

Luciana Castellina

di Maurizio Di Fazio

Che avesse una grinta fuori dalla norma risultò evidente già in quel lontano 1943, lei aveva appena 14 anni, subito dopo l’8 settembre, prese di petto due ufficiali della Wehrmacht e sibilò loro: “Ve ne dovete andare”. Lei, ragazza dei Parioli, dove vive tuttora, che era andata a scuola con Anna Maria, la figlia del duce, con cui giocava a Villa Torlonia. E poi l’incontro fatale col comunismo, un amore a prima vista, destinato a divampare per sempre. L’iscrizione al partito nel 1947 e l’apprendistato proletario nelle borgate. Botteghe Oscure e il Liceo Tasso, la Fgci e la laurea in legge alla Sapienza. Le fabbriche, la classe operaia, la lotta di classe, la libertà che “o è sostanziale, condivisa, di tutti o è una roba meschina”.

La sua bellezza stentorea, naturale, smagliante, che mandava in estasi i compagni più del migliore discorso del Migliore Togliatti e che dura ancora oggi, che di anni ne ha quasi 89 ma spande fascino ed energia come se ne avesse 30 o 40. Il matrimonio con Alfredo Reichlin e i viaggi senza requie nell’Unione Sovietica, nella Germania dell’Est, nelle nazioni in effervescenza rivoluzionaria o sotto tiro di un colpo di Stato.

La politica e il giornalismo caparbiamente in prima linea. La fondazione, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, del Manifesto. Le critiche da sinistra al Pci a tinte troppo brezneviane e la loro radiazione dal partito nel 1969. I libri, le esperienze da parlamentare ed eurodeputata nel Pdup e nella nascente Rifondazione comunista, i 37 voti presi nella prima elezione del presidente della Repubblica nel 2015.

Meglio conquistare la società

Sinistra

di Luciana Castellina

Inizio ponendomi una domanda: quali sono ora, a cento anni esatti dalla rottura bolscevica, i compiti di una-un militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno? E quale è il soggetto non solo puramente politico ma sociale, che può svolgere un ruolo rivoluzionario? La classe proletaria, ciò che eravamo abituati a pensare come soggetto, non esiste più nelle forme che conoscevamo.

Quella classe è stata sconfitta, è stata frantumata socialmente, economicamente, culturalmente. È geograficamente dispersa, i contratti collettivi sono sempre più sostituiti da quelli individuali. Contratti individuali attraverso i quali il lavoratore ha l’illusione di svolgere una attività autonoma e libera. L’individualismo ormai la fa da padrone dovunque. Come ricomporre quel soggetto sociale è un compito dei comunisti.

In secondo luogo credo dobbiamo riflettere sullo sviluppo delle forze produttive che non svolgono più un ruolo progressivo. Ve lo ricordate «il grande becchino» del capitalismo? Vi informo che non esiste più. Noi dobbiamo ricomporlo. Ma come fare? Voi conoscete la risposta che è stata data a questa domanda da Toni Negri e Michael Hardt.

È quella del general intellect, dei collettivi di lavoro che possono produrre nuovi spazi di liberazione e che svilupperebbero gradualmente dei soggetti anticapitalisti. Io penso che i processi di ricomposizione invece saranno molto meno spontanei, anche di come li immaginavamo nel passato. Dobbiamo lavorare di più sul progetto complessivo.

Teresa Noce: ha fatto la cosa giusta e pazienza se non è quella che paga di più

di Silvia Napoli

Ci sono figure storiche che nonostante l’eterno, fluido e smemorato presente in cui abitiamo, trovano la strada per venire ricorrentemente a bussare alle nostre porte per proporci di uscire fuori dal luogo comune e fare entrare aria fresca nelle stanze.Una di queste è la certamente sottovalutata, ma non per questo meno mitica “compagna Estella”, una pasionaria tutta italiana con biografia decisamente di profilo “internazionale”, spesa tutta in prima linea e in primo piano, sui molteplici fronti di lotta da un conflitto mondiale all’altro.

Stiamo naturalmente parlando di Teresa Noce,classe 1900, donna tra i padri fondatori del Partito comunista italiano prima, madre costituente in seguito, agitatrice e formidabile organizzatrice sindacale sempre, ma anche tante altre cose ancora, compreso essere nel ruolo, quanto mai scomodo nel suo caso, di moglie ripudiata a sua insaputa, di Luigi Longo, a lungo comandante Gallo e figura iconica nella Guerra di Spagna e nella vicenda comunista del dopoguerra, nonché madre premurosa e responsabilizzante assolutamente sui generis, di due figli maschi tuttora viventi.

Il merito di una proficua riscoperta,della vita e delle opere di una donna rigorosa e disciplinata eppure costantemente fuori da ogni schema come lei, è della battagliera casa editrice indipendente Red star press di Roma, che da qualche anno sotto la guida editoriale di Cristiano Armati, si è messa in mente di ripescare saggistica e memorialistica che riguardino tempi di pensiero forte, nell’intento non già di rivisitare un nostalgico come eravamo, ma di verificare quanto intuizioni e aspetti pratico-teorici rimasti in sottotraccia o letti in maniera mistificata oppure ancora frettolosamente mainstream, possano offrire ancoraggi intellettuali in epoca liquida e soprattutto di decostruzione sociale.

Lunga vita alla Lega di Cultura Popolare di Piadena, lunga vita al Micio, lunga vita a Giuseppe

di Enrico Pugliese

Possedendo una piccola parte dei volumi che hanno registrato nel corso degli anni il lavoro politico e culturale della Lega mi sono fatto “un ripasso”. E – leggendo l’intervista introduttiva di Peter Kammer al Micio e a Giuseppe – mi sono venuti diversi pensieri non coordinati tra di loro tranne che per il nesso con l’esistenza e la storia della Lega.

Parto da alcune cose dette nell’intervista. La prima è l’affermazione del Micio da me profondamente condivisa: “dire e non dire non è la stessa cosa”. Naturalmente molto dipende da chi dice. Il diritto a dire è riconosciuto nelle società liberali. Una volta a Londra c’era un posto nel parco cittadino più importante l'”Hyde park corner” dove c’era sempre qualcuno che in piedi su di uno sgabello parlava mentre una piccola folla stava ad ascoltarlo. Spesso si trattava di gente un po’ matta, ma non sempre. Ma il Micio non appartiene a questa categoria: il diritto di parola, la sua legittimità gli deriva dalla sua storia – che, per altro, è alla base delle cose che dire. Dire non è inutile perché una traccia resta sempre, perché per dire bisogna riflettere, perché qualcuno ti ascolta. E se nessuno ti ascolta ti aiuta a riflettere sul perché non ascoltano.

Storia di blues, black power e comunismo

La terra chiama di Luca Impellizzeri

La terra chiama di Luca Impellizzeri

di Luca Cangianti

Esiste un limite umano alla sopportazione del sopruso? Qual è la chimica della rivolta e della speranza in un mondo migliore? Il romanzo di Luca Impellizzeri La terra chiama risponde a queste domande con una storia coinvolgente nella quale i personaggi sono costretti a prendere posizione nei confronti dell’oppressione e dell’inaudito atto della ribellione.

Negli anni venti del secolo scorso, Sonny Porter, bluesman e bracciante afroamericano, decide di portare la Russia dei soviet in una cittadina del sud degli Stati uniti. Insieme a un gruppo di diciassette donne e uomini neri occupa il campo di granturco della ricca signora Coleman. La donna, animata da un rabbioso razzismo, è presa in ostaggio, i suoi possedimenti socializzati, il raccolto venduto e il ricavo distribuito equamente tra chi ha lavorato. I ribelli hanno un piano per il futuro e un’arma di ricatto che permette di tenere in scacco le belve razziste. Ma hanno anche i loro problemi interni e soprattutto avversari che non sono disposti a fargliela passare liscia.

Nel braccio di ferro che attraversa tutto il romanzo, la suspense è tenuta viva dal racconto del protagonista che usa la prima persona in presa diretta. Il tempo è scandito con precisione, la prosa ha un registro orale e una forte musicalità, a metà tra blues e rap (non a caso l’autore è anche un musicista dei Black Jazus). Le descrizioni dei paesaggi riproducono con grande efficacia l’atmosfera degli stati meridionali degli Usa e tra le pagine del libro fischia il vento polveroso dei migliori spaghetti-western.

La memoria di mio padre: come diventò comunista nel 1936

Falce e martello

Falce e martello

di Bruno Giorgini

La giornata della memoria, che cadeva come ogni anno dal 2000 lo scorso 27 gennaio, è incardinata sul ricordo della Shoah, e del genocidio perpetrato contro il popolo ebraico dai nazisti. Però, in una interpretazione estensiva, non è forse impropria anche la memoria di chi contro il nazifascismo combatté, come mio padre Roberto.

Il suo funerale laico era appena stato compiuto e la salma tumulata in un cimitero milanese, la città che aveva scelto per gli anni della pensione dopo una vita passata in Romagna, quando un anziano signore avvicinandosi chiede: “Tu sei Bruno? Roberto mi parlava sempre di te” e dandomi la mano, prosegue, “Eravamo amici fin da ragazzi, siamo diventati comunisti insieme, mi chiamo Vladimiro. Ma lui non ti ha mai raccontato niente di questo?”

È un anziano simpatico signore, un accento romagnolo che si taglia col coltello mescolato a espressioni tipicamente milanesi, e senza aspettare risposta: “Ci siamo ritrovati qui a Milano al circolo dei romagnoli, sai ci eravamo un po’ separati dopo l’Ungheria del ’56, io ero contro l’intervento sovietico, restituii la tessera del Partito e lui mi chiamò traditore, a me che ho passato la vita a essere comunista e un buon comunista… ancora oggi sembra non credere che il suo amico lo abbia accusato di tradimento…poi siamo diventati vecchi e Roberto è arrivato a darmi ragione… quasi ragione. Il tuo babbo poteva essere molto duro, sulla politica non transigeva, veniva prima di tutto. E dire che siamo diventati comunisti insieme, ripete, avevamo quindici anni”.

La passione laica di Pietro Ingrao

di Alfredo Reichlin

Vor­rei espri­mere il più grande ram­ma­rico per la scom­parsa di Pie­tro Ingrao. Per l’uomo che egli è stato, il grumo di pen­sieri e di affetti anche fami­liari che ha rap­pre­sen­tato, ma soprat­tutto per il segno così pro­fondo e tut­tora aperto e vivo che egli ha lasciato nella vita italiana. «È morto il capo della sini­stra comu­ni­sta», così, con que­sto flash, la Tv dava dome­nica pome­rig­gio la noti­zia. In que­sta estrema sem­pli­fi­ca­zione e nei com­menti di que­sti giorni io ho visto qual­cosa che fa riflettere.

Vuol dire che dopo­tutto que­sto paese ha una sto­ria. Non è solo una con­fusa som­ma­to­ria di indi­vi­dui che si distin­guono tra loro solo per i modi di vivere e di con­su­mare. Ha una grande sto­ria di idee, di lotte e di pas­sioni, di comu­nità, e di per­sone, anche se que­sta sto­ria noi non l’abbiamo saputa custodire.

Perché volevamo la luna? Oppure perché non l’abbiamo voluta abbastanza? Non lo so. So però che adesso siamo giunti a un pas­sag­gio molto dif­fi­cile e incerto della nostra sto­ria. E che la gente è con­fusa e torna a porsi grandi domande e ad espri­mere un biso­gno insop­pri­mi­bile di nuovi biso­gni e signi­fi­cati della vita.

Pietro Ingrao / 2: fondamentali le sue orme nella politica italiana

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao

di Alfiero Grandi e Aldo Tortorella per la presidenza dell’Ars

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra esprime il cordoglio profondo della presidenza e di tutti i suoi soci per la scomparsa di Pietro Ingrao e partecipa con commozione al dolore delle figlie, del figlio, dei familiari e di tutti le compagne e i compagni che l’hanno stimato e amato.

Il suo insegnamento e la sua azione politica sono stati determinanti per liberare il Partito comunista italiano e l’insieme della sinistra da ogni forma di dogmatismo, per formarne il pensiero critico, per aprire la strada al rinnovamento della loro politica e delle loro idee senza smarrire i motivi storici e i valori morali da cui ha preso origine il moto di emancipazione e di liberazione umana indirizzato alla democrazia e al socialismo. Ognuna delle grandi battaglie politiche progressiste del novecento e del tempo in cui viviamo hanno avuto in lui un anticipatore e un protagonista essenziale.

Così è stato, in primo luogo, nella lotta per la pace del mondo e nell’azione per un nuovo modello di sviluppo compatibile con la salvaguardia della natura e orientato ad una giusta ripartizione della ricchezza tra il nord e il sud del mondo oltre che in ogni paese. L’Ars, per cui l’opera di Ingrao è stata fonte di ispirazione, darà tutto il suo contributo alla conoscenza e allo sviluppo del suo pensiero.

Pietro Ingrao / 1: addio a un compagno che ha segnato la storia

Pietro Ingrao

di Sergio Caserta

Quando ci lascia un compagno come Pietro Ingrao, per i vecchi comunisti ritorna la mozione dei ricordi e degli affetti, dolorosamente compressi dalla dura lezione del tempo e dei fatti. Ingrao ha rappresentato per più di una generazione, l’ideale del comunismo inteso come ricerca di un nuovo orizzonte culturale e politico. Ingrao era l’intellettuale e il dirigente che sapeva coniugare il rigore dell’analisi con la tensione della poetica che fuoriusciva dalle sue parole in una costruzione etico-logica, cioè una fertile combinazione di sensibilità e di riflessione sulla condizione umana, prima ancora che su quella della “classe”.

Da una postazione di terza fila, avendogli solo stretto la mano in qualche circostanza, Ingrao era per me il “vate”, colui che t’indica la strada come un maestro personale, nello stesso tempo era il tribuno che nei comizi sapeva toccare le corde più profonde del senso di giustizia e di riscatto sociale che permeava il suo comunismo.

Ricordo in particolare un’occasione a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, credo fosse il 1977 e c’erano le elezioni amministrative, lui dal palco nella villa comunale affrontò il tema del meridione, della classe operaia del sud e di quella del nord che dovevano unirsi per cambiare l’Italia e “in un fuoco incrociato” disse, “sconfiggere quella proterva Dc di Gava che tanti danni ha prodotto e ancora arreca al meridione e al Paese”.