Un ritorno al passato: il “nuovo” piano del Viminale su immigrazione e asilo

a-migranti

di Annamaria Rivera

È davvero un ritorno all’antico il nuovo piano di misure sull’immigrazione e l’asilo, annunciato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, di concerto col capo della Polizia, Franco Gabrielli: tutte all’insegna del più puro spirito repressivo e sicuritario; tutte volte ad accelerare la macchina dei rastrellamenti e delle espulsioni, non importa quanti e quali diritti fondamentali si violino. Lo scopo asserito è la moltiplicazione del numero di espulsioni dalle attuali cinquemila a diecimila, con l’ambizione di arrivare addirittura a ventimila, nonché l’incremento dei rimpatri forzati tramite nuovi accordi bilaterali con paesi di provenienza.

Questo scopo, a sua volta, è dichiarato come funzionale a combattere il terrorismo jihadista: come se esso non fosse anzitutto, per citare Alain Bertho, “una mortifera espressione contemporanea” della rabbia sociale e della rivolta, che la sola logica poliziesca e militare di sicuro non riuscirà ad annientare. Tuttavia, una finalità complementare del piano Minniti sembra essere quella di compiacere gli umori popolari più malsani, con l’illusoria aspettativa di sottrarre terreno alla destra dichiarata: è la strategia consueta dei “riformisti” allorché sono al governo.

Il piano evoca persino un passato assai infelice, se è vero che, tra l’altro, prevede che i richiedenti-asilo svolgano lavoro gratuito – a vantaggio non solo di enti locali, ma anche di aziende private -, in attesa che le commissioni si pronuncino sulla loro domanda. Per quanto definito con l’eufemismo di “lavoro socialmente utile”, esso sarà, di fatto, una sorta di lavoro forzato, essendo concepito come uno dei requisiti per ottenere lo status di rifugiato.
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Profughi a Prati di Caprara

Accoglienza umanitaria: tutte le debolezze italiane

di Stefano Galieni

Accanto ai “nodi” europei rispetto all’accoglienza umanitaria ce ne sono altri tutti italiani. Eccoli in sintesi.

La dislocazione e il funzionamento di ambasciate e consolati

In questi luoghi, in teoria, si può fare richiesta di protezione umanitaria. Con l’aumento di arrivi registrato nel 2014, il governo, in particolare il Ministero dell’Interno, ha dato indicazione di utilizzare a questo scopo le sedi diplomatiche. Ma la pratica racconta una realtà differente. Nei paesi di emigrazione e/o fuga le ambasciate sono anacronisticamente poche (mentre ce ne sono tante nei paesi verso cui gli italiani migravano in passato) e inaccessibili (a meno di disporre di corsie preferenziali) e infatti, le richieste inoltrate con questo tramite si contano sulla punta delle dita.

Restrizioni di ogni tipo, imposte anche dai governi locali, assenza di personale diplomatico formato in materia, necessità di non interferire negli affari interni dei paesi ospitanti, sono altri fattori che concorrono alla non apertura di questo canale. Lo stesso tipo di difficoltà si riscontra nei paesi di transito. Le sedi diplomatiche italiane raramente si aprono per fornire un documento che permetta di lasciare un Paese in cui si è entrati irregolarmente, indipendentemente dalle ragioni di questo ingresso.

Un esempio concreto è costituito dai profughi siriani a cui non è dato modo di ottenere il visto e il titolo di viaggio necessario in paesi limitrofi come Libano, Giordania ed Egitto, trovandosi così costretti a mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Una revisione del personale dei consolati e delle ambasciate potrebbero evitare il corto circuito ma da sempre sembra prevalere l’indisponibilità, anche da parte del personale diplomatico, ad accettare una riorganizzazione. Aumenterebbe il numero delle cosiddette “sedi disagiate” in cui a stipendi più alti corrisponde esposizione a maggiori rischi.
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Sangue del nostro sangue - Foto Cau Napoli

LasciateCIEntrare: la storia del ragazzo marocchino nel centro di Gradisca

del Comitato Primo Marzo

Gli ultimi giorni all’interno del CIE di Gradisca sono stati drammatici: la tensione portata agli eccessi ha finito per procurare una tragedia, annunciata. I referenti della campagna LasciateCIEntrare hanno seguito ora per ora tutto quello che è avvenuto da giovedì sera, giorno della fine del Ramadan, festa per la quasi totalità dei cittadini stranieri detenuti e ospiti in un centro dove la negazione dei diritti umani è all’ordine del giorno.

Giovedì notte a seguito della richiesta di un’ora d’aria in più, che ha avuto esito negativo, sono iniziati i primi tafferugli. Dopo 30 giorni di digiuno e regime di preghiera quel giorno doveva e poteva essere una festa. E’ iniziata invece la tragedia. Lancio di lacrimogeni per sedare gli animi. Primi malori – si sta cercando di capire se i lacrimogeni fossero del tipo tossico oppure del tipo “semplice”. I primi vetri rotti.

Venerdì una nuova visita a sorpresa dell’On. Pellegrino (SEL) sollecitata dalla Tenda per la Pace e i Diritti e di LasciateCIEntrare, dopo la visita ufficiale della campagna dello scorso 26 luglio. A seguito della visita un’interrogazione dell’On. Pilozzi (SEL) è pronta per essere presentata alla riapertura dei lavori del Parlamento. La campagna aveva allora diffuso le foto dei tagli che si infliggono esseri umani che rispondono che tanto quella non è vita.

L’onorevole Pellegrino ha potuto verificare quanto la situazione fosse “totalmente fuori controllo”. E’ dovuta tornare sabato notte, per tentare una mediazione con i 30 migranti oramai asserragliati sul tetto. Dalle 2 alle 4 di notte il tentativo di farli scendere. Tentativo fallito. Chiedevano di essere trasferiti in un altro CIE. Chiedevano “solo” un trattamento più umano.
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Ingresso del CIE di Ponte Galeria - Foto di Medici per i Diritti Umani

Dead man walking: storia di Ismail, dall’Iraq al Cie di Ponte Galeria passando per Abu Ghraib

di Stefano Galieni

Vuole dichiarare le proprie generalità, dice di non aver niente da perdere e solo la salvezza da conquistare. La storia che racconta Ismail Ahmad Abdlla, nato a Soulemanya in Iraq 38 anni fa, sembra presa da un romanzo, eppure sono tanti i fogli di carta che ne dimostrano l’autenticità. «Sono arrivato per la prima volta in Italia nel 1998 – racconta – vengo da una famiglia di intellettuali e qui stavo bene. Nel 2002 ho scelto di tornare nel mio paese per motivi politici. La mia famiglia era molto legata al partito Baath di Saddam Hussein e io sono rientrato per fare il militare nella guardia repubblicana, i suoi fedeli insomma. Dopo l’invasione americana sono stato arrestato e rilasciato. Nel 2004 mi hanno accolto nell’esercito del governo che si andava formando. Avevano bisogno di addestratori militari e io ho accettato anche se ero rimasto fedele a Saddam. A tal punto che ho dato le mie armi ad un gruppo di insorgenti che ha attaccato Takrit, la città natale di Saddam».

Ismail giunge alla parte più dura della propria storia: «Sono intervenuti gli americani – dice con malcelato odio – e hanno trovato una mia arma. Mi hanno subito arrestato e portato ad Abu Ghraib, dove sono rimasto per quattro mesi. Mi hanno fatto di tutto, porto ancora addosso i segni di coltellate e di torture. Ero ridotto così male che mi hanno dovuto portare in ospedale in attesa di processarmi, ma grazie all’aiuto del personale medico, sono riuscito a scappare. Parlo 5 lingue e sono kurdo, so bene che l’esercito di Saddam ha massacrato la mia gente, ma continuo a credere che lui non lo sapesse, che a decidere le stragi fosse suo figlio e altri suoi ufficiali. Ho attraversato il confine con la Turchia e da lì sono arrivato a Bari dove ho chiesto e ottenuto protezione umanitaria. Dovevo fuggire perché già conoscevo il verdetto del processo contro di me. Sarei stato condannato a morte e così è stato, anche se lo hanno fatto in contumacia».
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Il Cie di Bologna: la solita, orribile storia

Cie Bologna - Foto di Medici per i Dirittti Umanidi Medici per i Dirittti Umani

Gli operatori di Medici per i Dirittti Umani che hanno effettuato la visita al Cie di Bologna (qui le foto) si sono trovati di fronte alla mancanza dei minimi requisiti di vivibilità delle zone riservate ai trattenuti: stanze prive di riscaldamento funzionante, finestre e vetri danneggiati, docce inservibili e in alcuni casi con acqua fredda, toilette prive di porte di ingresso, lavandini divelti.

Gli spazi interni ed esterni degli alloggi si presentano inoltre in uno stato fatiscente e le condizioni di pulizia sono estremamente carenti. Ad un anno di distanza dalla prima visita è stato riscontrato un ulteriore scadimento nella fornitura di servizi e beni primari: carenza del vestiario (il personale è costretto a rivolgersi alle strutture Caritas); insufficienza di coperte; fornitura di un rotolo di carta igienica al giorno ogni cinque persone; carenza di spazzolini, dentifricio, assorbenti igienici; ricambio di biancheria, nel migliore dei casi, ogni dieci giorni.

A questa situazione cui si aggiunge la mancanza pressoché totale di attività ricreative – se non qualche partita a pallone concessa a discrezione del gestore – consegue un aumento della sofferenza psichica e della tensione tra i trattenuti, come riferito anche dagli stessi operatori. È da rilevare peraltro che dallo scorso novembre il Consorzio Oasi è subentrato nella gestione della struttura, aggiudicandosi l’appalto con un ribasso del budget pro die per trattenuto dai precedenti 69,50 euro agli attuali 28,50 euro.
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Chiudere il Cie di Bologna: Cgil, Fp e Silp bolognesi scrivono al prefetto e al ministro Cancellieri

Cie Bologna - Foto di Radio Città del CapoIl Centro di identificazione ed espulsione di immigrati irregolari (Cie) di Bologna va chiuso per le inaccettabili condizioni di vita e di lavoro: lo chiedono la Cgil ER, insieme a Cgil, Funzione pubblica e Sindacato di polizia Silp bolognesi, con una missiva al prefetto e al ministro dell’Interno uscente Anna Maria Cancellieri.

Richiamando la denuncia delle parlamentari che di recente hanno visitato la struttura, le organizzazioni sindacali definiscono le condizioni di vita all’interno del Cie “non rispettose della dignità umana”, per la situazione in cui versa lo stabile bolognese di Via Mattei dal punto di vista sanitario, dei servizi igienici, del clima interno, degli strumenti e forniture per gli ospiti “costretti a vivere al limite dell’indigenza”.

Quanto alle condizioni di lavoro, i sindacati segnalano che i lavoratori assunti dall’1 novembre 2012 dal Consorzio Oasi, nuovo gestore, devono ancora percepire lo stipendio di dicembre 2012, mentre i lavoratori già in forza attendono dalla Confraternita della Misericordia di Modena, gestore uscente, il saldo delle retribuzioni di ottobre, novembre e tredicesime, oltre alle retribuzioni di dicembre 2012 e rateo della tredicesima dal Consorzio Oasi. Insomma, i dipendenti sono costretti ad affidarsi alle vie legali per ottenere la garanzia del loro diritto ad essere pagati.
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Foto di Radio Citta' del Capo

Bologna, una città migliore senza il Cie

È ora di mettere la parola fine alla storia del Cie di Via Mattei. Suicidi, violenze, errori ed illeciti giudiziari, fughe e risse, pestaggi ed abusi farmacologici, ma soprattutto sofferenza e disperazione, sono la cifra della sistematica violazione dei diritti delle persone che sono trattenute nell’ex caserma Chiarini. È stato cosi fin dal suo inizio, ma il bilancio continua irreversibilmente a peggiorare ogni mese ed il contesto di crisi rende vizioso il circuito di espulsione dal ciclo produttivo e la coniugata carcerazione amministrativa.

L'”esperimento” Cie è da considerarsi concluso sotto ogni punto di vista: sociale, politico, giudiziario ed è fallimentare. Esso è ed è sempre più diventato un vero e proprio “monstrum”, anello di un circuito che produce illegalità e moltiplica gli effetti nefasti dell’assenza di politiche per l’immigrazione con ambizioni inclusive. È il simbolo di una cultura politica che nega il futuro e ostacola in maniera decisiva l’affermazione di un processo di cittadinanza aperta e reale, fatta di diritti, dignità e speranza a coloro che emigrano. Noi non siamo più disposti a convivere con tutto questo.

Crediamo che sia ora di cancellare dalla storia della nostra città una realtà che provoca vergogna, abuso e che, come riconosciuto in molti convegni da giuristi e magistrati, È anticostituzionale, a danno di migliaia di persone che hanno come unica colpa quella di non avere il permesso di soggiorno. Il presente che ci viene raccontato dai pochi che sono potuti entrare nel Cie, secretato ai cronisti e al cui interno solo i parlamentari possono entrare in maniera libera, è quello della disperazione delle donne sfruttate dalla tratta, dei giovani tossicodipendenti in gravi condizioni di salute, dei lavoratori senza più contratto vittime spesso delle truffe dei datori di lavoro, dei richiedenti asilo.
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La condizione dello straniero nel Cie

Non è infrequente che lo straniero giunto al centro di identificazione ed espulsione, dopo aver vissuto l’esperienza carceraria, definisca la condizione di detenuto migliore e meno mortificante rispetto a quella che si trova a vivere da trattenuto. Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’esperienza carceraria, per quanto definita come dolorosa e crudele e nonostante il sovraffollamento ed il disagio che la caratterizzano, rientra in una dimensione effettivamente “culturale”, essendo la punizione che quella società infligge a chi ha infranto le leggi, mentre, con il trattenimento all’interno di un Cie viene meno, da parte del trattenuto, la consapevolezza dei passaggi che legano l’azione alla punizione.
Il commento di Franco Pilati, responsabile del Progetto Sociale interno al Cie di Bologna
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Cie: le istituzioni totali sono dure a morire

La prima cosa che viene in mente proposito del Cie sono gli studi di Foucault sui luoghi del “grande internamento”. Infatti il Cie è una istituzione totale nata, come è ovvio,  per recludere migranti (poveri). Il percorso che dobbiamo avviare per demolirlo è simile a quello attuato dai movimenti di lotta contro le istituzioni totali: i secoli passano, i metodi cambiano, ma non sono meno nocivi. Noi sosteniamo con forza il pari diritto alla salute, alla vita ed alla sicurezza per tutti e dunque non possiamo accettare l’esistenza del “reato di povertà” né possiamo accettare che una illegittima privazione della libertà sia gravata da ulteriori discriminazioni.
Intervento di Vito Totire
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