Un’onda d’urto che vuole cambiare le radici del sistema

di Guido Viale

L’onda d’urto degli studenti in marcia contro l’irresponsabilità delle classi dirigenti di tutto il mondo venerdì 15 marzo ha dato la prima prova della sua forza, ma è solo al suo inizio. Per capire gli sconvolgimenti che è destinata a provocare nell’establishment basta forse il quotidiano Repubblica; fino a tre giorni fa riempiva le prime pagine con titoli di scatola e foto smisurate a sostegno del TAV Torino-Lione, come se da esso dipendessero le sorti, se non del pianeta, certamente del paese; da tre giorni fa altrettanto con la marcia per il clima Friday for Future e il suo simbolo, Greta Thunberg.

Forse conta di assorbirne lo spirito di rivolta con qualche pacca simbolica sulle spalle di “tanti bravi giovani”, per riprendere, passata la tempesta, l’amata battaglia pro Grandi opere. Così la pensa sicuramente il neosegretario del PD Zingaretti, che ha dedicato la sua vittoria a Greta e poi è andato a complimentarsi con quelli del cantiere del Tav; prova, per lo meno, di dissociazione mentale. D’altronde la schiera dei camaleonti che faranno finta di salire sul carro di Greta sarà un vero esercito. Ma non riusciranno a prendere in giro questi ragazzi come hanno fatto per anni con i loro genitori. “Forse non ci hanno capiti”.
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Due appuntamenti per il clima: la riscossa internazionale dei giovanissimi

di Sergio Sinigaglia

Venerdì prossimo, 15 marzo, decine di città europee e non solo, vedranno scendere in piazza migliaia di giovani in occasione dello sciopero internazionale per il clima. Una settimana dopo, sabato 23, a Roma si terrà una grande manifestazione nazionale sugli stessi contenuti e contro le grandi opere. Due appuntamenti rilevanti che rilanciano alla grande il movimento socioecoambientalista.

In particolare la giornata del 15 assume una importanza notevole. L’aspetto sicuramente centrale, come hanno evidenziato molti commenti, è certamente il protagonismo di una nuova generazione, i cosiddetti “millennials” che finalmente sembrano aver rotto gli indugi e intendono prendere nelle proprie mani il loro destino. Dopo il movimento altermondialista, quello di “occupy” e degli indignados, una nuova leva, fatta di giovanissimi, assume rilievo internazionale.

Soprattutto stravolge una visione del tempo ormai da anni appiattita su un infinito presente, con l’annullamento della memoria del passato e ancora di più di qualunque progettualità futura. E infatti proprio sul futuro del nostro pianeta è impostata l’analisi e l’attenzione del nuovo movimento. In completa sintonia con il “principio responsabilità” di Hans Jonas, questi giovanissimi mettono al centro del loro agire politico la denuncia del vicolo cieco in cui il Sistema sta conducendo la nostra e le altre specie viventi.
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Vince Trump: un G20 da dimenticare

di Alfredo Somoza

Si è chiuso a Buenos Aires il tredicesimo vertice del G20 senza concludere, come previsto, praticamente nulla. Un successo quindi per Donald Trump, che riesce a evitare condanne per i dazi che sta introducendo dall’inizio dell’anno per colpire i concorrenti dell’industria statunitense. Anche sul cambio climatico Trump fa inserire una specifica sul fatto che gli USA confermano l’uscita dall’Accordo per il clima, pur impegnandosi a fare bene da soli (!).

Su migranti e profughi aria fritta. Anche la Cina canta, più modestamente vittoria, per avere strappato a Trump 3 mesi di moratoria per l’avvio dei dazi che dovrebbero colpire il loro export negli USA in attesa “di svolgere negoziati”. Negoziato, quella parola che irrita tanto l’inquilino della Casa Bianca, come si evince dal suo volto (rispetto a quello di Xi Jinping) nella cena che hanno condiviso a Buenos Aires

A Buenos Aires si sono anche misurate le distanze e le vicinanze tra i capi di Stato. Trump che ha evitato di incrociare Putin, ma ha sorriso apertamente al principe saudita Bin Salman. La signora May che per la prima volta dopo la guerra delle Falklands ha incontrato un presidente argentino. Emanuel Macron che per un disguido del protocollo viene ricevuto all’aeroporto soltanto da un impiegato aeroportuale che indossa un gillet giallo.
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La cultura del clima

di Bruno Giorgini

Al di là del circolo polare artico per oltre dieci giorni si sono misurate temperature tra i 30 (trenta) e 34 (trentaquattro) gradi, talché chi era andato colà in vacanza per esperimentare i ghiacci eterni munito di robuste giacche a vento, scarponi, berretti di lana e guanti, ha dovuto comperare magliette, scarpe da tennis, cappellini contro il sole.

Ovvero i ghiacci non sono più eterni, e sempre meno lo saranno. Si chiama riscaldamento globale, secondo l’espressione coniata da Wallace Smith Broecker, oceanografo di chiara fama. perché non ci siano dubbi, più a sud Atene e l’Attica bruciano, venti caldi, temperature altissime e il fuoco che basta respirare perché s’appicchi, e infatti! Con l’azione dei criminali che moltiplicano gli effetti.

Ma torniamo al Nord, nei dintorni del Polo. Immediatamente a molti viene in mente lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento delle acque, le città costiere allagate, le colonne di profughi che si spostano, migrano, verso i luoghi alti, per sfuggire ai conflitti e alle acque, a tutt’oggi più di 65 milioni di persone. È questa l’immagine catastrofica che più si ritrova in articoli, romanzi, film, sostenuta anche fortemente dall’alluvione di New Orleans, che tutti abbiamo visto sugli schermi del mondo, e per esempio il fotografo sudafricano Gideon Mendel ha costruito una mostra Submerged portraits ritraendo persone allagate, dal Regno Unito al Brasile, dal Pakistan alla Thailandia, Nigeria, eccetera.
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L’opposizione al governo Salvini: fare che

di Bruno Giorgini

La chiusura dei porti alle navi che portano i migranti salvati dal mare, imposta da Salvini e Toninelli, è un atto che di fatto dichiara uno stato di guerra contro una categoria di persone, ampia e variegata. I migranti e profughi vengono considerati fuorilegge e nemici in quanto tali, per il loro statuto sociale senza avere commesso alcun reato ne portato alcuna offesa al popolo e allo stato italiano. Sono i capri espiatori di un governo e di una parte della società e del popolo – in particolare gli elettori della Lega, ma non solo – in funzione di una politica autoritaria destinata inevitabilmente a estendersi alla società intera.

Salvini è il ferro di lancia mentre Toninelli – il ministro delle infrastrutture e perciò delegato alla gestione dei porti – è il coadiuvante e succube. Questa coppia porta alla luce il patto che sottende il contratto (sic) di governo, il cuore di tenebra di questo governo, con Toninelli al solito così tronfio e imperativo, che corre scodinzolando appresso al capo della Lega e capo politico delle forze di polizia e di sicurezza interna. A questo proposito è la prima volta, se non sbaglio, che un segretario di partito al governo assume anche la carica di ministro degli interni – le minuscole sono d’obbligo.

Dalla Liberazione in poi si è sempre evitata – salvo alcuni ad interim assunti dal Presidente del Consiglio – questa sovrapposizione di cariche, capo di partito e capo politico della forza armata interna dello stato, per non dare la sensazione e percezione che un singolo cumulasse da solo un potere di fatto politico-militare, rieccheggiando uno sgradevole passato dittatoriale e fascista.
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I veri piromani: li si cerchi all’interno dei palazzi, non solo nei boschi

di Raniero La Valle

Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone.

Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima, piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie, piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Sardegna; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno.

In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.
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Clima, la resistenza non è solo politica

di Marina Turi e Massimo Serafini

È passato poco più di un anno dalla firma, a Parigi, di quell’accordo sul clima, che diffuse molte aspettative fra gli ambientalisti. Più o meno tutte le grandi associazioni ecologiste del mondo, Greenpeace in testa, pensarono che finalmente la lotta al riscaldamento globale sarebbe diventata una delle priorità nell’agenda politica dei principali paesi della terra, i più inquinatori.

Forse un anno è un periodo troppo breve per poter trarre un bilancio. L’assenza di un calendario per la progressiva, ma totale, sostituzione delle fonti energetiche fossili, doveva insospettire. Oggi molte cose sono indubbiamente cambiate e se si getta uno sguardo realista su ciò che è successo negli ultimi quindici mesi è impossibile ignorare che quella svolta positiva, rappresentata dall’accordo ratificato, è venuta meno. Non bastano a riaccendere le speranze i colpi di tamburo e le antiche grida di guerra della tribù Sioux di Standing Rock che marcia a Washington per difendere il proprio territorio contro la decisione dell’amministrazione Trump di sbloccare l’oleodotto che passerà sulle loro terre.

Ormai a presiedere la principale e più inquinante potenza del mondo è stato eletto un dichiarato negazionista delle responsabilità umane nel cambio di clima e questi pochi mesi di presidenza hanno già fatto capire che la nuova amministrazione americana è impegnata a trasformare gli accordi di Parigi in carta straccia, non riciclabile.
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L’Europa alla prova del clima

Clima - Foto di Tuquetu
Clima - Foto di Tuquetu
di Massimo Serafini

Sulla campagna elettorale per le europee si è abbattuto come un macigno il quinto rapporto sul clima. Ci consegna una previsione agghiacciante di cosa causeranno i cambiamenti climatici al vecchio continente se non verranno fermati. Le migliaia di scienziati dell’Ipcc, che dal 1988 studiano per l’Onu il riscaldamento globale del pianeta, ci dicono che dovremo convivere con nubifragi, alluvioni, un’atmosfera immersa in un aerosol di gas e polveri velenose, mari gonfi d’acqua ed energia.

Un’Europa che gli atlanti geografici dovranno completamente ridisegnare: ghiacciai alpini definitivamente sciolti, deserti che avanzano, città costiere inghiottite dal mare, migliaia di animali estinti. Per capire il dramma sociale cui si sta andando incontro è sufficiente dire che il rapporto prevede milioni di profughi ambientali per mancanza di acqua.

Colpisce non vedere traccia di tutto ciò nello scontro elettorale che deciderà il futuro dell’Europa. Soprattutto sconcerta il silenzio di noi che vogliamo un’altra Europa. Non si sono viste, sebbene il rapporto fosse già noto, mobilitazioni per la decisione del Consiglio europeo di fine marzo di rinviare ogni decisione sulla nuova direttiva di protezione del clima. Eppure la ricetta per abbassare la febbre alla terra è nota da tempo ed è composta da tre ingredienti: intelligenza, rinnovabilità e democrazia.
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