L’azzardo di Pedro Sánchez

di Maurizio Matteuzzi “O le sinistre fanno un fronte ampio o vamos todos a la mierda”. Questo il sintetico pensiero affidato a Twitter da Ada Colau, la sindaca di Barcellona, dopo il voto del 10 novembre. Con una postilla altrettanto lapidaria: “Pedro, le tue elezioni sono state un fallimento”. Il “fronte amplio”, all’improvviso, forse ci […]

Elezioni spagnole: alcune considerazioni dopo il voto

Elezioni in Spagna
Elezioni in Spagna
di Ramon Mantovani

Le elezioni anticipate (convocate dopo mesi di sterili trattative per formare il governo) si sono risolte con un’avanzata del Partito Popolare (PP), con una tenuta del Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), con un secco arretramento di Unidos Podemos (coalizione composta da Podemos, Izquierda Unida, Equo e da coalizioni più ampie e comprendenti forze locali in Catalunya, Galicia, Pais Valencià e Illes Baleares), e con un più modesto arretramento di Ciudadanos (C’s). Le forze indipendentiste e nazionaliste catalane e basche hanno confermato sostanzialmente gli stessi voti del turno precedente.

Vediamo i risultati nel dettaglio per le forze principali. La partecipazione al voto è calata dal 73,20 % al 69,84 % con un milione e duecentomila elettori in meno. Il PP passa da 7.236.265 voti (28,71 %) a 7.906.185 voti (33,03 %) e da 123 a 137 seggi. Il Psoe passa da 5.545.315 voti (22,00 %) a 5.424.709 voti (22,66 %) e da 90 a 85 seggi. Unidos Podemos passa da 6.146.527 voti (24,47 %) a 5.049.734 voti (21,10 %) conservando i 71 seggi della tornata precedente. Nella tornata precedente Podemos e Izquierda Unida si presentarono divise tranne che in Catalunya e Galicia. E nelle Isole Baleari la forza locale MES si presentò da sola. C’s passa da 3.514.528 voti (13,94 %) a 3.123.769 voti (13.05 %) e da 40 seggi a 32.
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Politiche di coalizione nella crisi europea: è possibile?

Sinistradi Sandro Mezzadra e Toni Negri

Costruire potere nella crisi: così abbiamo intitolato il seminario di Euronomade che si terrà a Roma dal 10 al 13 settembre. È del resto questo il problema di fondo attorno a cui abbiamo cercato di lavorare negli ultimi due anni. A fronte della violenza della crisi, dell’attacco portato alle condizioni di vita e lavoro in particolare nei Paesi mediterranei dell’Europa, abbiamo continuato a domandarci come sia possibile passare dalla resistenza alla effettiva costruzione di alternative.

Il potere che ci interessa costruire è alimentato dalla dinamica e dal ritmo delle lotte sociali, ma deve fissarsi al tempo stesso in una stabile configurazione istituzionale. Come molti e molte abbiamo l’impressione che oggi si pongano questioni che in qualche modo stanno al di qua (o al di là) della grande divisione tra “riforme e rivoluzione” che si impose all’interno del movimento operaio europeo nel primo Novecento, nel solco del dibattito sul “revisionismo”.

L’esaurimento del riformismo storico, socialdemocratico, è sotto gli occhi di tutti. Ma dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che anche le ipotesi rivoluzionarie che abbiamo conosciuto appaiono svuotate di efficacia politica, ridotte a roboante retorica consolatoria o a farsesca messa in scena di un’insurrezione a venire. Alle spalle di questa duplice crisi c’è una trasformazione radicale del modo di produzione capitalistico e della composizione del lavoro, che da qualche decennio abbiamo contribuito ad analizzare senza essere ancora riusciti a forgiare gli strumenti politici necessari per rendere efficace, nelle condizioni nuove della lotta di classe, il nostro persistente desiderio comunista.
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