Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.
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Referendum Catalogna, una gara senza storia. Ma la sensazione è che abbiano perso tutti

di Andrea Lupi e Pierluigi Morena

Ogni referendum ha i suoi rituali: urne, schede elettorali, liste vidimate, un presidio di polizia all’ingresso dei locali pubblici adibiti a seggio, il silenzio elettorale nelle 24 ore precedenti il voto, un comitato del “Sì” e un comitato del “No”. Si è visto poco di questo nella consultazione catalana.

Nelle ultime settimane le forze dell’ordine sono state impegnate a sequestrare materiale elettorale, la Generalitat – il governo regionale, oramai un’istituzione non più autonoma ma parallela rispetto agli organi centrali di Madrid – ha fatto ricorso a una riserva di improbabili urne cinesi «low cost» per garantire il voto, la polizia ha organizzato presidi nelle strade di accesso ai seggi per evitare la consegna del materiale agli scrutatori. Nella giornata di sabato le piazze di Barcellona ribollivano di passione, divise tra indipendentisti e unionisti, altro che silenzio elettorale.

Non si è mai insediato un comitato per il “No”. È stata una consultazione a senso unico, preceduta da una campagna monopolizzata da un solo segno, quello del “Sì”. Manifesti, striscioni, bandiere, soldi pubblici catalani, cambiamenti di programmazioni nelle scuole con i consigli d’istituto che, per lasciare aperti i seggi, hanno simulato attività nel fine settimana per alunni e genitori.
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La Catalogna domani al voto: chi diffonde toni catastrofici in vista del referendum?

di Maurizio Matteuzzi

L’ex-ministro socialista Josep Borrell, che si definisce “catalano, spagnolo, europeo”, dice che il voto di domenica è potenzialmente “la più grande crisi costituzionale europea dalla caduta del muro di Berlino”. Anche se non proprio la più grave, è innegabile che un eventuale secessione della Catalogna innescherebbe un effetto domino in Europa che, dopo la sorpresa Brexit e i populismi che proliferano, spaventa.

Non a caso la stampa spagnola prefigura catastrofi: dopo la Catalogna (accusata oltretutto di mire espansionistiche per allargare i suoi confini agli altri Paises Catalanes che arriverebbero addirittura fino ad Alghero) sarebbe inevitabilmente la volta degli indocili Paesi Baschi e Galizia, poi una sfilza di paesi europei che andrebbero in frantumi: Francia, Italia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e perfino la Svizzera con il Canton Ticino e il Giura in lista d’uscita.

A parte gli scenari apocalittici, la possibile secessione della Catalogna pone problemi reali con la sua trasversalità di posizioni. D’emblée non sembrerebbe male un bello scossone (anche) a una Spagna che non ha mai fatto i conti con il suo passato fascista e a una Unione Europea oscenamente liberal-liberista. Però è vero che anche buona o gran parte degli indipendentisti catalani sono liberal-liberisti…
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Catalogna: a 48 ore dal referendum l’incognita del voto e dell’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Nessuno può ragionevolmente dire cosa accadrà domenica prossima in Catalogna. Quel giorno, primo ottobre, è fissato il referendum per la secessione dalla Spagna e l’indipendenza. Voluto dal governo separatista di Barcellona (eletto nel settembre 2015, sostenuto dal centro-destra del Partit Demócrata Catalá, dal centro-sinistra della Esquerra Republicana de Catalunya e dalla “sinistra anti-capitalista” della Candidatura d’Unitat Popular riuniti nella coalizione Junts pel Sí con alla testa l’ex sindaco di Girona Carles Puigdemont), che lo considera come parte indiscutibile dell’inalienabile diritto all’autodeterminazione dei popoli e del “diritto di decidere” dei catalani. Negato con furore dal potere centrale di Madrid, che lo considera illegale e contrario alla costituzione del 1978.

Se domenica il voto avrà o avesse luogo, i 5 milioni e mezzo di elettori catalani dovranno o dovrebbero dire “sì” o “no” su una scheda con scritto la frase: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?”, secondo quanto stabilito da un legge frettolosamente votata in giugno da Junts pel Sì nel Parlament catalano. Una brutta legge che non pone alcun quorum minimo al referendum pur considerandolo vincolante, su cui Podemos si è astenuto, i socialisti catalani del PSC e la destra spagnolista hanno votato contro.

In realtà si tratta della sfida – e della crisi – più grande che la Spagna (e la monarchia dei Borbone) si trova ad affrontare dalla morte di Franco nel ’75 e dal ritorno della democrazia (una transizione taroccata, una democrazia zoppa fondata sul binomio “amnistia-amnesia”, ma questo è un altro discorso). Un possibile scontro frontale di due treni lanciati a tutta velocità l’uno contro l’altro, che avrà o avrebbe conseguenze drammatiche sul futuro della Spagna ma anche dell’Europa se solo si pensa al probabile effetto domino.
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Catalogna, tra repressione e possibili scenari

di Steven Forti

Il 20 settembre potrebbe essere uno di quei giorni che cambia il corso degli eventi. Nella crescente tensione tra il governo spagnolo e quello catalano in vista del referendum unilaterale di autodeterminazione convocato dal Parlamento di Barcellona per il prossimo 1 ottobre, la Guardia Civil – la polizia spagnola – ha perquisito una dozzina di sedi del governo regionale catalano, requisito materiale relativo all’organizzazione del referendum e arrestato 14 alti funzionari della Generalitat catalana.

Nei giorni precedenti aveva proibito conferenze a favore del referendum, perquisito alcuni giornali e magazzini in cui si sarebbe stampato materiale necessario alla realizzazione della consultazione e chiamato a dichiarare gli oltre 700 sindaci che avevano dato la loro disponibilità per l’1 ottobre. Il premier Mariano Rajoy ha deciso di usare la mano dura con l’obiettivo di dimostrare che lo Stato spagnolo non tollererà oltre la sfida unilaterale catalana.

“Non si terrà nessun referendum”, aveva ripetuto il leader del Partido Popular: “difenderemo lo Stato di diritto con tutti i mezzi che ci dà la Costituzione. Anche quelli che non vorremmo usare”. E dalle dichiarazioni è passato ai fatti. L’obiettivo? Che non si realizzi il referendum. E, da questo punto di vista, sembra che ci sia riuscito: con che schede elettorali andranno a votare i catalani l’1 ottobre? Dove ci saranno delle urne? Che seggi apriranno? Ma quella di Rajoy sarà, molto probabilmente, una vittoria pirrica.
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