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La “guerriglia online” che sconfisse l’accordo multilaterale. Una lezione per l’oggi

We control internet Anti-Counterfeiting Trade Agreement - Immagine di Rétrofuturs

We control internet Anti-Counterfeiting Trade Agreement - Immagine di Rétrofuturs

di Luciana Castellina

Fu defi­nita la «prima guer­ri­glia on line della sto­ria». Era­vamo alla fine degli anni ’90 e la rete non era stata ancora mai spe­ri­men­tata in poli­tica. Fu anche gra­zie a que­sta mobi­li­ta­zione, che subito acqui­stò dimen­sioni glo­bali, che riu­scimmo a vin­cere – non capita spesso – anche la bat­ta­glia par­la­men­tare (per lo meno a livello euro­peo); e poi, quella defi­ni­tiva: la rinun­cia dell’Ocse, che aveva pro­po­sto l’Ami (l’Accordo multilaterale sugli inve­sti­menti), ad insi­stere sul suo pro­getto che ini­zial­mente era con­vinta sarebbe pas­sato senza rea­zioni.

Era il 3 dicem­bre del 1998. Il colpo deci­sivo era stato appor­tato dal primo mini­stro fran­cese Jospin, che, sotto la pres­sione della sua opi­nione pub­blica (sem­pre più vigile delle altre euro­pee in que­sti casi) annun­ciò il ritiro della Fran­cia dal nego­ziato. La vit­to­ria fu festeg­giata con grande cla­more nel 1999 nel famoso raduno inter­na­zio­nale di Seat­tle – pre­cur­sore dei Forum sociali mon­diali – dove fu peral­tro affos­sato un altro peri­co­loso stru­mento di libe­ra­liz­za­zione sel­vag­gia, il Mil­len­nium Round, pro­po­sto dall’Omc (Orga­niz­za­zione Mon­diale del Commercio).

Keynes e il commercio: intervento a Sbilanciamo l’Europa

Green economy - Foto di WDM Manchester

di Valentino Parlato

«Se le nazioni impa­ras­sero a rag­giun­gere la piena occu­pa­zione con le loro poli­ti­che interne, non ci sareb­bero più forze eco­no­mi­che che met­tono gli inte­ressi di un paese con­tro quelli dei vicini (…). Il com­mer­cio inter­na­zio­nale ces­se­rebbe di essere quello che è, cioè un espe­diente dispe­rato per man­te­nere l’occupazione interna spin­gendo le ven­dite all’estero e limi­tando gli acqui­sti, che – se fun­ziona – non fa altro che spo­stare il pro­blema della disoc­cu­pa­zione sul paese vicino che esce in con­di­zioni peg­giori dalla lotta» (John May­nard Key­nes, Teo­ria gene­rale dell’occupazione, inte­resse, moneta, 1936, capi­tolo 24).

Nes­suno deve aver spie­gato ad Angela Mer­kel que­sta con­si­de­ra­zione di Key­nes. La Ger­ma­nia – e l’Europa costruita a sua imma­gine – fonda il suo svi­luppo sulle espor­ta­zioni e, per faci­li­tare com­merci e inve­sti­menti, si imbarca in un Trat­tato tran­sa­tlan­tico che sarebbe il Tita­nic della demo­cra­zia. Qual­che bri­ciola di export in più è vista da Ber­lino, Bru­xel­les e Washing­ton come l’unica via per tor­nare a cre­scere e rivin­cere le ele­zioni – quelle euro­pee a mag­gio e quelle Usa di medio ter­mine in autunno. Ma Key­nes ci spiega che è una solu­zione illu­so­ria, pagata in Europa dalla depres­sione della peri­fe­ria, che può tra­sci­nare con sé l’insieme dell’Europa. Le ombre degli anni trenta sono vicine, e rileg­gere Key­nes può aiu­tarci a tenerle lontane.

Emilia Romagna, piccola cronaca della crisi

Fifty - Foto di Roberto La Forgia

Fifty - Foto di Roberto La Forgia

di Vincenzo Comito

Per capire i risultati del voto (a quasi due mesi dalle elezioi), partiamo da un’inchiesta minima, dalla microstoria di un quartiere in una città di medie dimensioni dell’Emilia Romagna, area tra le più ricche del paese, una delle città dove si vive meglio in Italia. Vediamo come vivono e cosa pensano le classi medie, a partire dai commercianti.

Il bar del quartiere, gestito su base familiare da una coppia di coniugi, è rimasto aperto anche la domenica del voto ma, a differenze delle precedenti tornate elettorali, non fatto molti affari. Elettori, scrutatori e altri addetti alla bisogna – racconta il titolare – hanno speso poco, si sono portati panini, dolci e bevande da casa. Il bar è accanto a una banca importante e a una scuola media. Ma anche qui gli affari calano: gli addetti allo sportello dell’istituto finanziario sono passati da 110 a 25, e anche il numero dei professori si è ridotto. Nel primo caso ha pesato l’automazione, l’home banking, la ristrutturazione organizzativa; sulla scuola hanno colpito i tagli di Tremonti. E negli ultimi anni hanno aperto, nel raggio di duecento metri, altri tre bar, un altro segnale delle difficoltà di trovare altre occupazioni.

Il primo dei tre esercizi, in mancanza di affari adeguati, è da tempo in vendita, senza trovare compratori. Il secondo nei giorni scorsi ha chiuso perché nel locale si è sviluppato un incendio, che alcuni sospettano essere doloso, anche se non c’è alcun elemento specifico che avvalli tale ipotesi; la proprietaria afferma che stava comunque per vendere l’attività. Il terzo infine, è un grande e rinomato bar-pasticceria – con numerosi addetti al banco e al laboratorio, che appare ancora molto frequentato, ma i suoi alti costi lo rendono vulnerabile alla crisi.