Trump, la Cina e la globalizzazione

di Lorenzo Battisti, dipartimento esteri Pci e Pci di Parigi Trump viene accusato da tempo di aver posto fine alla “magica” globalizzazione. In realtà le sue politiche sono il risultato dei nuovi equilibri mondiali generati dall’emersione dei Brics e in particolare dallo sviluppo economico e politico della Cina. La globalizzazione e il neoliberismo: la fase […]

La lunga corsa della Cina: la politica energetica interna

In considerazione dell’attualità dell’argomento, riproponiamo questo articolo scritto da Angela Pascucci nel 2008 di Angela Pascucci La Cina corre e ha intenzione di farlo per i prossimi decenni, nonostante le conseguenze dell’attuale sviluppo stiano lasciando segni devastanti sull’intero pianeta. Nel 2001 l’antico Regno di Mezzo pesava per il 10% sulla domanda globale di energia ed […]

Ripensare non retoricamente i diritti umani: la prospettiva interculturale di Pier Cesare Bori

di Amina Crisma

Nella giornata in cui si celebra il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi, 10 dicembre 1948), mi pare importante ricordare la fertile riflessione, oggi più che mai pregnante e attuale, che su questo tema ci ha offerto Pier Cesare Bori, maestro ed amico scomparso sei anni fa, il 4 novembre 2012: una riflessione che coniuga laicità e religiosità attingendo a fonti molteplici nelle culture d’Oriente e d’Occidente, e che sottraendosi a ogni scontata retorica si lega a una prassi e a un impegno concreti.

Una caratteristica singolare di Pier Cesare Bori, fra le tante che fanno di lui una figura davvero eccezionale nel panorama intellettuale contemporaneo, è la straordinaria vastità delle sue letture, che alimentano un peculiare stile di pensiero spaziando in ambiti e linguaggi diversi – arabo e cinese inclusi – e che esplorano in profondità luoghi molteplici d’Occidente e d’Oriente, da Gregorio Nisseno a Dostoevskij, da Freud a Simone Weil, da George Fox a Ibn Tufayl, da Tolstoj al Laozi, da Pico alla Bhagavadgîtâ ai testi pali buddhisti (ne offre un significativo specimen un suo libro del 2005, Incipit, Cinquant’anni cinquanta libri) [1].

Un’altra è l’internazionalità di un’esperienza di animazione culturale che ha incluso Giappone, Russia, Stati Uniti, e che negli ultimi anni si è snodata fra l’altro da Tunisi a Pechino. Un’altra ancora è il suo radicale rifiuto di qualsiasi retorica: un rifiuto decisamente anomalo negli scenari d’oggi, e che lo accomuna piuttosto ai maestri delle tradizioni sapienziali a lui care di cui si è nutrito nel corso degli anni il suo fertile itinerario ermeneutico.
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Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.
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Angela Pascucci e il suo Taj Mahal: un lavoro che prosegue

di Federico Picerni

A chi si è iscritto alla newsletter del nostro Taj Mahal, ossia al sito dedicato ad Angela Pascucci, sarà già arrivata la notifica del primo aggiornamento. Due volte al mese proponiamo una piccola rosa di testi della nostra Angie, i quali pur essendo stati scritti diversi anni fa ci aiutano a leggere il presente della Cina. Il “cantiere di storia contemporanea” apre così con un ragionamento sull’era di Xi Jinping, come ben spiega Federico Pi nel suo articolo “L’alba di Xi”, in cui introduce tre interventi, a nostro dire assolutamente illuminanti, che la Pascucci scrisse rispettivamente nel 2012, 2013 e 2012. Buona lettura a tutte e tutti: qui sotto il cappello introduttivo e sul sito gli altri tre interventi di Angela, che posteremo separatamente nei prossimi giorni (di Gaia Perini).

È bastato un solo mandato di governo, rinnovato recentemente per il prossimo quinquennio, perché Xi Jinping imprimesse il suo indelebile marchio sulla Cina odierna. Addirittura, il suo nome è incastonato su quella che viene ufficialmente definita la “nuova era” del socialismo con caratteristiche cinesi, proclamata in pompa magna al XIX Congresso del PCC svoltosi nell’ottobre 2017 e persino suggellata nella Costituzione della Repubblica popolare.

Nella medesima modifica costituzionale, approvata lo scorso marzo dalla seduta annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, scompare anche il limite di due mandati per il presidente della Repubblica. Ciò lascia presagire che Xi resterà in sella ben oltre i canonici dieci anni, anche se non è chiaro fino a quando. Comunque il suddetto congresso prevede che entro il 2035 “la modernizzazione socialista” sarà completata “nelle sue linee fondamentali”, per arrivare poi all’ambizioso obiettivo di trasformare il Paese in una “potenza socialista moderna prospera, democratica, civile, armoniosa e meravigliosa” entro la metà del secolo.
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Angela Pascucci: ciao, compagna, questa mostra ti sarebbe piaciuta

di Sergio Caserta

Avrei voluto e dovuto essere presente, in rappresentanza del circolo, sabato scorso all’ultimo addio ad Angela Pascucci. Purtroppo sono rimasto bloccato in un maxi ingorgo, causa incidente sull’A1, di quelli che quotidianamente attentano ai nostri viaggi. Angela ha terminato la sua intensa esistenza dopo una difficile e dolorosa malattia. È stata stata una giornalista ed intellettuale di primo piano per il manifesto e per la sinistra, una persona “di senso” ovvero che andava a fondo delle cose, che si poneva domande impegnative sul presente, sempre incredula che la sinistra stesse cosi velocemente declinando verso il nulla.

Angela è stata un’appassionata sostenitrice del manifesto in rete. La sua analisi corroborata da una profonda cultura e dalla elevata conoscenza del quadro politico globale ed in particolare di quello della Cina, le forniva argomenti razionali all’indagine sulle conseguenze della globalizzazione e della crisi. Ebbi la fortuna di poterla visitare non tantissimo tempo fa, a casa sua, in un momento in cui la malattia le concedeva una pausa alle sofferenze e le dava la forza di esporsi al dialogo, un incontro doloroso e bellissimo in cui ancora ci confrontammo sulle deludenti vicende politiche della nostra cara e “sfrantummata” sinistra.
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Angela Pascucci: con la Cina nel cuore

di Claudia Pozzana e Alessandro Russo

Salutiamo la cara amica Angela Pascucci che se ne è andata dopo aver resistito a lungo al male che l’aveva colpita. Angela è stata una grande giornalista e studiosa della Cina contemporanea, che ha svolto un vasto lavoro di inchiesta militante. Ci siamo incontrati per molti anni attorno a una serie di interrogativi sulla possibile universalità della politica cinese del Novecento, nonché sulle conseguenze contemporanee della «negazione integrale» (dal governo cinese in primis) di ogni loro valore.

Abbiamo fatto insieme viaggi, seminari, incontri, conferenze e tante lunghissime telefonate per mettere a fuoco reciprocamente gli interrogativi e le piste di lavoro. Angela era informatissima sulle ricerche di punta a livello internazionale sull’economia, oltre che sulla politica contemporanea cinese. Nei suoi vari viaggi in Cina non smetteva di fare inchiesta su ciò che lei considerava un «essere parlante», Talkin’ China come si intitola uno dei suoi libri più belli.

S’intende, una molteplicità illimitata di soggettività, che lei cercava di ascoltare con attenzione e umiltà per imparare da chiunque qualcosa di essenziale sulla Cina come crocevia delle principali questioni politiche contemporanee. Dedicava una speciale attenzione agli operai della «fabbrica del mondo», figure di un passaggio epocale che era per Angela un tema centrale della sua intelligenza politica: le centinaia di milioni di giovani migranti, non più contadini ma destinati a non diventare mai veramente popolazione urbana.
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Angela Pascucci: una storia di lotta e di operai cinesi che ti sarebbe piaciuta

di Loris Campetti

Quando se ne va una persona cara che ha sofferto troppo a lungo, la tua razionalità ti fa dire che è bene così, ha smesso di soffrire, soprattutto se da tempo aveva smesso di essere presente. E dopo che l’hai detto o per pudore soltanto pensato, resta l’amaro in bocca per un vuoto che nessuno colmerà e resta il dolore che la razionalità non sa curare. Angela Pascucci se n’è andata. Ha combattuto contro la malattia con la stessa forza con cui aveva combattuto contro le ingiustizie, quelle del mondo e anche quelle più piccole da lei stessa subite.

Dalla metà degli anni Settanta ho discusso molto con Angela di comunismo, di lotta di classe in Italia e, sempre di più con il passare del tempo e la crescita della sua conoscenza, di lotta di classe in Cina. Era una Cina diversa dai luoghi comuni quella che raccontava parlando più della vita e delle lotte e delle sofferenze degli operai che non del “quadro politico”. Angela li intervistava gli operai, restituiva loro il diritto di parola, cosa che non va più di moda in Cina come in Italia.

Ne parlavamo al manifesto finché ci siamo rimasti, io e lei e tanti compagni troppo legati allo spirito originario del giornale per resistere ai tempi nuovi; ne parlavamo passeggiando nell’acqua che ci arrivava alla vita nei mari di Sardegna, di Serapo o, ultimamente, di Salto di Fondi, finché la pelle non ci si raggrinziva per il freddo; ne parlavamo attraversando l’Iran o la Siria truccati da turisti; ne parlavamo a cena in divertenti sfide a base di pesce crudo e cotto. Da Angela ho imparato molte cose, sulla Cina e sulla pajata. Cosa da piangere e cose da ridere.
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Addio ad Angela Pascucci: la sua cronaca di un’estate torrida in Cina

Questa notte è mancata Angela Pascucci, giornalista e scrittrice che lavorò a lungo al Manifesto e che è stata una nostra collaboratrice. Qui sotto riproponiamo un suo lungo reportage pubblicato su questo sito il 1° settembre 2015. Sabato 28 aprile, alle 13, si terrà la cerimonia funebre nella chiesa romana di Santa Maria dell’Ospitalità (via del Torraccio, 270).

Anche quando si marcia in gruppo, come facciamo noi, può capitare di perdere di vista qualcuno che si è concesso una sosta per assaporare un particolare che lo ha colpito, che ha rallentato il passo per un momento di stanchezza, o semplicemente per la voglia di un attimo di solitudine. Allora tieni il sentiero ma rallenti ed aspetti il momento in cui ricompare; quando succede tiri un sospiro di sollievo e riprendi il passo ed il ragionamento sospeso, senza domande, senza aver mai dubitato che potesse aver abbandonato. E ti senti meglio. Così ci sentiamo oggi con questo nuovo articolo di Angela Pascucci, che ci torna a parlare della Cina, come solo lei sa fare, che stringiamo in abbraccio a distanza. P.S. Avviso a quelli che ancora si attardano: qui davanti, per ingannare il tempo intanto che ci raggiungete, abbiamo quasi finito i viveri (l’Associazione il manifesto in rete).

di Angela Pascucci

Alla fine è arrivato Capitan America sfoderando un tasso di crescita dell’economia Usa che nessuno si aspettava e il rinvio dell’aumento dei tassi di interesse, e i foschi cinesi sono rientrati nei ranghi facendo quello che tutti si aspettavano dovessero fare, pompare soldi nel loro sistema spompato. Le Borse mondiali hanno rimbalzato di sollievo agguantando i rialzi, la “tempesta perfetta” si è dissolta. Fino al prossimo round che, a leggere bene le cronache economiche rosa del giorno dopo, è acquattato dietro l’angolo.

Ragion per cui l’immagine più vera di questa torrida estate di crisi finanziaria resta una sola. Quella di un mondo che, entrato nella seconda fase della grande crisi economica deflagrata nel 2008, non ha ancora capito a che santo votarsi per arginarla. Il disorientamento globale è tale infatti da far apparire surreale, anche alla luce del poi, il raccomandarsi spasmodico alla Cina che nella circostanza è apparsa anch’essa come una Pizia traballante sul suo trespolo fumoso, dal quale nei momenti più critici ha lanciato rimedi, senza apparentemente rendersi conto di dove sarebbero andati a parare.
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Sulle vie millenarie dell’Eurasia: “La via della seta” di Franco Cardini e Alessandro Vanoli

di Amina Crisma

Il libro La via della seta – Una storia millenaria tra Oriente e Occidente di Franco Cardini e Alessandro Vanoli di recente presentato a Bologna, ripercorrendo i molteplici percorsi che hanno storicamente collegato Oriente e Occidente, offre un contributo importante per ripensare in una prospettiva non eurocentrica la complessità delle radici antiche del nostro mondo globalizzato.

Come ci ricorda un recente racconto di PierLuigi Luisi, La regina di Samarcanda (Aracne 2017), evocare la via della seta – designazione metonimica che indica l’insieme delle strade che dalla remota antichità hanno collegato l’Asia all’Europa e al Mediterraneo – equivale a ripercorrere un fertile spazio dell’immaginario la cui inesauribile suggestione si irradia e si rifrange in innumerevoli affabulazioni, dal Viaggio in Occidente (Xiyou ji) di Wu Cheng’en a Le città invisibili di Italo Calvino.

Ma “quel mondo che ci riempie di meraviglia e di stupore”, come lo definiva Goethe affacciandovisi attraverso Il Milione di Marco Polo, se per un verso ha le fantasmagoriche sembianze che vi hanno conferito tante seducenti narrazioni, dall’altro si configura da sempre come un concretissimo ambito di traffici e di scambi in cui è in primo piano la corposa materialità delle merci: dall’ambra alla seta, dal cobalto alle spezie, dalle ceramiche alla carta.
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