Il carcere di Belluno e la memoria, imbrattata da croci celtiche e frasi fascisteggianti

di Loris Campetti

Il carcere di Belluno costruito nel quartiere di Baldenich è ancora lì, imponente e tenebroso. Non ospita più prigionieri speciali come Renato Curcio, e neppure partigiani arrestati dai nazifascisti come nel ’44, ma non mancano nuovi, sfortunati ospiti costretti in gattabuia. È il 16 giugno del ’44 quando entrano nel carcere 12 uomini, 8 soldati tedeschi che scortano 4 prigionieri, partigiani bellunesi. Nessun sospetto da parte delle guardie e appena ne passa una con le chiavi delle celle i militari tedeschi la bloccano insieme a tutti i suoi sgomenti camerati.

Gettata la maschera e aperte le celle, i 12 incursori liberano 70 prigionieri, partigiani e civili, e rinchiudono dietro alle sbarre i carcerieri per poi fuggire. E senza sparare un colpo. Naturalmente gli 8 soldati tedeschi sono partigiani italiani e sovietici camuffati, guidati dal comandante “Carlo” (Mariano Meldolesi), Brigata Pisacane, Divisione Nino Nannetti. Quando le guardie riusciranno a liberarsi e dare l’allarme i partigiani, liberatori e liberati, saranno già alla macchia sulle montagne dolomitiche.

Questa azione straordinaria viene tramandata di generazione in generazione sotto il nome della “Beffa di Baldenich”. Il 28 aprile del ’45, alla vigilia della Liberazione, “la Lince”, alias il comandante Carlo, ripeterà con successo un’azione analoga a quella di 9 mesi prima, sempre nel carcere di Baldenich. A Meldolesi, nativo di Gaeta, è stata riconosciuta la cittadinanza onoraria di Belluno.
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Gatto Randagio: “Meno male è lunedì”, quasi fosse un film

di Francesca de Carolis

Fiabe vere per insegnare che, nonostante le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, c’è anche una speranza. Appunto su di un film. Una delle cose che piacciono a me… tutto a rovescio, a cominciare dal titolo: “Meno male è lunedì”. Sì, perché se prassi vorrebbe che per tutti si pensi al lunedì come alla fine dello spazio di libertà che sabato e domenica ci dovrebbero riservare, per i protagonisti di questo film, che è piuttosto documentario, è lì che inizia la gioia. La gioia di un lavoro. Sì, perché i protagonisti sono tredici persone recluse, nel carcere bolognese della Dozza, per essere precisi. E per loro si è compiuto un piccolo grandissimo miracolo. Una vecchia palestra del carcere è stata trasformata in officina. E non è una cosa tanto per passare il tempo.

Una vera officina, messa in piedi da tre aziende metalmeccaniche leader nel settore del packaging (Gd, Ima Spa e Marchesini Group, meritano la citazione), che le persone in prigione le hanno proprio assunte con regolare contratto. Roba rarissima nel desolante panorama penitenziario italiano, dove per i più il tempo trascorre nel nulla. Sembra, anche questo, il racconto di una fiaba. Di quelle non addomesticate e sdilinquite. Fiabe vere, scritte per insegnare che, nonostante le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, c’è anche una speranza. Anzi, sono proprio le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, a insegnare a costruire la speranza e non solo.
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“Cucinare in massima sicurezza”: quando il cibo si prepara in un carcere di massima sicurezza

Cucinare in massima sicurezza
Cucinare in massima sicurezza
di Francesca Mezzadri

In questo manuale di cucina, le donne non ci sono. Non ci sono, ma è come se ci fossero: nelle lasagne allo stipetto, nella patata incappucciata, nei rotolini stuzzicanti, nei broccoli baresani alle acciughe, persino nel dolce galeotto. Perché dietro questi piatti ci sono le sorelle, le zie, le madri dei veri autori di Cucinare in massima sicurezza, detenuti in regime di massima sicurezza, che hanno reinventato le ricette di casa in un ambiente diverso: quello del carcere. E hanno reinterpretato i piatti a modo loro, con quello che si trovavano davanti, o meglio con quello che soprattutto “non avevano” nelle loro celle, cercando di replicare i sapori casalinghi grazie ai ricordi e alle telefonate con le loro donne – “quei 10 minuti dove ti spiegano perché le melanzane alla parmigiana sono venute acquose”.

E non è un caso che la sorella di uno di loro ammetta che “leggendo questo libro sono venuta a conoscere parti della quotidianità di mio fratello di cui sono all’oscuro da tanti, troppi anni. Mio fratello quando tornava a casa, trovava il pranzo pronto e finiva con il caffè che gli veniva portato in poltrona, per poi uscire nuovo. Scoprire che oggi si fa il pane è strano. Anche incoraggiante.” E tutto in effetti è nato proprio da un’affermazione di suo fratello “Io in cella mi faccio il pane!”, un’affermazione colta durante un laboratorio di comunicazione realizzato nel 2009 nel carcere di massima sicurezza di Spoleto e che ha dato origine al singolare ricettario Cucinare in massima sicurezza edito da Stampa alternativa/Nuovi equilibri nel 2013.
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Stefano Cucchi e i suoi fratelli: quando la morte arriva in circostanze sospette. E orribili

Stefano Cucchi - Foto di cordatesa.noblogs.org
Stefano Cucchi - Foto di cordatesa.noblogs.org
di Giornalettismo

Sta facendo molto discutere la sentenza di primo grado per il processo Stefano Cucchi. Infatti, per la morte del giovane, deceduto dopo un fermo di polizia, sono stati incolpati solo i medici che gli avevano somministrato i farmaci, mentre i poliziotti che l’avrebbero menato fino alla morte sono stati assolti. Quella di Stefano Cucchi non è però l’unica storia del genere accaduta nel belpaese, oltre a lui ricordiamo Federico Aldrovandi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri e Giuseppe Uva.

FEDERICO ALDROVANDI – La sua è forse la storia più nota. Era la mattina del 25 settembre 2005, quando Federico stava rientrando a casa passeggiando per Ferrara di ritorno a una serata con gli amici al link di Bologna. Alle 5.47 Federico incontra i poliziotti, che alle 6.10 chiamano il 118. Otto minuti dopo arriverà l’ambulanza, ma per Federico è già troppo tardi.

MARCELLO LONZI – È il 29 giugno 2003 quando Marcello Lonzi muore nel carcere di Livorno. Nonostante in seguito compariranno delle foto che ritraggono il corpo del ragazzo martoriato, pieno di ecchimosi e striature viola, secondo l’autopsia la morte del giovane sarebbe avvenuta per cause naturali.
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Foto di Luca Rossato

Fine pena mai, firme contro l’ergastolo

di Marco Del Ciello

Lo statista democristiano Aldo Moro, l’oncologo di fama internazionale Umberto Veronesi e l’ergastolano-scrittore Carmelo Musumeci: tre uomini diversi per formazione e cultura, ma accomunati dalla convinzione che il fine principale della pena sia la rieducazione del condannato e dal proposito di eliminare l’ergastolo dal nostro ordinamento giuridico.

LO STATISTA ALDO MORO. Nel 1976, due anni prima della sua tragica scomparsa, Moro spiegava ai suoi studenti dell’università La Sapienzala pena dell’«ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte» (Aldo Moro, Lezioni di Istituzioni di diritto e procedura penale, Cacucci, 2005). Il suo impegno però risaliva agli anni dell’Assemblea Costituente, quando l’allora giovane politico si batteva per abrogare la legislazione penale fascista.

LO SCIENZIATO UMBERTO VERONESI.Veronesi ha invece affidato le sue riflessioni in materia al settimanale Panorama, in un’intervista rilasciata alla giornalista Annalisa Chirico: «L’ergastolo ostativo è di fatto una pena di morte civile o una pena fino alla morte» sostiene l’ex ministro della Sanità del secondo governo Amato. «Una persona, che entra in cella sapendo di essere destinata a morirvi, è condannata a un’agonia lenta e spietata». Non solo, ma l’ergastolo è anche una pena contraria alla scienza: «il nostro sistema di neuroni non è immutabile, ma si rinnova perché il cervello è dotato di cellule staminali in grado di generare nuove cellule. Quindi la persona che abbiamo chiuso in un carcere non è la stessa vent’anni più tardi. Per ogni uomo esiste la possibilità di cambiare ed evolversi» («No all’ergastolo, lo dice la scienza», Panorama, 17 ottobre 2012).
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Fare informazione da e sul carcere: una giornata di confronto a Bologna

La scheda di iscrizione si trova qui. La si può utilizzare per partecipare alla quinta giornata nazionale dell’informazione dal-sul carcere, prevista a Bologna il prossimo 26 ottobre dalle 10 alle 16.30 presso l’auditorium della Regione Emilia Romagna, in viale Aldo Moro 18. È stata organizzata in collaborazione con la Fondazione ordine dei giornalisti Emilia Romagna […]

“Opg: è la volta buona?”: a Reggio Emilia si parla del superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari

Iguana JoOpg: è la volta buona? Della risposta, che punta alle “prospettive per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari in Emilia Romagna”, si discuterà il prossimo 24 settembre a Reggio Emilia nel corso dell’omonimo convegno organizzato dall’Azienda Usl nell’ambito della settima settimana della salute mentale, prevista sempre nella città emiliana dal 22 al 30 settembre. Tra gli scopi dell’appuntamento, che inizia alle 8.30 per concludersi alle 13, si legge:

Il convegno vuole essere un’occasione di riflessione, aperta ai rappresentanti delle istituzioni, delle associazioni e alla comunità in generale, per delineare il futuro dell’assistenza alle persone autrici di reato prosciolte per malattia mentale in regione.

Da qui si può scaricare il programma completo sulla giornata (pdf, 237,3 kB) e se il punto di partenza sarà un bilancio della situazione in Emilia Romagna, poi sarà la volta di esperienze sul campo: dai quattro anni successivi alla chiusura dell’Opg di Reggio alle esperienze di Sadurano e delle cooperative sociali Ovile e Ambra.
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Il cardinal Martini: la vera riflessione autocritica dei prigionieri è interiore e non spettacolare

Angeli e demoni - Foto di Emilius Da Atlantidedi Sandro Padula

Nel saggio “Orizzonti e limiti della scienza” (Decima Cattedra dei non credenti; a cura di Elio Sindoni e Corrado Sinigaglia, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999) il cardinal Martini auspicava che la vicenda di Giordano Bruno, l’«eretico di Nola» bruciato sul rogo in Campo di Fiori (Roma) il 17 febbraio 1600, potesse diventare oggetto di “ripensamento critico” da parte della Chiesa cattolica.

Nello scritto “Gli esegeti del tempo di Galileo” (in “Nel quarto centenario della nascita di Galileo Galilei”, Milano, Vita e Pensiero, 1966) considerava di per sé sbagliate le assenze di “un vero dialogo tra Galileo e il mondo degli esegeti contemporanei” (ibidem, pag. 1224) e “di ogni dubbio serio riguardo alla concezione geocentrica” (ibidem, pag. 124). Mai e poi mai trovò una qualche forma di nobiltà nelle guerre contro gli eretici, nelle abiure e nelle omologazioni statuali ad un pensiero privo di autentici dubbi.

Non amava, ad esempio, le leggi scritte dalla Prima Repubblica a favore dei “pentiti”. Riteneva che l’eventuale riflessione autocritica delle persone detenute debba essere un processo fondamentalmente interiore, quindi non qualcosa di mercificato, cinico, spettacolare e opportunistico. Le sue idee, da alcuni definite “profetiche”, erano garantiste, libertarie, amanti dell’egualitarismo, aperte alle novità positive in ogni campo del sapere. Non avevano nulla a che spartire con la “legislazione dell’emergenza”, di cui andò a far parte anche la legge sulla “dissociazione” del 1986, e con il perenne tradimento dell’articolo 27 della Costituzione italiana che prevede la finalità risocializzante della pena detentiva.
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Luglio e agosto 2012: i mesi della morte in carcere

Montefusco (AV), 2008, Grate dell'ex carcere borbonicodi Carmelo Musumeci, carcere Padova

“La legge è fatta esclusivamente per lo sfruttamento di coloro che non la capiscono, o ai quali la brutale necessità non permette di rispettarla”. (Bertolt Brecht)

Sull’Osservatorio permanente sulle morti in carcere leggo: “Il luglio più “nero” per le carceri italiane, morti 13 detenuti e 3 poliziotti penitenziari”. E si continua a non fare nulla. E i buoni continuano a divorarsi l’ostia della Comunione la domenica durante la Santa Messa.

Il Papa Benedetto XVI continua a parlare a vuoto, quando chiede di pregare perché i carcerati siano trattati con giustizia e venga rispettata la loro dignità umana” (Radio Vaticana 28 luglio 2012). I politici e i partiti si preparano per imbrogliare ancora una volta gli elettori per la prossima legislatura. I burocrati di Stato, i colletti bianchi, i faccendieri si preparano anche per il prossimo anno a fare più soldi e a diventare persone più importanti. I mass media aspettano l’autunno per parlare di sport, di politica e di corna.
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Voci da una terra di nessuno chiamata Cie

Entrare nel Cie di Bologna è come varcare la soglia di una terra di nessuno. Un luogo in cui esisti, perché sei vivo e vegeto, ma in cui, non avendo in tasca un documento, è come se non ci fossi. Non c’è nazione che ti reclami o abbia fretta di rimpatriarti, spesso non c’è famiglia che venga a trovarti (i tuoi familiari se sans papier come te rischiano la stessa sorte) e anche se hai un letto, tre pasti al giorno e tutto sommato medici, infermieri, psicologi e mediatori culturali che in caso di bisogno o crisi emotiva si prendono cura di te, sai che lì non ci dovresti stare perché non hai fatto del male a nessuno. Anzi, al contrario, sei in Italia perché cercavi una vita migliore.
Reportage di Alessandra Testa

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