Bologna, spazi nella città: vuoti a prendere

di Paolo Cacciari

Le città sono implose, fatte a brandelli. In parte gentrificate sotto l’assalto dei fondi speculativi, in parte degradate, abbandonate a sé stesse. Non potrebbe essere altrimenti: le città sono le fedeli concretazioni delle crescenti disuguaglianze sociali e dell’abdicazione dei poteri pubblici. Sull’utilizzo degli spazi urbani si gioca una partita fondamentale dell’assetto dei poteri economici e politici. Protagonisti sono i movimenti urbani di riappropriazione dei luoghi della socialità, a partire dalla residenza e di resistenza alla “messa a reddito” delle aree di pregio (turistiche, residenziali di lusso, commerciali, direzionali di rappresentanza… dove maggiore é la possibilità di estrarre rendite).

I nodi pulsanti di questi movimenti urbani sono i centri autogestiti dalle comunità degli abitanti. “Arche di autonomia”, le definirebbe Raul Zibechi. Aree verdi e immobili liberati e riattivati per dare vita a servizi interculturali, welfare mutualistico, piccole attività economiche cooperatistiche ed ecosolidali, coworking…, insomma, autentica “rigenerazione urbana”. Ogni città è punteggiata da lotte per la conquista di questi spazi pubblici, uniche alternative alla individualizzazione solipsistica delle relazioni umane nell’età dell’iperliberismo. Nelle crepe del lacerato tessuto urbano sono nate esperienze di tutti i tipi: dai centri sociali occupati alle case del popolo, dalle banche del tempo ai comitati di quartiere, fino ai “beni comuni” riconosciuti tramite percorsi partecipativi.
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Sinistra

Cerchiamo casa: da Bologna parte una nuova rete di mutuo soccorso

del Comitato Borgo Reno, Altra Emilia Romagna, Altra Europa con Tsipras

Inutile ripetere qui analisi che per il pubblico di compagni a cui ci rivolgiamo diamo per scontate e comunque hanno altri e più idonei luoghi di confronto. Appaiono evidenti le difficoltà di ricostruire, meglio far nascere e non solo dalle ceneri, una sinistra politica nel nostro paese. Molte cose bollono in pentola dall’esperienza dell’Altra Europa per Tsipras, localmente l’esperienza dell’Altra Emilia Romagna, alla discussione lanciata da Landini sulla coalizione sociale e non solo.

Le condizioni sociali per resistere, attestarsi e preparare la “riscossa” ci sono ma sembrano sfuggirci, sembrano non sedimentarsi, non fanno se non lenti progressi. Brevi vivaci apparizioni che ci garantiscono il diritto di tribuna seguite da lunghi mesi in cui ricadiamo nell’autoreferenzialità, per dirla alla vecchia non siamo radicati e non riusciamo ad organizzare le grandi energie che pure possediamo, manca un “effetto leva” all’impegno che tanti donano, manca una “banca del tempo” che sappia utilizzare efficacemente le diverse competenze, punti di vista e disponibilità.

Non sappiamo se nel nostro paese il processo di ricostruzione della sinistra politica, se mai si innescasse per davvero e su scala sociale adeguata, prenderà “banalizzando” le forme della discontinuità (Podemos) o di una rinnovata “continuità” (SYRIZA). Questo lavoro di ricostruzione forse può passare anche dalla rivisitazione delle pratiche sociali, di organizzazione, di mutuo soccorso e di coesione di classe messe in campo dal movimento operaio dal suo nascere.
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