La bolla sovranista è bucata ma il progetto europeo è latitante

di Ida Dominijanni C’è ancora un giudice ad Agrigento, e c’è ancora uno stato di diritto che limita il potere di chi si considera unto dal popolo. In un clima assai cambiato – nel governo e nel paese – dai tempi della Diciotti, la vicenda della Sea Watch impedisce al capo della Lega di lucrare […]

C’è bisogno di un’altra Europa: prima i contenuti, poi gli schieramenti

Europa

di Paolo Ciofi

La paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia.

Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a variabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.
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Torre Melissa, il salvataggio in mare di 51 naufraghi: la notte degli eroi normali

di Natalia Marino

«Lo rifarei mille e mille volte ancora. È stata una notte di sofferenza ma anche di grande umanità, di altruismo verso il prossimo». Non ha chiuso occhio dalla notte scorsa Gino Murgi, il sindaco di Torre Melissa che con i suoi concittadini ha salvato 51 giovani migranti curdi, ha soccorso le mamme che urlavano, i bambini piccolissimi imprigionati nella barca a vela incagliata sugli scogli sotto la pioggia con un mare agitato dalla tramontana.

Nel pomeriggio quelle grida di aiuto risuonano ancora: «Sentire le urla è stato straziante, impossibile da dimenticare». I profughi che erano riusciti ad arrivare a riva cercavano di mettere in salvo i compagni di sventura. «Sono stato allertato alle 4 di notte e ho trovato tanti miei concittadini già all’opera, si erano gettati in mare, senza pensarci un istante». I soccorsi sono arrivati poco dopo. «Con i compaesani insieme ai carabinieri, ai villeggiati dell’albergo che si trova lì, ai volontari delle associazioni e della Croce Rossa, ci siamo dati da fare come potevamo». Dalle case hanno portato coperte e bevande calde, si è acceso il fuoco nella hall dell’hotel.
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Italia in comune al via anche a Bologna

di Sergio Palombarini

“La politica deve essere al servizio di tutte le cittadine e i cittadini. Si fonda su valori condivisi e agisce con responsabilità operando scelte per il bene comune. La politica è l’arte di coniugare la visione ideale con il mondo del realizzabile. In questo modello politico le comunità sono protagoniste. Ci proponiamo come forza aperta al cambiamento, impermeabile a interessi personalistici. Ci riconosciamo nei principi che sono alla base della Costituzione italiana al fine di perseguire una realtà politica democratica, libera, inclusiva, moderna e attiva”.

Queste le prime parole della Carta dei Valori del partito Italia in comune, presentato martedì 11 dicembre scorso alla sala Biagi del Quartiere Santo Stefano. I promotori del progetto, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma. Alessio Pascucci, sindaco Cerveteri, Federica Salsi, responsabile di Bologna, ed altri tra parlamentari e semplici simpatizzanti si sono alternati al microfono e si sono confrontati su idee e obiettivi del nuovo partito nazionale.

La parola partito è stata sottolineata più volte evidenziando l’accezione positiva del termine, contrariamente al sentire comune a molte persone che – da tempo – considerano i partiti, di qualunque tendenza essi siano, negativamente. Gli intervenuti hanno rimarcato che invece i partiti sono una forma di associazione prevista direttamente dalla Costituzione italiana, all’art. 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).
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Migranti, disobbedienza civile e confini

di Nadia Urbinati

La disobbedienza civile, che sembra avere acquistato un interesse pubblico dopo l’intervento di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica, è un oggetto strano e difficile da maneggiare, le cui implicazioni sono imprevedibili, e con il fascino proprio delle imprese radicali. Per alcuni (i realisti sovranisti), non è che una forma di ricatto che non può aver legittimità nelle democrazie costituzionali. Per altri (i radicali antagonisti) è una protesta innocua ed essenzialmente “borghese” che non sfida lo status quo, anzi lo riconferma proprio perché si appella ai fondamenti dell’ordine costituito.

La disobbedienza civile nelle democrazie costituzionali dove la legge, non la volontà del popolo, è sovrana, è esposta a una panoplia di problemi e aporie, come ci ha spiegato Roberto Esposito su Repubblica riproponendo alcuni argomenti di Hannah Arendt e di John Rawls. Un’aporia fra tutte: il disobbediente civile informa le autorità della sua decisione di violare la legge? Rendere pubblica l’intenzione di violare la legge è essenziale affinché la disobbedienza non diventi complotto o trama segreta e clandestina: la democrazia è politica fatta in pubblico, in totale rottura con l’arcano. Eppure, per avere successo, un’azione di disobbedienza deve essere pianificata senza essere pubblicizzata, a questa condizione può diventare un evento efficace. E la sorpresa è un’ingrediente dell’efficacia nell’opinione pubblica, con sperati effetti sulla capacità di mobilitare molti cittadini a sfidare una maggioranza o una legge reputata ingiusta.
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Salute, chi non parte (dal Sud) è perduto

di Monica Mariotti

C’è una migrazione silenziosa – che non è considerata strumento di consenso politico e raramente desta l’interesse dei mezzi di informazione di massa – che ogni anno attraversa la nostra penisola. È il flusso di cittadini costretti a spostarsi dal proprio luogo di residenza per ricevere cure adeguate. La gravità del fenomeno, però, ormai è tale da non poter più essere ignorata. Gli ultimi dati disponibili relativi al 2016 parlano infatti di poco meno di un milione di “migranti della salute”, per una spesa di circa 4,6 miliardi di euro.

Per comprendere ragioni, direzione e percorsi di questo esodo, si può distinguere su base regionale tra mobilità passiva e mobilità attiva. La prima definizione fa riferimento alla percentuale di pazienti che escono dalla propria area di residenza per curarsi in un’altra regione, mentre la seconda alla capacità di un sistema sanitario di attrarre cittadini da altri territori regionali. Se si analizzano le differenze regionali tra ricoveri “in entrata” e “in uscita”, si nota che il saldo è positivo solo per otto regioni e negativo per tutte le altre.

Le prime tre posizioni sono occupate da Emilia-Romagna, con un saldo pari + 9%, Toscana (+ 7,5%) e Lombardia (+7,2%), mentre le ultime tre da Calabria con una differenza del -20%, Basilicata (-6,8%) e Abruzzo (-6,4%). Lo spostamento tra territori regionali limitrofi (o mobilità di confine), però, deve essere valutato diversamente rispetto alla mobilità di lungo raggio, cioè il vero e proprio viaggio della speranza di coloro i quali percorrono tutta la penisola per curarsi.
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Cinque domande a Nadia Urbinati su democrazia e popolo

dalla Rivista Il Mulino

1. Sempre più spesso nel discorso pubblico si sente parlare di populismo, anche a sproposito e demonizzandolo. Vorremmo partire da qui in questa nostra conversazione.

Il populismo si impone all’attenzione quando emerge nella società. Difficile dire cosa venga prima, se la conoscenza o l’evento. Il primo caso di interesse di studio per il populismo è nel 1967, l’anno in cui alla London School of Economics si riunì sotto la direzione di Isaiah Berlin e di Richard Hofstadter un gruppo di lavoro interdisciplinare – tra gli italiani, Franco Venturi e Federico Mancini (le minute furono pubblicate dalla rivista «Government and Opposition» ed alcuni dei saggi nel volume Populism: Its Meaning and National Characteristics, a cura di G. Ionescu ed E. Gellner, The Macmillan Company, 1969).

Si deve tener presente che negli anni Sessanta prendono forma e si sviluppano i movimenti anticoloniali, mentre l’America Latina propone con il peronismo una forma populista di democrazia. Dopo il 1945, Juan Péron abbandona la forma dittatoriale e adotta il processo elettorale, rivendicando la sua come Terza via di governo popolare tra la democrazia liberale e quella socialista sovietica. Negli interventi degli studiosi riuniti a Londra, l’Europa e gli Stati Uniti erano presenti solo come casi storici (l’Ottocento russo e americano), ma assenti come casi politici contemporanei.
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Intanto su Bologna: il governo dei comitati d’affari

Bologna

di Silvia R. Lolli

Chi vorrà credere ancora che abbiamo un’amministrazione Politica a Bologna, città o città metropolitana o regione è indifferente il livello? Non ci siamo sbagliate, la “P” la intendiamo maiuscola. Quella attuale appare soltanto un comitato d’affari. Visto come si fa imprenditoria in Italia, speriamo anche di non avere brutte sorprese nei bilanci pubblici.

Ci potremmo poi chiedere a chi si rivolgono gli affari, molto poco ai cittadini. L’amministrazione attuale ha l’obiettivo di confondere chi ancora segue la politica (cioè va a votare e cerca di continuare ad interessarsi della cosa pubblica) con i proclami: attraverso i mass media continuiamo a conoscere, soprattutto a posteriori, gli incontri con ministri ed imprenditori; c’è una spasmodica ricerca di un business privato, sotto mentite spoglie del bene comune, perché della comunità si perdono tutti i riferimenti; si è alla ricerca continua di soldi. Per chi poi?

Non ci vengano a dire che è per continuare a sviluppare Bologna e la Regione, perché si mantengano a livelli mondiali, per dare lavoro o altre amenità del genere. Piuttosto ci sentiamo in un clima di Bologna “da bere” di milanese memoria, ma tra un po’ anche noi potremo parlare a pieno titolo di Bologna “da mangiare”.
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Valutazione di impatto ambientale, i cittadini devono sapere. E partecipare

di Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali Wwf Italia

A metà marzo è arrivato alle Camere lo schema di decreto legislativo n. 401 (DLgs) che, con la scusa del recepimento della “nuova” Direttiva comunitaria 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale (Via), vuole riproporre, generalizzandolo, lo stesso schema autorizzativo derivante dalle legge Obiettivo che dal 2001 al 2015 ha emarginato cittadini ed enti locali e ha creato danni gravissimi all’ambiente del nostro Paese e alla casse dello Stato (dal 2001 al 2016 i costi del programma delle infrastrutture strategiche sono lievitati da 125,8 miliardi di euro agli oltre 375 miliardi di euro attuali).

Il provvedimento pare ricalcare il vecchio disegno di Confindustria, delle grandi imprese di costruzione e dei più importanti studi di progettazione di creare corsie preferenziali, accelerate e semplificate per la realizzazione delle opere pubbliche con scarsa o nulla attenzione al contesto ambientale e sociale e ai vincoli economico-finanziari.

Lo schema di decreto, redatto dal Ministero dell’Ambiente, è stato sottoposto al parere dalle Commissioni Ambiente di Camera e Senato entro il termine del 25 aprile. Venti associazioni ambientaliste riconosciute (Accademia Kronos, Aiig, Associazione Ambiente e Lavoro, Cts, Enpa, Fai, Federazione Pro Natura, Fiab, Geeenpeace Italia, Gruppo di Intervento Giuridico, Gruppi di Ricerca Ecologica, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Rangers d’Italia, Sigea, Vas, Wwf) hanno inviato le loro Osservazioni in Parlamento e alle Regioni e hanno deciso lo scorso 12 aprile di inviare una lettera al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e per conoscenza al Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio e al presidente dell’Anac Raffaele Cantone chiedendo un ripensamento radicale del testo.
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Speciale verso il referendum – Anna Falcone: “Da Renzi menzogne e ricatti. E Boschi fugge il confronto”

Anna Falcone
Anna Falcone

di Giacomo Russo Spena

È all’ottavo mese, Maria Vittoria scalcia e tanto. Ma il pancione non le sta impedendo di girare per l’Italia. Si divide tra visite mediche di controllo ed iniziative pubbliche, oltre alle comparsate televisive. La pasionaria del Comitato del No, così è stata definita Anna Falcone. Calabrese doc, avvocata cassazionista, attivista antimafia e promotrice di mobilitazioni antiviolenza e per i diritti delle donne, è uno dei volti emergenti di questa campagna referendaria: “La Costituzione è frutto di sangue, fatica, battaglie che non sono mai finite. Questa riforma va fermata”.

Lo scorso 19 ottobre il ministro Boschi ha dichiarato che “nel fronte del No non ci sono donne in prima linea”. Si sente l’eccezione che conferma la regola?

Mi sento in buona compagnia – e mi dispiace per il ministro Boschi che ha preso l’ennesima ‘cantonata’ – visto che solo nel nostro “Comitato per il NO” abbiamo ormai più di 700 nodi locali, più di 100 comitati studenteschi e circa 36 comitati all’estero.

Da settimane chiede un confronto pubblico con Boschi. Ha avuto notizie? Si terrà mai?

Nessuna risposta, nonostante l’invito ufficiale e reiterato. Grave che si sottragga al confronto, non tanto con me, ma con una esponente dell’unico comitato di cittadini per il NO. Evidentemente al governo interessa più alimentare la ‘favola’ della contrapposizione fra Renzi e gli altri partiti, che confrontarsi nel merito della riforma con i cittadini che la contrastano non per fini di lotta politica, ma di difesa democratica dei valori costituzionali.
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