Napoli, Je so’ pazzo: una storia esemplare

delle attiviste e degli attivisti dell’ex-Opg “Je so’ Pazzo”

Che cos’è, oggi, l’ex-OPG “Je so’ pazzo”? Per capirlo fino in fondo non si può prescindere dal racconto di ciò che è stato ieri, il riscatto e la trasformazione attuali hanno infatti radici molto profonde, sono la risposta a tante vite negate e storie mai raccontate che si sono consumate tra le mura dell’imponente struttura di via Imbriani, a Materdei, nel cuore di Napoli.

Se oggi possiamo raccontare questa storia è grazie al lavoro di tanti volontari, prima di tutto degli psichiatri, degli psicologi, degli storici, dei sofferenti psichici e delle loro famiglie, che ci aiutano quotidianamente a ricostruire la memoria di questo luogo – e a trasmetterla anche attraverso le tante visite organizzate con le scuole della città e iniziative sulla storia delle istituzioni totali che ospitiamo al suo interno – e che animano il nostro sportello di ascolto, una delle tantissime attività gratuite che si svolgono presso l’ex-OPG.

La storia del complesso edilizio

Se “OPG” sta per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, se lo chiamiamo “ex” perché da tempo non è più un luogo di prigionia e di libertà negata, la storia racchiusa in queste mura è molto più antica e complessa di così: è nella seconda metà del Cinquecento, infatti, in particolare nel 1566, che le prime tracce di una struttura simile a una masseria vengono documentate nell’opera cartografica di Antoine Lafrery.
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Bologna: Bartleby e la cultura murata viva

Bartleby
Bartleby
di Valentina Bazzarin

Chiudere dentro a una stanza dei libri impedendo alle persone l’accesso e far invadere la zona universitaria di Bologna dalle forze dell’ordine è l’ultima infelice scelta dell’amministrazione di questa città, che ricordavamo come la rossa, la grassa e la dotta, ma ultimamente sembra solo pallida, obesa a forza di ingoiare cultura-spazzatura ed estremamente depressa.

Le immagini della porta della biblioteca Bartleby murata o delle camionette della polizia schierate in via Zamboni mi hanno fatto pensare che anch’io, come Bartleby, «preferisco di no» – come sempre più spesso accade resisto e rifiuto il ricovero coatto della mia libertà di sapere e capire con educazione e determinazione, come ho imparato dal protagonista del romanzo di Melville – ma anche che non ci fosse proprio nulla di nuovo in questa scena da carpentieri e giocolieri con manganelli. Come molti di voi, avevo visto qualcosa di tragicamente simile accadere in «Fahrenheit 451», il film del 1966 di Truffaut.

Per esempio, nel momento del discorso del capo-pompiere quando, prima di bruciare i libri, spiega al giovane sottoposto: «Sai, tutto questo – l’esistenza di una biblioteca segreta – era nota nelle alte sfere, ma non c’era modo di arrivarci» e poi ancora «Tutta questa filosofia… liberiamocene che è anche peggio dei romanzi». Se avete bisogno di un “ripassino”, ecco qui, a questo link, lo spezzone dei video in questione (al minuto 3:00 circa, ma vi consiglio di vederli tutti e 5).
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Noi stiamo con Bartleby sgomberato stamattina: i giovani e il diritto negato a spazi accessibili dove fare cultura

Bartleby
Bartleby
di Otello Ciavatti e Cristiana Costantini

Noi stiamo con Bartebly perché i giovani hanno diritto ad avere degli spazi dove trovarsi, creare, fare cultura per loro stessi e per la città. Ogni volta che vediamo gruppi di studenti organizzare corsi di formazione, incontri con gli scrittori, concerti di musica classica coinvolgendo il Teatro Comunale o gruppi come l’Ensemble Concordanze che concepiscono la politica scevra da obiettivi di immediato tornaconto, ci sentiamo in sintonia, pensiamo che una corrente di pensiero, una buona visione del mondo non sia ancora scomparsa, ma rifiorisca in altri modi, con altri protagonisti, con lo stesso linguaggio dei momenti migliori della politica e della cultura.

Si dice che il Comune e l’università non hanno spazi in centro storico: ma perché per i giovani lo spazio non si trova mai? Ai giovani nel centro storico offriamo solo i bar e i pub. Quelli sì, sono sempre di più. “Venite giovani, consumate!” In centro storico non ci sono centri sociali per i ragazzi. In centro storico non ci sono spazi per attività all’aperto per i giovani: giardini, campi da basket o da calcetto.
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Bartleby

Bartleby: “No all’allontamanento della città. E per reagire alla crisi sociale, si punti sulla mutualità”

di Francesca Mezzadri

Bartleby preferirebbe di no, ma come dargli torto? Non siamo nel racconto di Melville, ma a Bologna, e Bartleby è il collettivo politico e culturale che da ormai 4 anni ha sede in via San Petronio Vecchio: due giorni fa l’amministrazione comunale ha proposto il suo trasferimento in un capannone in zona Roveri, spazio all’estrema periferia industriale di mille metri quadrati da condividere con altre associazioni e/o collettivi, ma tutto è molto oscuro.

“È da due anni che la nostra convenzione è scaduta”, spiega Michele, dottorando dell’Università di Bologna, al Bartleby da quando era studente “da prima che scadesse abbiamo provato ad avviare un dialogo e, mentre l’Università ha da subito chiuso tutti i ponti con noi, il Comune si è invece inizialmente dimostrato disponibile”.

Quali sono state le proposte avanzate a suo tempo?

“La nostra prima proposta è stata allungare la convenzione, ma ci hanno risposto che erano previsti dei lavori per delle nuove aule universitarie. A maggior ragione la nostra presenza sarebbe stata compatibile visto che da sempre ci relazioniamo con la realtà studentesca e universitaria, ma ci hanno risposto che non era possibile. Allora ci siamo mostrati disponibili a spostarci in altri luoghi purché garantissero il prolungamento delle nostre attività politico-culturali. E un’apertura con il Comune in questo senso c’è stata: l’assessore Ronchi ha dimostrato di conoscere quello che noi facciamo e apprezzarlo, e prima dell’estate ci hanno offerto uno spazio in via San Felice 11 che noi abbiamo accettato immediatamente. Questo perché la nostra non è una battaglia ideologica su quelle mura, anche perché siamo un progetto politico e culturale che vive di relazioni e idee. Tuttavia, dopo che noi abbiamo accettato, la proposta è stata immediatamente ritirata senza alcuna motivazione”.
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Bologna, Bartleby: serve una nuova proposta se si ha a cuore il destino degli studenti

Bartleby
Bartleby
dei Docenti Preoccupati

Dopo le recentissime vicende che, per l’ennesima volta, hanno visto coinvolto lo spazio studentesco Bartleby, sentiamo l’esigenza di intervenire con alcune considerazioni che rappresentano il nostro punto di vista di professori e ricercatori dell’Ateneo di Bologna. L’inverosimile soluzione escogitata da Giunta comunale e Alma Mater Studiorum per mettere fine all’annosa questione dell’occupazione degli spazi di Via San Petronio Vecchio ci lascia sgomenti ed esterrefatti.

Giudichiamo la proposta di trasferire il collettivo studentesco in un capannone nella zona industriale Roveri provocatoria e irricevibile. Bartleby, fin dalla sua nascita, ha praticato un rapporto intenso – conflittuale, costruttivo, dialogico, di scambio, di scontro e di confronto – proprio con l’Università di Bologna, con i suoi studenti e con i suoi docenti, rapporto che si è concretizzato in forme e modalità di volta in volta diverse, ma che sono state sempre prioritarie per il suo progetto e per il suo percorso. Qualcuno si è posto per davvero il problema dei tempi necessari per raggiungere la località proposta?
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