Quis custodiat custodes? Alla ricerca della culla del malaffare

La giustizia - Foto di Valentin Likyov
La giustizia - Foto di Valentin Likyov
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Leggo in un articolo di Giuliano Foschini, La Repubblica 20 ottobre, relativo ai “concorsi truccati”, che “Onida e Cheli offendono i pm”. E che, udite udite, l’inchiesta criticata dai suddetti riguarderebbe “alcune sentenze pilotate al Tar di Bari”. Ma come, non era l’università il luogo del malaffare? Che c’entrano le sentenze? Ma allora, direbbe Shakespeare, non c’è del marcio solo in Danimarca; anche in Olanda non è che si stia meglio, vien da dire.

Ma il punto che viene in mente è: se ci sono stati pasticci nelle università, giudicano i magistrati. Se poi ci sono stati pasticci al Tar, cioè se l’attore è un magistrato, chi giudica? Ancora magistrati. Non quadra, non quaglia.

Che i magistrati abbiano un supremo organo di giudizio, il Csm, pare una ovvietà, nella visione moderna della divisione dei poteri. Certo, chi, se non un uomo di legge, può verificare se la legge è stata applicata? Chi ne sa di più, di legge, dei giuristi? E’ dunque più che legittimo che la magistratura nel suo complesso si doti di un organo supremo di autogoverno, o autocontrollo. Fin qui torna. Ma poi viene un altro problema. Chi ne sa di più di filologia romanza, se non un accademico di filologia romanza?
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