“Via Libia” non è mai una strada innocente

di Wu Ming 1

L’Italia detiene molti primati. Una frase che può avere diverse interpretazioni: in effetti, lo Stato italiano tiene in carcere molti esseri umani, che con scimmie e proscimmie fanno parte dell’ordine dei primati. Ma qui per primati intendiamo le primazìe: le volte che un italiano è stato il primo a compiere un’impresa o scoprire qualcosa, o gli ambiti e settori dove l’Italia “primeggia”. […] A noi, qui, interessa una terza categoria: quella dei primati veri ma mai ricordati, e perciò sconosciuti alla grande maggioranza degli italiani. L’Italia ha compiuto il primo bombardamento aereo della storia. Lo ha fatto nei pressi di Tripoli, durante la guerra di Libia, l’1 novembre del 1911. Nel 2011 abbiamo festeggiato il centenario con un remake, partecipando ai bombardamenti Nato contro la Libia.

L’Italia è stata la prima potenza coloniale a innalzare un “muro della vergogna” nel mondo arabo. Ben prima del muro israeliano, o delle barriere di Ceuta. Anche quest’impresa l’abbiamo fatta in Libia, per la precisione nella sua regione orientale, la Cirenaica. […] Nel 1930, a quasi vent’anni dall’invasione, l’Italia occupa quasi solo le città costiere, mentre nell’entroterra, soprattutto in Cirenaica, si scontra con durissime resistenze. I partigiani senussiti, guidati dall’anziano insegnante ‘Omar al-Mukhtar, sono l’incubo del governatore Pietro Badoglio e del vicegovernatore Rodolfo Graziani. ‘Omar ha più di settant’anni e combatte l’Italia fin dalla prima invasione della Libia. La sua abilità strategica, la conoscenza del territorio e l’appoggio della popolazione consentono alle bande armate beduine, i duar, di ridicolizzare il nemico con tattiche mordi-e-fuggi.
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Il neocolonialismo è una questione seria, non uno spot elettorale

di Alessandro Canella

La questione del neocolonialismo in Africa esiste, ma non riguarda solo la Francia e non si limita alla moneta. Molteplici sono gli interessi e i condizionamenti occidentali e una valutazione seria passa attraverso la profondità dell’analisi, non attraverso uno spot elettorale a favore di telecamere per ragioni di equilibri e alleanze europei.

Sta facendo ancora discutere l’uscita di Alessandro Di Battista, rilanciata poi dal vicepremier Luigi Di Maio, sulle politiche neocoloniali francesi, in particolare sul Franco Cfa. Da un lato si è registrata in Italia una levata di scudi filomacroniana, ad opera di quotidiani mainstream, alcuni esponenti della politica uscita sconfitta dalle elezioni del 4 marzo 2018 ed alcuni economisti. Dall’altro una difesa per così dire antisistema, anche in ambienti che un tempo furono della sinistra radicale e che comunque non sono automaticamente riconducibili alla base pentastellata.

Penso che per la comprensione della questione occorra distinguere il merito dal metodo. E purtroppo in questo caso, come in molti altri della politica attuale, il metodo è diventato centrale per un’analisi corretta della vicenda. Un argomento così serio come le politiche neocoloniali di molte potenze globali (non solo la Francia) in Africa è finito nel tritacarne del marketing elettorale in vista delle elezioni europee.
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Dal Manifesto Sardo: colonialismo italiano sull’isola

Muro in sasso
Muro in sasso
di Francesco Casula

La politica italiana nei confronti della Sardegna (e del Sud) è tutto giocata sul colonialismo interno. Fin dai primordi dell’Unità. Tanto che un neomeridionalista come Nicola Zitara, scriverà un libro dal titolo emblematico: “L’Unità d’Italia – Nascita di una colonia”.

Ma di “colonialismo” italiano parlerà anche Gramsci a più riprese: fra l’altro scrivendone il 16 Aprile 1919 in un articolo dell’Avanti, avente per titolo “I dolori della Sardegna”. “Nel cinquantennio 1860-1910 – scriveva – lo Stato italiano nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato «spende» per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”?

Proseguirà ricordando che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”. Lo stesso Gramsci il 14 Aprile del 1919, in un altro articolo, titolato significativamente “La Brigata Sassari” aveva parlato di sfruttamento coloniale della Sardegna da parte della classe borghese di Torino oltre che con le tasse sproporzionate, con la rapina delle risorse, segnatamente attraverso lo sfruttamento delle miniere e la distruzione delle foreste sarde.
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