Firenze: una variante per la degenerazione urbana

di Ilaria Agostini

Come distruggere insieme urbs e polis. L’insegnamento della città guida del renzismo urbanistico. Ma contrastare si può passando dalla denincia all’azione. Proprio in nome della “rigenerazione urbana”, una Variante al Regolamento Urbanistico sottopone a trattamento degenerativo il corpo esangue della città storica e lo predispone a nuova speculazione immobiliare. La Variante al RU, approvata dalla Giunta e a breve in discussione consiliare, aggredisce il patrimonio edilizio storico e abolisce l’obbligatorietà del restauro sui monumenti architettonici: la loro tutela viene demandata alla libera discrezionalità della Soprintendenza, ridotta allo stremo dalla riforma Franceschini.

Nel feudo del declinante potere renziano

All’ultimo anno di mandato, la Giunta Nardella si esprime con questo pericoloso provvedimento che apre la strada agli appetiti sulle architetture monumentali del centro città e delle colline, che agevola la sciagurata vendita di edifici storici di proprietà pubblica e che, infine, legittima vecchie speculazioni bloccate dal sistema giudiziario. È l’estrema torsione amministrativa, liberista e servile, un regalo agli “investitori”, agli immobiliaristi, ai parassiti della rendita.Ma è principalmente un atto di selezione sociale.

L’accelerazione impressa dalla Variante rafforza infatti il processo di esclusione della vita civile e delle funzioni sociali dai luoghi rappresentativi della comunità cittadina, prodromo dello spossessamento degli spazi pubblici e comuni. Corrobora ulteriormente la già avviata sostituzione dei residenti con «utenti» che, dotati di notevole disponibilità economica, influiscono sull’assetto urbano senza tuttavia partecipare alla vita politica [1]. Tutta urbs niente polis, verrebbe da dire. La popolazione ideale da governare.
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Oltre il municipalismo: la sfida all’Europa dell’alcaldessa Ada Colau

di Steven Forti

Il 24 maggio del 2015 in diverse città spagnole delle liste civiche nate dal basso vincono le elezioni comunali. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona i cittadini entrano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo PP-PSOE, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati quasi due anni da quel giorno e la scommessa neomunicipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo.

Il neomunicipalismo è figlio del movimento del 15M, gli Indignados, che hanno invaso le piazze spagnole nel maggio del 2011. La reazione alla grande crisi, che stava distruggendo, con le contro-riforme del governo Zapatero e poi del governo Rajoy, il fragile Welfare state spagnolo, è stata imponente e ha permesso la politicizzazione di una nuova generazione che negli anni della bolla immobiliare viveva per lo più nell’apatia politica. Il triennio 2011-2013 è stato quello delle grandi manifestazioni, delle Mareas in difesa della sanità e dell’educazione pubblica, del radicamento degli Indignados nei quartieri delle città, della lotta contro gli sfratti portata avanti dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (Pah), di cui Ada Colau, attuale sindaca di Barcellona, era la portavoce. La disoccupazione aveva toccato i drammatici record greci (27%), le famiglie che avevano perso la casa erano oltre 500mila, i giovani che emigravano circa 100mila l’anno. Il sistema spagnolo, nato con la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, era entrato in cortocircuito: non si trattava solo di una crisi economica e delle sue tragiche conseguenze sulla popolazione, ma di una crisi sociale, politica, istituzionale, territoriale e culturale.
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Migranti a Trieste: il blitz malvagio degli sgherri del Comune

Blitz contro i migranti al Silos di Trieste - Foto Il Piccolo
Blitz contro i migranti al Silos di Trieste – Foto Il Piccolo

di Claudio Cossu

È avvenuto alle prime luci dell’alba del 9 novembre 2016, protetti ancora dall’oscurità autunnale, per non destare sospetti o curiosità o, forse, semplicemente per non provocare orrore e disapprovazione da parte dei vari passanti mattinieri che si aggiravano da quelle parti, nei pressi cioè del Silos di Trieste. Gli sgherri della “polizia locale”, un tempo chiamati “guardie del radicio”, impietosi ora perché al servizio e agli ordini del vicesindaco di questa città – un tempo ridente e serena – hanno costretto una trentina di esseri umani, sfortunati e richiedenti asilo e solidarietà, hanno costretto, dunque, questi profughi e abbandonati rappresentanti di una sfortunata e derelitta umanità ad abbandonare la struttura del Silos stesso.

Dove avevano trovato un po’ di riparo dal freddo della stagione e dall’umidità circa 35 derelitti ed esclusi esseri di nazionalità afghana e pachistana, che non erano riusciti a trovare altra e diversa umana accoglienza. E ancora, in aggiunta, sono stati colpiti da una crudele e malvagia denuncia per omessa osservanza di un’assurda ordinanza che nega l’ingresso nel vecchio edificio, divieto che colpisce chiunque cerchi colà un po’ di calore e riparo, una protezione caritatevole tout court.
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Lo stato della piscina di Bologna

Bologna, la città e lo sport: funzioni pubbliche da ridefinire

di Silvia R. Lolli

Dopo vari anni in cui si è liberalizzato lo sport, spesso con soldi pubblici, continuo a proporre le mie convinzioni, spesso senza ottenere ascolti. Infatti il tema sport è un tema ampio che necessita di competenze e sguardi oltre la visione spettacolaristica o l’ormai consumato sport per tutti.

Dietro alla mia visione c’è il bisogno di capire se anche per lo sport si può ricominciare ad avere l’idea di attività fisica per tutte le età da promuovere per il benessere psico-fisico e sociale della società in cui si vive. Ed è un tema che riguarda tanti aspetti del sociale: la sanità, la scuola, l’ambiente e l’urbanistica, oltre che lo sport professionistico e quindi la sicurezza.

Prima di tutto l’impostazione di un programma dovrebbe tener conto dei principi più generali che si vogliono mettere in campo. Così la questione è oggi il recupero, da parte del pubblico, della sovranità sulle decisioni e sulle gestioni dell’attività sportiva di carattere sociale, cioè non di quella professionistica. Ed una precisa visione delle proprie funzioni, non delegabili.

Allora, se si è d’accordo su questo punto, cioè di andare contro la deriva neoliberistica e delle privatizzazioni, occorre definire che cosa per lo sport deve mantenersi pubblico. Cruciale diventa dunque il tema delle gestioni, cioè delle convenzioni per gli impianti sportivi pubblici.
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Sgombero alla ex Telecom, Bologna

Bologna, sgombero alla ex Telecom: manganelli contro peluche

di Giuseppe Scandurra

Ennesimo sgombero alla Bolognina. Accompagnando i bimbi a scuola, prima di prendere il treno, mi stupisce visivamente un enorme peluche che si affaccia dalla finestra degli “occupanti” verso le camionette (ben 14) della polizia. Un’immagine che non può che non evocare una forma di “israelizzazione” del conflitto (manganelli e armi da fuoco contro peluche e sassi atti).

Da ormai dieci anni faccio ricerca nel territorio della Bolognina (dove nel 2006 presi casa). Prima che l’attuale sindaco si insediò a capo della Giunta, quando era assessore all’Urbanistica, con il giornalista Leonardo Tancredi gli chiedemmo cosa sarebbe stato di questo territorio una volta operaio ora che un modello produttivo (la fabbrica) era finito e che le percentuali di cittadini di origine straniera, in termini di residenza, in specifiche aree del quartiere Navile iniziavano a raggiungere percentuali sopra il 20%. Allora non ottenemmo alcuna risposta.

Qualche anno dopo un Piano Strutturale Comunale decise che in quest’ampia periferia a nord della città sarebbe stato realizzato il people mover (dopo l’edificazione del Nuovo Comune), nuovi palazzi a scopo abitativo (la trilogia Navile), dalle ceneri delle fabbriche sarebbero nati centri commerciali: sarebbe nato, in sintesi, un quartiere del “terzario” ricco di uffici stretti tra la Stazione e la Fiera.
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Bologna, il caso Atlantide: il “cactus belli” di Ronchi e altri legionari

Bologna, Atlantide non s'inabissa, 10 ottobre 2015
Bologna, Atlantide non s'inabissa, 10 ottobre 2015 - Foto di Sergio Caserta

di Fausto Anderlini

Il cactus belli, come l’ha definito con l’acume del caso il giornalista Michele Smargiassi, si deve innanzitutto a una ubicazione geografica carica di significato. Il cassero di Porta Santo Stefano è infatti sulla frontiera di due borghesie: quella degli enragèes post-moderni e quella clerico-moderata dei quartieri alti. Emblematica, come tale, di altre convergenti divisioni: fra il liberismo comunitario e il liberismo dei patrimoni, fra il libertarismo anarchico e l’ordine proprietario, fra la caustica irriverenza e il bigottismo curiale. Come a suo tempo il cassero di porta saragozza. I gay nel mezzo della processione. Non sarebbe diventato un cactus belli, Atlantide, se il cassero fosse stato a Borgo Panigale, magari nei pressi dell’aereoporto. Tanto che si direbbe che il cactus belli è un problema del cassero.

E’ un Virginio nuovo quello che vediamo all’opera. Non più l’uomo dell’e anche, ma quello dell’aut aut. Un sindaco decisionista, che prova a guadagnare autorevolezza tagliando un’ala. Anche profittando della sua insipienza amministrativa (il caso, se tale, era ben risolubile altrimenti) Merola ha colto al volo la palla, altamente simbolica, di Atlantide, per riorientare la segnaletica politica. Licenziando Ronchi l’astuto Virginio si è liberato di un condizionamento diventato eccessivamente invasivo. Ronchi e seguaci, con la loro ansia di ricandidatura e ri-cooptazione, stavano strafacendo. Le loro liste civetta pseudo-sinistrorse stavano mettendo a rischio il rapporto col versante moderato del partito della regione. A un certo punto deve avere pesato oltre misura, su Virginio, l’impressione che potesse figurare come eterodiretto da una congrega di radicalisti di palazzo, peraltro privi di un seguito reale nei mondi di riferimento.
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Bologna, l’ultima idea del Comune per la periferia: un nuovo centro commerciale

Bologna
Bologna
di Mauro Boarelli

Bologna ha davvero bisogno di un nuovo grande centro commerciale? Si direbbe di no, visto il numero di quelli già esistenti. Ma l’amministrazione comunale è di diverso parere. Quella che con sfrontato eufemismo viene definita “riqualificazione” di aree periferiche passa ancora una volta, con scarsa fantasia, attraverso la costruzione di un centro commerciale.

Stavolta i “riqualificatori” hanno superato se stessi individuando una localizzazione che qualsiasi urbanista dotato di un minimo di buon senso definirebbe quantomeno bizzarra: via Larga, per la precisione all’incrocio con via dell’Industria. Via Larga inizia – provenendo da via Massarenti – con un grande centro commerciale, il Pianeta, e termina – dopo aver costeggiato il Pilastro – con un centro commerciale ancora più grande, il Meraville.

Nel mezzo – a poche decine di metri dal nuovo insediamento annunciato – c’è un altro supermercato della grande distribuzione. Ora si aggiungerà un altro insediamento di oltre 8.000 metri quadri, e tutto questo lungo un percorso che non supera i tre chilometri. Una follia. Ma nella follia c’è del metodo. E il metodo prevede – tra l’altro – che il progetto venga portato all’attenzione del Consiglio di quartiere all’ultimo momento (il 1 ottobre, a quanto pare), quando l’iter sarà a uno stadio molto avanzato e i giochi saranno già fatti: l’inizio dei lavori è infatti annunciato per l’inizio del prossimo anno.
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“Il sole dell’avvenire”: dal socialismo romagnolo alle scelte politiche dei giorni nostri

Il sole dell'avvenire
Il sole dell'avvenire

di Sergio Caserta

Nella sala delle assemblee dell’XM24, c’è un’atmosfera piacevole, tutto sommato nonostante il freddino che i più combattono con un bicchiere di buon vino rosso, sul palco c’è Salvatore (Tore) Panu che accenna motivi con la fisarmonica, tutti i posti a sedere si occupano, si aggiungono panche e molti restano in piedi, arriva Valerio Evangelisti che presenta il suo ultimo lavoro, il romanzo storico il Sol dell’avvenire. Ci sono ragazze e ragazzi dai venti ai settant’anni… bene posso sentirmi nonostante tutto a mio agio.

Prima della presentazione un rappresentante, legge un documento dell’assemblea, organo unico collettivo e rappresentativo, che riguarda la vicenda del confronto con l’amministrazione comunale per ridefinire una modalità di formalizzazione dell’attività dello spazio XM24, una convenzione. L’incipit è chiaro: “Per noi è fondamentale e importante che il percorso di XM24 e la sua battaglia siano pubblici e per questo vogliamo dare continuità nel comunicare alla città le sue scelte e le proposte. I punti della battaglia sono sempre stati due: uno, evitare l’abbattimento di xm24, due, affrontare il tentativo del Comune che voleva ridurre il nostro modello di autogestione ad una forma giuridica per loro riconoscibile”.
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Genialità urbanistica: dopo il Civis e il People Mover, ecco i Tdays

T Days a Bolognadi Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Difficile capire la mente umana, quasi impossibile, almeno allo stato attuale della ricerca. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, dopo l’adesione al regno d’Italia, i bolognesi trovarono insufficiente per la mobilità l’antichissima croce romana, quella costituita dalla via Emilia (via Ugo Bassi e via Rizzoli attuali), e via Galliera. E fu così costruita via Indipendenza, terminata nel 1890, strada larga e pensata per l’accesso diretto alla piazza, al centro, a partire da nord, dalla stazione ad esempio. Fu sconvolta la situazione in prossimità della via Irnerio, furono cancellate viuzze, si creò un collegamento con la corte dei miracoli rappresentata dalla attuale piazza VIII agosto, quella dei cavadenti e della “giostra ed Sandrein”. E sparì la piazza antistante la cattedrale di San Pietro, assorbita dalla nuova, grande strada.

Questi gli aspetti storici. Gli aspetti psicologici sono assai più complessi. Ai nostri politici, demagoghi post-comunisti, pre-comunisti, para-comunisti, sostanzialmente democristiani, bastino a riprova le sperticate lodi di CL, (non sapremmo più come individuarli) quella strada non è mai andata giù. E’ stata una ossessione, una scheggia nelle carni, come direbbe Kierkegaard: ogni assessore da tempo immemorabile ha avuto come impulso irrefrenabile quella di chiuderla, o almeno limitarla, riempirla di mangiafuoco o di fioriere, insomma, renderla impercorribile: cosa c’è di più borghese di una strada larga, facilmente percorribile, e che porta direttamente al cuore della città? L?assillo non lascia tregua: ti rovina la vita, ti sveglia alla notte. Cavolo, una strada, larga otto corsie, che porta direttamente in centro? Ma siamo matti?
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XM24

Bologna, un “disco volante” sull’Ex Mercato 24?

di Sergio Caserta

La non troppo calda serata estiva induce a chiacchierare all’aperto, le pareti affrescate di ogni genere di murales rendono tutto l’ambiente (estremamente cementifero) dell’XM24, uno spazio visivo caleidoscopico, vivacemente policromo.

Siamo nel pieno della vicenda già nota che prevede tra pochi giorni l’inizio dei lavori per la realizzazione di una nuova circolazione nell’area dell’ex mercato di via Fioravanti, sede dello storico spazio pubblico autogestito, e l’enorme urbanizzazione, in pratica un nuovo quartiere che si aggiunge agli esistenti, a partire dalla discussa (per ragioni architettoniche, ambientali e sanitarie) nuova sede del Comune al Liber Paradisus.

Riprendiamo il discorso dall’inizio: lo spazio pubblico autogestito in Via Fioravanti c’è da circa dodici anni, trasferitosi dalla prima sede di via Ranzani, in accordo col Comune (anno 2001 sindaco Guazzaloca) e senza un contratto o accordo scritto ma come si dice in gergo giuridico con un “gentleman Agreement”.

XM24 nel 2004 (dell’era cofferatiana) ha contribuito in maniera molto attiva al laboratorio d’urbanistica partecipata che precedette l’approvazione definitiva del progetto di nuovo quartiere Navile, ponendosi come soggetto attivo delle relazioni sociali nel territorio, contribuendo concretamente anche al miglioramento dell’impatto sociale e ambientale del piano. Alcuni dei progetti individuati nell’ambito del laboratorio sono stati in seguito sospesi per mancanza di fondi e in parte ripresi, come per il nuovo centro Katia Bertasi per il quale è prevista una radicale ristrutturazione; tutto il materiale del laboratorio è scaricabile dal sito dell’Urban Center.
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