Il centrosinistra e il rischio di scivolare a (centro) destra a propria insaputa

di Alessandro Calvi Fascista o meno che sia, il pensiero che anima Salvini è comunque schiettamente autoritario e strumentalmente nazionalista. Drammaticamente, proprio a questo pensiero si sono consegnati sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico, aiutandone e persino anticipandone la costruzione, sebbene in tempi diversi. Ciò rappresenta già oggi un problema almeno quanto […]

Macerata / 1 – Oggi è l’Inferno nero: ieri era il Paradiso, ma è sempre la mia città

di Loris Campetti

Pamela? Un angelo. Una povera ragazza nelle mani dei pusher fatta letteralmente a pezzi diventa un angelo perché il macellaio sembrerebbe essere un “uomo nero”. Luca? Un pazzo, mica un fascista, mica un razzista, che c’entra la politica, che c’entra l’ideologia. I sei africani feriti? Non hanno diritto neppure a un nome, del resto sono tutti neri come il peccato, c’è chi ai cronisti ha raccontato di un nigeriano dicendo “un uomo nero che mi ha guardato brutto”.

Macerata è l’Inferno, con strade e giardini occupati da spacciatori e puttane, tutti neri. Macerata un po’ Detroit e un po’ Peyton place. La provincia sana in cui la gente per bene timorata di Dio è spaventata da quegli stranieri a tinte forti, la sicurezza messa a rischio, la paura che tracima, il sindaco Pd che garantisce “Macerata non è razzista”, “ma il disagio è reale”. Gli stranieri a Macerata sono quattro gatti, altro che invasione.

E dire che fino a ieri questa cittadina di provincia veniva raccontata come il Paradiso, le dolci colline che ispirano poeti fotografi e l’Ente turismo, i vincisgrassi, il ciauscolo e le tagliatelle con il sugo di papera a San Giuliano per la festa del patrono; dalle Mura di Tramontana appare il placido Adriatico, da Sasso d’Italia, in fondo allo stradone dopo il quartiere di Ficana ecco gli austeri Sibillini. E la dignità dei terremotati, e lu patrò e lu garzò (il padrone e il suo operaio) che si danno del tu e vanno insieme al bar, l’ultimo conflitto sociale che si ricordi risale forse alla fine degli anni Sessanta.
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Sinistra, centrosinistra e quarto polo: dove stava la novità? Di certo non nell’unità

di Loris Campetti

Bisogna essere grati a Giuliano Pisapia che finalmente ha detto parole chiare sulla possibilità di costruire un quarto polo, a sinistra del partito di Renzi: quel matrimonio non s’ha da fare, perché l’unione delle sigle, dei movimenti e delle persone che non si rassegnano a sottomettersi al pensiero unico sarebbe contro natura, dato che senza e contro il Pd di Renzi non c’è futuro. Il futuro è nel centrosinistra, senza inventarsi rotture verticali con le politiche e i partiti socialdemocratici, laburisti e cattolici democratici (quelli, va detto, che stanno mostrando la corda in tutta Europa e oltre Atlantico).

Partiti da cui il popolo di sinistra è in fuga, ovunque. Semplicemente, Pisapia ha in mente una strategia entrista con l’obiettivo di trascinare il renzismo lungo una strada sminata dall’esplicito inquinamento della destra-destra. Perché la politica è l’arte del possibile, perché Machiavelli la sapeva lunga, perché il liberismo mitigato da avanzi di welfare è meglio del turboliberismo. Amen.

Ma è davvero una novità, la fine di un presunto bipolarismo l’operazione verità di Pisapia? O non è vero, al contrario, che a far precipitare lo scontro a sinistra è stata semplicemente la deflagrazione delle incompatibilità personali, la più vistosa quella tra l’ex sindaco di Milano (ex per sua scelta, va ricordato) e l’ex presidente del consiglio nonché ex ministro nonché ex segretario del partito erede del Pci, Massimo D’Alema? Pisapia non ha mai davvero creduto in un progetto alternativo a quello renziano.
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Futuro della sinistra: hanno distrutto i nostri valori

di Tomaso Montanari

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.
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Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 1

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Aldo Tortorella

Nuovamente, la democrazia italiana mostra di essere la più inquieta e turbolenta rispetto a quella che si ritiene la normalità dei paesi dell’Europa. La crisi economica mette in discussione ovunque le basi materiali (la fiscalità, la redistribuzione del reddito prodotto) su cui si reggono gli Stati e il compromesso sociale democratico.

Si estende, non solo nella destra americana, l’interesse per il capitalismo asiatico (cinese) senza democrazia, che fu l’ultima preoccupazione del liberale democratico Dahrendorf. Ma, dall’altra parte, riprende vigore anche l’accusa (Occupy Wall Street ne è un modesto ma significativo segnale) al capitalismo finanziario, il cui trionfo a livello planetario non ne ha spento ma esaltato le contraddizioni. In un mondo economicamente globalizzato si eclissa la sovranità degli Stati nazionali entro cui sono racchiuse le istituzioni democratiche esistenti: l’Europa detta legge ma il suo Parlamento è senza poteri reali. C’è un passaggio d’epoca per le sorti della democrazia dall’esito incerto.

In Italia, all’interno di questa realtà generale, tutto il materiale infiammabile accumulato dalla crisi economica, dalla sua ostinata negazione da parte dei governi di destra, dalle cattive politiche a essa precedenti, e dalle misure inique per porvi rimedio, è venuto concentrando la sua carica dirompente sul sistema politico. Con il risultato della esplosione di un movimento esplicitamente volto ad azzerare tutti i partiti esistenti negandone la diversità secondo il motto, non nuovo, «partiti e politici sono tutti uguali».
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