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SantiagoItalia, il docufilm di Nanni Moretti avverte: “L’Italia di oggi ricorda il Cile di allora”

di Sergio Caserta

Quarantacinque anni dopo il golpe in Cile che eliminò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende instaurando una sanguinaria dittatura militare, Nanni Moretti torna con un docufilm incentrato sulle vicende di allora, analizza il carattere brutale della repressione e si sofferma, attraverso numerose interviste a ex profughi cileni, sul rapporto tra questi rifugiati e il nostro Paese.

Allora un esperimento estremamente innovativo come il primo governo socialista in un importante Paese del Sudamerica, se si esclude Cuba, aveva suscitato la reazione immediata della destra statunitense e il presidente Richard Nixon varò l’operazione segreta denominata “Condor”, che aveva lo scopo di neutralizzare tutti i “focolai” di sinistra che si andavano sviluppando nel continente latino-americano, quindi in primo luogo l’abbattimento del governo cileno. L’Italia accolse molti rifugiati cileni e un moto di solidarietà si diffuse in tutto il Paese, un’Italia civile che viveva la fase forse migliore dopo la caduta del fascismo, la guerra e l’avvento della repubblica democratica.

Quando David incontra David: Foster Wallace, Harvey e il neoliberismo

Breve storia del neoliberismo

Breve storia del neoliberismo

di Vincenzo Maccarrone

Cosa c’entra il grande scrittore americano David Foster Wallace (“Infinite Jest”, “Il Re Pallido”) con David Harvey, geografo e sociologo marxista di fama internazionale (“La crisi della modernità”, “L’enigma del capitale”)? A collegarli c’è l’analisi della società americana ai tempi dell’avvento di Reagan, un evento considerato da Harvey l’inizio della controrivoluzione neoliberista.

Nel suo “Breve storia del neoliberismo” (edito in Italia da Il Saggiatore), di cui avevo parlato in un precedente articolo, Harvey cerca di spiegare come sia avvenuto il passaggio dal capitalismo “controllato” – che aveva caratterizzato la maggior parte dei paesi occidentali nel secondo dopoguerra – al neoliberismo.

Se è vero che in alcuni paesi, come il Cile o successivamente l’Iraq, il neoliberismo si è affermato con la violenza, in altri paesi (come UK o USA) politici che sostenevano idee neoliberali hanno vinto regolari elezioni, spesso con maggioranze ragguardevoli. Com’è accaduto che alcune idee inizialmente sostenute da una ristretta élite siano divenute tanto popolari? Harvey lo spiega tramite le due categorie gramsciane di “egemonia” e “senso comune”. Tramite il controllo del senso comune, che Gramsci nei “Quaderni dal carcere” definisce come “una convinzione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle masse di cui esso è filosofia” , è possibile raggiungere l’egemonia.

Tramite l’uso del senso comune, le cui maggiori componenti sono date dalla religione, la cultura e le paure (ad esempio del comunismo), i sostenitori del neoliberismo furono così in grado di raggiungere l’egemonia e legittimare tramite essa il potere economico di un ristretto gruppo di élite.

“Tonight no poetry will serve”: Alfredo Jaar, la voce del Cile e del presente

Alfredo Jaar

di Silvia R. Lolli

Il titolo della mostra dell’artista cileno Alfredo Jaar (1956) al Kiasma, Museo di arte contemporanea, di Helsinki deriva dal poema di Adrienne Rich (1929-2012). Jaar nel 2013 ha rappresentato il Cile alla 55^ biennale di Venezia. Le opere esposte a Helsinki sono state prodotte dal 1974 al 2014 e riassumono le esperienze dell’artista che dal 1973, 11 settembre giorno del colpo di Stato di Pinochet avvenuto in contemporanea all’uccisione di Allende, comincia il lavoro di artista filmando, fotografando e costruendo lavori creativi di protesta, prima contro il governo dittatoriale cileno, poi contro i poteri e i pregiudizi del mondo odierno.

Nella sala, dedicata a queste prime opere, particolarmente significativa la raccolta delle foto, in cui la faccia di Henry Kissinger è messa in cornice con un cerchio rosso: esplicita denuncia dell’importanza del Governo USA nel colpo di Stato cileno. In tutte le opere è presente una forte visione critica e politica.

Con le sue fotografie, spesso di volti di bambini (Geografy=War, A Hundred Times Nguyen, Untitled-Water), di occhi (The Silence of Ndumayezu) o di donne sconosciute (Three Women; sono piccoli ritratti di Aung San Suu Kyi Graça Machel e Ela Bhatt messe in risalto da 18 luci), ci ricorda che “le immagini non sono mai innocenti”.

Tsipras e i giorni dell’arcobaleno: una candidatura contro i diktat del terrorismo finanziario

Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia

Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia

di Silvestra Sbarbaro

Nell’ottobre del 1988 in accordo alla nuova costituzione da lui stesso promulgata, Pinochet sottopose a referendum il suo mandato presidenziale. Poco più che un pro forma. Molti dei suoi oppositori ritenevano impossibile rovesciare un potere preso con le armi con un referendum. Ed è proprio sull’astensione degli scettici e degli indecisi che conta Pinochet.

Per quindici anni il suo regime aveva torturato, assassinato, fatto sparire migliaia di persone. Sembrava impossibile riuscire a sbarazzarsene. Ma l’impossibile accadde. L’opposizione, che aveva a disposizione 15 minuti giornalieri in tv concessi dal regime per legittimare il referendum agli occhi del mondo, s’inventa una campagna che invece di guardare al passato s’immagina un futuro: un mondo migliore dove ci sia spazio per chiunque, per ogni modo di essere, per qualsiasi idea. E lo fa con allegria e con un arcobaleno.

Con “I giorni dell’arcobaleno” lo scrittore cileno Antonio Skàrmeta racconta la storia del pubblicitario incaricato di ideare la campagna per il No. Una campagna rivoluzionaria perché sceglie un tono leggero che mira a far sorridere, cosa che non era affatto scontata nel Cile del 1988. Spiega Skàrmeta in un intervista che pensare creativamente significa anche scostarsi dalle convenzioni. È intollerabile soccombere al lamento, al cinismo e all’apatia.

Cile e Michelle Bachelet: quale vittoria? / 2

Michelle Bachelet - Foto di Ecos 1360

di Maurizio Matteuzzi

E dopo il ballottaggio

È (quasi) scontato che il 15 dicembre Michelle Bachelet farà suo il ballottaggio, anche se i due candidati giunti al terzo e quarto posto – l’indipendente “progressista” Marco Enríquez-Ominami, la star delle elezioni 2009 quando ebbe il 20% dei voti, e l’indipendente populista di destra Franco Parisi -, hanno detto che non daranno nessuna indicazione di voto al 10% di elettori che ciascuno dei due ha preso domenica, e gli altri 5 candidati minori hanno poco da dire con il loro 5% complessivo. Salvo sconquassi imprevedibili e improbabili, l’11 marzo del 2014 Michelle entrerà per la seconda volta alla Moneda, da cui uscì nel 2010 acclamatissima e con un indice di gradimento superiore all’80%, se pur costretta (non per sua colpa ma per la scelta suicida della Concertación di ri-presentare il pessimo ex presidente dc Eduardo Frei Tagle come candidato) a lasciare il posto al miliardario Piñera, il “Berlusconi cileno”.

La scontro per il ballottaggio appare, prima ancora che politico, simbolico e con un tasso scenografico che non è esagerato definire scespiriano e capace di scuotere un po’ la fama (meritata) del Cile, dopo l’uscita di Pinochet dalla politica e dalla vita, come il paese politicamente più noioso dell’America Latina: due donne a confronto, entrambe figlie di generali dell’aviazione, cresciute insieme e amiche fin dall’infanzia (ma ora, sembra, non più), però il padre di Evelyn, Fernando (“lo zio Fernando” per la piccola Michelle), golpista e membro della giunta militare di Pinochet, quello di Michelle, Alberto, leale ad Allende e per questo arrestato, torturato, morto o ucciso dopo il golpe. Con il ritorno di Michelle Bachelet, che andrà ad affiancarsi all’argentina Cristina Kirchner e alla brasiliana Dilma Rousseff, saranno tre le donne contemporaneamente alla guida di un paese dell’America Latina.

Roma processa le dittature sudamericane

Dittatura cilena

Dittatura cilena

di Valentina Veneroso

L’aula 10 del tribunale penale di Roma è angusta e anonima. Somiglia alle altre, con le sue luci al neon e il viavai di gente che entra ed esce dalla porta vetrata. Ciò che la rende diversa, però, è quello che succede al suo interno: è qui che si è aperto il più importante procedimento penale contro le dittature latinoamericane in Europa. Il 22 novembre si tiene la seconda udienza preliminare che deve portare all’avvio del processo contro l’Operazione Condor, traguardo a cui la giustizia, non solo italiana, mira ad arrivare il prossimo anno.

È una storia cominciata quasi quindici anni fa e di cui finalmente si vedono i primi frutti dopo un lunghissimo iter investigativo.

Nel 1998, dopo le denunce presentate dai familiari degli italiani desaparecidos in Sudamerica tra il 1973 e il 1978, la procura italiana apriva le indagini sull’Operazione Condor. L’inchiesta, chiusa tre anni fa, chiamava in causa ben 140 persone (tra cui 59 argentini, undici brasiliani e sei paraguaiani), ma vari ostacoli procedurali e la morte di molti imputati hanno ristretto il cerchio dei soggetti sottoposti a processo. Ora la procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di 34 imputati per il loro coinvolgimento nell’omicidio di 23 cittadini italiani.

Cile e Michelle Bachelet: quale vittoria? / 1

Michelle Bachelet - Foto di Ecos 1360

di Maurizio Matteuzzi

Lo scorso 17 novembre Michelle Bachelet, socialista, ex-presidente 2006-2010 e candidata alla presidenza 2014-2018, ha vinto le elezioni. Ma, in un certo senso almeno, le ha anche perse. Perché per superare finalmente i limiti di una transizione incompiuta e di una democrazia ancora di bassa intensità – a 40 anni dal golpe dell’11 settembre 1973 e a 23 anni dall’uscita del generale Pinochet dal palazzo presidenziale della Moneda, l’11 marzo 1990, per far posto al primo presidente democraticamente eletto dopo Salvador Allende, il democristiano Patricio Aylwin – avrebbe dovuto stravincerle. E subito. Invece dovrà andare al ballottaggio, sia pure da superfavorita, con la candidata di destra Evelyn Matthei.

In queste elezioni cilene il punto non era il “chi” avrebbe vinto, che era scontato da mesi e mesi, ma il “quando” e il “come”. Non solo. Dopo il tempo dell’acquosa melassa del moderatismo ostentato nei 20 anni dei 4 presidenti di centro-sinistra (i dc Aylwin e Frei Tagle, i socialisti Lagos e la Bachelet stessa) e, in buona sostanza, anche nel quadriennio del primo e finora unico presidente di destra (l’ex o post-pinochettista Sebastián Piñera che uscirà di scena l’11 marzo prossimo), queste sono state elezioni politicamente e ideologicamente polarizzate, in cui il crinale destra-sinistra, il “noi” e il “loro”, era, se dio vuole, nettissimo senza più esaurirsi solo nel dilemma elementare del pro o contro Pinochet.

11 settembre 1973: la storia di Carlos Caszely, il re del calcio contro Pinochet

Carlos Caszely e il regime - Foto di Futbologia

di Dario Falcini per Futbologia

Primo piano di una donna sulla sessantina. È seduta su un divano a fiori, indossa una camicia bianca e ha i capelli neri, tinti. Signora Olga Garrido, si legge nel sottopancia. Inizia a parlare: «Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente» – dice – «Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No».

L’inquadratura si allarga, sulla parete si vede un gagliardetto del Colo Colo, la squadra più titolata di Santiago del Cile. Nello schermo appare un uomo di un metro e settanta col volto rotondo, i capelloni ricci e i baffi neri: «Anche io voterò no» – dice con il sorriso – «Perché i suoi sentimenti sono i miei. Perché questa donna meravigliosa è mia madre».

È l’autunno del 1988 e la scena va in onda su una delle principali tv del Cile. Pochi giorni dopo milioni di cileni scelgono la democrazia. Dopo 15 anni un referendum popolare sancisce la fine del regime di Augusto Pinochet, uno dei più schifosi del Sud America. Quell’uomo è Carlos Caszely. Nato a Santiago 63 anni fa, è uno dei più grandi calciatori della storia del Cile. Lo chiamavano Il re del metro quadro, perché se prendeva palla in area era gol. Non è alto né magro, ma è rapido come pochi, di gambe e di testa. Doti che gli hanno permesso di vincere tanto con il suo Colo Colo e di segnare 29 gol con la maglia della Roja. Meglio di lui solo Marcelo Salas e Ivan Zamorano.

«Sono stato un calciatore, ma sono prima di tutto un essere umano. Non si può stare fermi a guardare gli altri soffrire: è per questo che ho detto no» – spiega oggi Carlos Caszely.