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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.

Barcellona, il consiglio dei ministri in trasferta e le proteste del movimento per la Repubblica

di Stefano Portelli

Con la giornata di venerdì, 21 dicembre, il movimento indipendentista catalano ha dimostrato di avere ancora una grande forza di mobilitazione di base, e soprattutto di non essere facilmente manovrabile dalla sua stessa élite. Per la prima volta in quarant’anni, il consiglio dei ministri spagnolo ha deciso di riunirsi a Barcellona: ufficialmente, come segno di distensione del nuovo governo socialista verso la questione catalana; in pratica, trasmettendo un messaggio autoritario molto simile a quelli del governo precedente.

La città militarizzata, con l’invio di migliaia di agenti da altre parti della Spagna, ricordava il referendum del 1° ottobre 2017. Tutta la parte di litorale intorno al palazzo della Llotja, dove si svolgeva l’incontro, era una “zona rossa”, come nei vertici degli anni Novanta. Il governo socialista ha portato a Barcellona le stesse brigate antisommossa responsabili delle peggiori violenze del 1° ottobre. Strano modo di dimostrare distensione.

Esattamente un anno prima, il 21 dicembre 2017, il governo spagnolo aveva costretto i catalani a votare di nuovo, dopo aver sciolto il parlamento eletto. La scelta di questa data per il nuovo vertice, quindi, non poteva che rappresentare una provocazione per il movimento catalano: dopo la pesante repressione al referendum, dopo l’arresto dei deputati, le minacce al presidente Puigdemont (anche di morte) che lo spinsero all’esilio, che bisogno c’era di celebrare questo incontro in Catalogna, proprio ora? Soprattutto con i prigionieri politici catalani ancora in attesa di processo, alcuni dei quali in sciopero della fame.

Rebus Catalogna: dopo la vittoria delle destre, urge exit strategy per Podemos e Colau

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Una catastrofe annunciata: hanno vinto le destre. Ogni analisi sensata del voto catalano deve assumere questo dato. Una pagina buia per le sinistre, per el cambio nel Paese e per la stessa Catalogna che, divisa, rischia un processo di ulsterizzazione. La sconfitta del premier Mariano Rajoy (con la repressione annessa) è un mero contentino. La polarizzazione dello scontro ha portato, infatti, al trionfo della destra nazionalista (Ciudadanos) e della destra indipendentista (Junts per Catalunya).

Il partito di Albert Rivera, la Podemos di destra come qualcuno la definiva agli albori, ottiene il 25,3% affermandosi come primo partito. L’ex governatore, fuggito in Belgio, Carles Puigdemont conferma, invece, la sua leadership all’interno dell’eterogeneo blocco indipendentista che, nelle elezioni del 21 dicembre, risulta maggioritario in Catalogna.

I partiti indipendentisti (Junts per Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya, Candidatura d’Unitat Popular) mantengono la maggioranza assoluta nel Parlamento di Barcellona (70 deputati su 135, ne avevano 72 nell’ultima legislatura), favoriti dalla legge elettorale che premia le circoscrizioni rurali.

Catalogna: il nuovo voto e le risposte minacciate

di Maurizio Matteuzzi

Per aggiungere un tocco finale di suspense manca solo l’improvvisa comparsa all’aeroporto di El Prat de Llobregat, alle porte di Barcellona, di Carles Puigdemont. L’effimero ex-presidente della Repubblica di Catalogna, profugo a Bruxelles dal 29 ottobre e inseguito da una sfilza di accuse pesantissime (da ribellione e sedizione a scendere: pena da 15 a 30 anni) ed evidentemente spropositate (tanto è vero che la giustizia belga non le ha prese neppure in considerazione) con cui il governo di Mariano Rajoy e la servizievole giustizia spagnola hanno voluto castigarlo per l’avventuroso azzardo del referendum del primo ottobre e della DUI, la Declaración Unilateral de Independencia, approvata dal Parlament il 27 ottobre.

Lo stesso giorno in cui il governo del Partido Popular, sostenuto dai partner di destra – i Ciudadanos di Albert Rivera – e dall’opposizione “di sinistra” – il Psoe di Pedro Sánchez-, in applicazione dell’articolo 155 della Costituzione del 1978 ha destituito il governo e il parlamento catalani, azzerato l’autonomia della Catalogna, di fatto occupandola, e indetto elezioni regionali per il 21 dicembre.

Se da qui a giovedì Puigdemont rientrasse a Barcellona per farsi arrestare, sarebbe un coup de théâtre spettacolare e una brutta immagine per la Spagna democratica: due dei principali favoriti alla carica di President in carcere in quanto – senza alcun dubbio – detenuti politici (l’altro è Oriol Junqueras, numero due della amministrazione destituita e leader della Esquerra Republicana de Catalunya a cui, unitamente ad altri tre esponenti indipendentisti, il giudice nega perfino la libertà su cauzione per il “rischio che commettano atti violenti”).

Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.

Catalogna: i dieci giorni che (forse) sconvolsero la Spagna

di Maurizio Matteuzzi

Domenica 1 ottobre

Alla fine in Catalogna si vota. Nonostante la caccia all’uomo della Guardia Civil, 2.2 milioni i votanti su 5.3 milioni di elettori, pari al 43%. I sì 89%. Alla sera parla Rajoy: “Abbiamo fatto quel che dovevamo fare”, “non c’è stato il referendum” solo “una messinscena” illegale. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo: collegi elettorali presi d’assalto, gente pacifica manganellata, più di 800 feriti, urne distrutte.

Lunedì 2 ottobre

La CNN titola: “La vergogna d’Europa”, l’ONU “esige” un’investigazione sulle violenze della polizia. Rajoy riceve i leader di Ciudadanos, Albert Rivera, e del PSOE, Pedro Sánchez, tema l’art.155 della Costituzione (che “sospende” l’autonomia), entrambi gli confermano l’appoggio.

Martedì 3 ottobre

Sciopero generale in Catalogna. A sera Felipe VI di Borbone va in tv e carica a testa bassa contro i nazionalisti catalani accusati di “una slealtà inammissibile”. Lo stesso giorno Rajoy riceve i cardinali Omella e Osoro, arcivescovi di Barcellona e Madrid, di cui alcuni auspicano la mediazione (smentita poi dal cardinale Osoro).

Spagna-Catalogna: sempre più tesa la situazione intorno all’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Spagna-Catalogna, una partita a ping pong con la pallina che è una bomba e i giocatori sempre più vicini al baratro. Martedì 10 ottobre era l’attesissimo, il tesissimo D-Day. Meglio l’I-Day: I come indipendenza. Il giorno in cui il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, doveva presentarsi al Parlament di Barcellona per proclamare, la nascita della “Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano”. Nata sull’onda del referendum dell’1 ottobre, inutilmente contrastato a colpi di manganello dal governo di Mariano Rajoy (Partido Popular, la destra più rancida erede del franchismo) e dalle altre forze spagnole e spagnoliste (“Madrid”), a cominciare dal re di Borbone, per finire alla “sinistra” istituzionale e monarchica (il PSOE di Pedro Sánchez) passando per la destra liberale e ripulita dalla corruzione irrefrenabile del PP (Ciudadanos di Albert Rivera).

Per il “blocco costituzionalista” PP-PSOE-C’s il problema catalano era – è – solo un problema di “legalità” (e di ordine pubblico) e non di “legittimità” e di “diritto all’autodeterminazione”, dal momento che la costituzione del ’78 (anch’essa erede diretta dei 40 anni di dittatura franco-fascista) non prevede il diritto alla secessione. Quindi i 2 milioni di sì del primo ottobre, sui 5.3 milioni di elettori catalani, sono troppo pochi per invocare per l’indipendenza.

Ma, a parte il fatto che i votanti e i sì sarebbero stati con ogni probabilità molti di più se le condizioni di quel giorno fossero state meno orribili di quelle che hanno rimandato inevitabilmente alle immagini indelebili della Santiago del Cile pinochettista degli anni ’80 e del G8 del 2001 a Genova, è chiaro come il sole che il problema catalano, con tutte le sue implicazioni in giro per l’Europa e per il mondo, è un problema politico.

Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.

Referendum Catalogna, una gara senza storia. Ma la sensazione è che abbiano perso tutti

di Andrea Lupi e Pierluigi Morena

Ogni referendum ha i suoi rituali: urne, schede elettorali, liste vidimate, un presidio di polizia all’ingresso dei locali pubblici adibiti a seggio, il silenzio elettorale nelle 24 ore precedenti il voto, un comitato del “Sì” e un comitato del “No”. Si è visto poco di questo nella consultazione catalana.

Nelle ultime settimane le forze dell’ordine sono state impegnate a sequestrare materiale elettorale, la Generalitat – il governo regionale, oramai un’istituzione non più autonoma ma parallela rispetto agli organi centrali di Madrid – ha fatto ricorso a una riserva di improbabili urne cinesi «low cost» per garantire il voto, la polizia ha organizzato presidi nelle strade di accesso ai seggi per evitare la consegna del materiale agli scrutatori. Nella giornata di sabato le piazze di Barcellona ribollivano di passione, divise tra indipendentisti e unionisti, altro che silenzio elettorale.

Non si è mai insediato un comitato per il “No”. È stata una consultazione a senso unico, preceduta da una campagna monopolizzata da un solo segno, quello del “Sì”. Manifesti, striscioni, bandiere, soldi pubblici catalani, cambiamenti di programmazioni nelle scuole con i consigli d’istituto che, per lasciare aperti i seggi, hanno simulato attività nel fine settimana per alunni e genitori.

La Catalogna domani al voto: chi diffonde toni catastrofici in vista del referendum?

di Maurizio Matteuzzi

L’ex-ministro socialista Josep Borrell, che si definisce “catalano, spagnolo, europeo”, dice che il voto di domenica è potenzialmente “la più grande crisi costituzionale europea dalla caduta del muro di Berlino”. Anche se non proprio la più grave, è innegabile che un eventuale secessione della Catalogna innescherebbe un effetto domino in Europa che, dopo la sorpresa Brexit e i populismi che proliferano, spaventa.

Non a caso la stampa spagnola prefigura catastrofi: dopo la Catalogna (accusata oltretutto di mire espansionistiche per allargare i suoi confini agli altri Paises Catalanes che arriverebbero addirittura fino ad Alghero) sarebbe inevitabilmente la volta degli indocili Paesi Baschi e Galizia, poi una sfilza di paesi europei che andrebbero in frantumi: Francia, Italia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e perfino la Svizzera con il Canton Ticino e il Giura in lista d’uscita.

A parte gli scenari apocalittici, la possibile secessione della Catalogna pone problemi reali con la sua trasversalità di posizioni. D’emblée non sembrerebbe male un bello scossone (anche) a una Spagna che non ha mai fatto i conti con il suo passato fascista e a una Unione Europea oscenamente liberal-liberista. Però è vero che anche buona o gran parte degli indipendentisti catalani sono liberal-liberisti…