Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

Venezuela: il dopo Chavez tra elezioni e conflitti interni

di Maurizio Matteuzzi

La vera partita comincia adesso. E si annuncia molto difficile per il Venezuela bolivariano e tendenzialmente socialista, sia pure del particolare “socialismo del XXI secolo”. Ma assai inquietante anche per l’America latina progressista o di sinistra (a cominciare da Cuba), e per l’America latina in generale nel caso il “Venezuela saudita” e motore generoso dell’integrazione latino-americana entri in uno stato di fibrillazione destabilizzante. Del resto era immaginabile che la drammatica scomparsa di Hugo Chavez, il carismatico e solitario leader della rivoluzione democratica Hugo Chavez, vinto dal cancro il 5 marzo scorso, non potesse passare senza conseguenze e che il passaggio al dopo-Chavez fosse indolore e lineare.

Il candidato chavista Nicolas Maduro, erede designato del “Comandante”, suo “figlio” e suo “apostolo”, ce l’ha fatta. Per un soffio, ma ce l’ha fatta. 7 milioni 505 voti per lui, 7 milioni 270 mila per il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, 50.7% contro 49%, secondo i dati ufficiali diffusi lunedì dal Consiglio nazionale elettorale e contestati da Capriles. Uno virgola 7 per cento e 235 mila voti di differenza su quasi 15 milioni di voti. Uno scarto così esiguo difficile da ingoiare per la metà del paese che vedeva in Chavez il demonio, e per quella destra che nei 15 anni di chavismo, incapace di vincere sul piano elettoral-democratico, è più volte caduta nella tentazione golpista.

Nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2012 Chavez aveva (stra)vinto ancora, lasciando Capriles 10 punti e un milione e 600 voti indietro (55% contro 45%), domenica scorsa Maduro ha perso, rispetto a sei mesi fa, ha perso più di 4 punti e Capriles li ha guadagnati. Almeno un milione di voti ha cambiato candidato. E i sondaggi che in genere davano a Maduro “almeno 10 punti” di vantaggio si sono liquefatti al momento del voto.
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