Migranti e caporalato: i nuovi schiavi condannati all’invisibilità

di Alessandro Dal Lago

I fatti sono più che noti, anche se affondano nella melma dell’indifferenza, della noia e del pregiudizio che sommerge buona parte della nostra società: nelle campagne si muore di freddo, di canicola e di esaurimento nei campi, oltre che di fuoco negli incendi dei ripari di fortuna. E si muore di sparizione violenta, come i braccianti polacchi di cui anni fa si sono perse le tracce (se n’era occupato ampiamente il compianto Alessandro Leogrande).

Millecinquecento sarebbero i decessi sul lavoro nelle campagne, in sei anni. Braccianti italiani e migranti si schiantano dieci ore al giorno per pochi euro nella raccolta di pomodori e agrumi, vittime del caporalato e di mafie locali e industriali: il settore agricolo, al nord e al sud, campa su un trattamento che secoli fa era riservato solo agli schiavi. In più, gli stranieri si trovano, grazie al decreto sicurezza voluto da Salvini e Di Maio, in una condizione di precarietà che li espone a condizioni di vita sempre peggiori e al ricatto di padroncini e profittatori.

Questa è semplicemente la realtà che fa da sfondo all’ennesima morte nell’incendio della baraccopoli di san Ferdinando. La logica dello sfruttamento, che nessuna legge sul caporalato è stata in grado di limitare – anche per l’opposizione della Lega alla sua applicazione – è ovviamente la prima responsabile di queste tragedie.
Leggi di più a proposito di Migranti e caporalato: i nuovi schiavi condannati all’invisibilità

Aboubakar, il sindacalista nuova voce della sinistra: “Contro un governo disumano”

di Alessia Arcolaci

«La chiusura dei porti italiani alla nave Aquarius dimostra che abbiamo toccato il fondo della disumanizzazione». Addirittura? «Il contratto di governo, quello che vuole dare priorità ai bambini italiani negli asili, si basa esso stesso sulla discriminazione».

Aboubakar Soumahoro ha 38 anni, è italo-ivoriano, nato in una grande famiglia allargata, «dove alcuni hanno la carta d’identità italiana e altri quella ivoriana». È il sindacalista in prima linea per difendere i diritti dei braccianti e per fare chiarezza sull’omicidio di Soumalya Sacko. Dopo la sua partecipazione al programma de La7 Propaganda Live, è diventato una star dei social, venendo invocato da molti come «il leader che al Partito Democratico manca». «Ma il mio impegno è di politica sindacale», si schermisce lui. «Io ho già il mio partito ed è quello dei braccianti, gli schiavi delle campagne, donne e uomini di qualsiasi provenienza. Lavoriamo per dare dignità a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità».

Com’è iniziato il suo impegno nell’attivismo?

«Sono diventato attivista dopo essere stato sfruttato. Ho studiato per capire la ragione alla base di questo fenomeno».
Leggi di più a proposito di Aboubakar, il sindacalista nuova voce della sinistra: “Contro un governo disumano”

Lo schiavismo all’italiana su cui lucra mezzo mondo

di Mariangela Mianiti

Se scendi da un’auto e, senza dire una parola, da settanta metri di distanza spari a tre uomini e ne colpisci uno alla testa, vuol dire che non volevi spaventare, ma uccidere. Siccome la vittima, Sacko Soumayla, 29 anni, veniva dal Mali, in tempi di salviniana muscolarità anti immigrati si è dato subito a questo omicidio uno sfondo razzista. Leggendo la biografia della vittima, viene il dubbio che le ragioni dell’assalto non siano dovute solo al colore della pelle o a ciò che Soumayla stava facendo, e cioè portare via qualche lamiera per costruire una baracca da una ex fornace chiusa da dieci anni e sotto sequestro perché vi erano state sversate 135mila tonnellate di rifiuti tossici.

Per cercare di capire quali motivi portino un italiano a uccidere a sangue freddo un lavoratore africano bisogna guardare a chi era Sacko Soumayla, che cosa faceva, dove e per chi. Siamo nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, terra fertile di agrumi, kiwi, ulivi. Sacko Soumayla aveva un regolare permesso di soggiorno, lavorava come bracciante per 4,50 euro l’ora, era un sindacalista iscritto all’USB e lottava contro lo sfruttamento della mano d’opera immigrata.

Circa un mese fa, il 3 maggio, la testata online osservatoriodiritti.it ha pubblicato un’inchiesta intitolata Migranti: nella Piana di Gioia Tauro vivono i «dannati della terra» basata su un rapporto di Medu (Medici per i diritti umani). Lì c’è tutto quello che serve per capire che un lavoratore immigrato che si ribella può dare molto fastidio.
Leggi di più a proposito di Lo schiavismo all’italiana su cui lucra mezzo mondo

Vino doc e olio d’oliva: il sangue dei migranti nei campi di Trapani

di Antonello Mangano

Uno taglia a cubetti l’agnello, l’altro prepara la padella, il terzo accende il fornello da campo. Il tè alla menta bolle in un angolo. Piazza Renda, pieno centro di Alcamo. Un gruppo di tunisini si attrezza per la cena. Quel quadrato di asfalto è la loro casa: cucina e camera da letto. L’armadio è una specie di gabbia metallica dove i vestiti sono stesi ad asciugare.

I migranti che dormono sull’asfalto sono la parte meno presentabile della catena di produzione dei vini bianchi Doc. I prodotti che hanno reso famosa quest’area e creato lavoratori usa e getta per la vendemmia. Più in là ci sono gruppi di subsahariani. E coperte, sacchi a pelo e materassi appesi agli alberi. Li stanno recuperando in vista della notte. Al centro della piazza, intorno a un tavolino, un gruppo di vecchietti del paese gioca a carte come se nulla fosse.

Alcamo

“La doccia”, chiedono tutti. “È vero che si può fare la doccia senza pagare? “A qualche chilometro di distanza c’è effettivamente un centro di accoglienza che ha stabilito regole rigide. Si entra documenti alla mano, che vengono fotocopiati e spediti alle autorità. Molti hanno il permesso di soggiorno e potrebbero almeno lavarsi. Ma l’ostacolo sono i due euro per cena, doccia e letto. Tutti sono qui per lo stesso motivo: mettere soldi da parte. Meglio dormire all’aperto che cedere due monete preziose.
Leggi di più a proposito di Vino doc e olio d’oliva: il sangue dei migranti nei campi di Trapani

Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

di Antonio Ciniero

In Italia ci sono uomini ridotti in schiavitù. Parte del lavoro agricolo stagionale del nostro paese, quello che fa crescere il nostro Pil, che permette l’esportazione e il consumo dei prodotti del made in Italy sulle tavole nostre e su quelle di mezza Europa, si basa anche su un lavoro “schiavile”. A sostenerlo non è uno dei tanti allarmi lanciati da qualche inchiesta giornalistica, non è la presa di posizione di una ONG o sigla sindacale.

La riduzione in schiavitù è stata contestata come reato a 11 imputati dalla sentenza pronunciata il 13 luglio scorso dai giudici della Corte di Assise del Tribunale di Lecce nel processo nato dall’inchiesta Sabr, dal nome di uno dei caporali che organizzava buona parte del lavoro agricolo stagionale nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce.

Lo sfruttamento lavorativo nel territorio di Nardò non è certo una novità: si registra ininterrottamente da oltre vent’anni, con un’intensità che nel tempo ha continuato a crescere, a seguito della modificazione di diversi fattori che hanno a che vedere tanto con la struttura produttiva, con le modificazioni delle colture agricole[1], quanto con elementi socio-economici più generali, vale a dire con le filiere produttive e distributive del settore, la crisi economica, che ha spinto verso l’agricoltura soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi nelle città del centro-nord Italia, e le ricadute sociali delle politiche migratorie, con la conseguente riconfigurazione delle presenze migranti del territorio.
Leggi di più a proposito di Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

Caporalato, fuggiti da Rosarno ora producono yogurt african style a Roma

Da Rosarno alle campagne che circondano il lago di Martignano, a due passi dalla capitale. Dalla schiavitù nei campi sotto i caporali alla libertà e, addirittura, al riscatto sociale. È la storia di Suleman, Cheikh, Ismael e altri quattro braccianti africani che ce l’hanno fatta. Si sono messi insieme per produrre un ottimo yogurt, African style e per coltivare ortaggi. È nata così la cooperativa Barikamà, che significa “Resistente” in lingua Bambara, un’impresa autogestita da loro, che ha trovato ospitalità in un’azienda agrituristica sulle sponde del lago di Martignano, dove la produzione di yogurt avviene in un caseificio con tutti i permessi e le norme sanitarie in regola.

“Dopo la rivolta di Rosarno siamo arrivati a Roma e dopo aver passato qualche tempo alla stazione Termini siamo stati ospitati in un centro sociale sulla via Prenestina ed è lì che ci siamo conosciuti” racconta all’Adnkronos Ismael, originario del Benin. “L’idea di produrre yogurt alla maniera nostra, africana, è nata lì”.

“Sono libero e indipendente nel mio lavoro, non sono più schiavo di qualcuno nelle campagne italiane – prosegue Ismael che nel Benin ha lasciato la famiglia e una figlia di 7 anni – dovunque sono andato a raccogliere la frutta a Rosarno, a Foggia, a Torino, sono sempre stato sfruttato. Mi pagavano 25 euro al giorno per dieci ore di lavoro. Uno sfruttamento assoluto. E ora, anche se non guadagno moltissimo, non importa, sono soddisfatto”.
Leggi di più a proposito di Caporalato, fuggiti da Rosarno ora producono yogurt african style a Roma

Paola, morta seccata dal sole e dalla fatica. Per 3 euro l’ora

di Giulio Cavalli

Confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.

Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia?

Oggi sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.
Leggi di più a proposito di Paola, morta seccata dal sole e dalla fatica. Per 3 euro l’ora

I nuovi schiavi, i consumi e le filiere da costruire

Ghetto Italia
Ghetto Italia
di Lorenzo Guadagnucci

Ghetto Italia (Fandango, 15 euri) è uno di quei libri che non piacciono ai signori giornalisti. Il motivo è presto detto: si tratta di un reportage d’inchiesta – una buona inchiesta – ma gli autori non sono giornalisti. Dev’essere per questo che il libro è uscito qualche mese fa senza stimolare l’attenzione che merita. Uno dei due autori, Leonardo Palmisano, si definisce “etnografo e scrittore”, nonché docente di Sociologia all’Università di Bari; l’altro, Yvan Sagnet, è un ex studente-lavoratore, ora laureato in Ingegneria e sindacalista della Cgil dopo una pionieristica lotta dei raccoglitori di pomodori in Puglia (a Nardò).

Ghetto Italia racconta il caporalato nel Sud ma anche nel Centro e perfino nel Nord Italia. Descrive in presa diretta la non-vita dei braccianti nel Salento e in Calabria; in Basilicata e lungo la costa Domiziana fino alle prestigiose colline dell’Astigiano. E’ un reportage sul neo- schiavismo oggi in Italia. La parola è data agli schiavi, che si fidano di Leo e Yvan e ci confidano, e poi passano indirizzi e nomi e numeri di telefono di altri schiavi, in altri luoghi.

Vivono in case diroccate adattate alla meglio, ma senza i servizi fondamentali; devono pagare per qualsivoglia servizio: il trasporto da “casa” ai campi; la doccia settimanale; il cibo; la ricarica elettrica del cellulare. Pagano, ovviamente, al circuito dei caporali, che è strutturato su più strati: i più vicini a chi lavora sono in genere ex schiavi, quindi stranieri, ma in cima alla gerarchia si trovano in genere italiani.
Leggi di più a proposito di I nuovi schiavi, i consumi e le filiere da costruire

A proposito di “Guardati dalla mia fame” di Luciana Castellina e Milena Agus

Guardati dalla mia fame
Guardati dalla mia fame
di Enrico Pugliese

Il libro di Luciana Castellina e Milena Agus Guardati dalla mia fame è molto importante non solo per i suoi contenuti, per la storia che racconta e per come la racconta, ma anche perché ci spinge a riflettere e a discutere sugli avvenimenti di un periodo molto importante – forse il più importante della storia del Mezzogiorno e delle sue campagne: gli ultimi anni della guerra e l’immediato dopoguerra.

Il libro suggerisce anche riflessioni sull’oggi portandoci a confrontare la realtà sociale, del lavoro e di classe, di allora con quella attuale con i nuovi braccianti provenienti da mezzo mondo che con la povertà dei loro salari rendere ricca e ‘moderna’ l’agricoltura della Puglia così come settanta anni addietro la rendevano ricca grazie all’oppressione economica e sociale i contadini e i braccianti di allora. Ma proprio qui sta un punto molto importante che mi preme mettere in luce in queste note. Questa analogia non significa che non sia cambiato nulla o che sia cambiato poco. Un fenomenale processo di riscatto ha avuto luogo dagli anni del Dopoguerra in poi grazie alle lotte contadine e bracciantili e alla direzione che le forze della sinistra seppero imprimere ad esse.

E su questo, su quella esperienza di crescita civile e avanzata politica e sindacale, è importante riflettere perché alcune tematiche, alcuni obiettivi e alcune esigenze di organizzazione sono ancora attuali. C’è infine la parte non scritta del libro, quella riguardante il periodo successivo alla storia, riguardante il dopo, compresi alcuni fatti molto importanti – ai quali si fa un fugace cenno del libro e dei quale si è parlato in occasione delle presentazione – come quella grande espressione di solidarietà nazionale e popolare, che riguardò i braccianti e i loro figli sotto la guida del Pci e dell’UDI, nota come i “Treni della felicità”.
Leggi di più a proposito di A proposito di “Guardati dalla mia fame” di Luciana Castellina e Milena Agus

Rimini, lavoro sfruttato

Come si combatte (dal basso) il caporalato

di Domenico (Mimmo) Perrotta

La questione dello sfruttamento del lavoro migrante nelle filiere agricole è ormai nota all’opinione pubblica: dai braccianti africani ed est-europei impiegati nella raccolta del pomodoro nel foggiano e degli agrumi in Calabria, ai “ghetti” e alle baraccopoli che si ingrossano stagionalmente nelle campagne da Campobello di Mazara, a Saluzzo, ma anche i maghrebini, occupati nelle serre ragusane e salernitane, e gli indiani nell’allevamento e nell’orticoltura laziale. Si tratta di situazioni conosciute e spesso denunciate dai media di tutta Europa.

I braccianti stranieri sono resi vulnerabili da una serie di fattori concorrenti: dalla legge sull’immigrazione alla segregazione abitativa, dalla mancanza di alternative al caporalato per trovare un impiego a filiere agricole che impongono agli imprenditori di abbassare il costo del lavoro, fino a una crisi economica che li ha estromessi dagli altri settori produttivi. Raramente gli enti locali si impegnano per una soluzione strutturale e non meramente emergenziale del problema e, sempre più spesso, sono le piccole associazioni che provano a sostenere i lavoratori.

In questo quadro, stanno emergendo alcune pratiche di tipo cooperativo e mutualistico: progetti di agricoltura “etica” o “solidale” che vedono direttamente protagonisti – o almeno coinvolti – i braccianti. Esperimenti che partono dalla consapevolezza che, per eliminare lo sfruttamento del lavoro migrante, è necessario ripensare completamente le filiere agro-alimentari, cambiare le relazioni non solo tra datore di lavoro e dipendente ma anche tra produttori e consumatori, campagne e città. Sono progetti che si rifanno all’esperienza accumulata negli anni dai movimenti dell’agricoltura contadina, dai gruppi di acquisto e dal commercio equo-solidale, che talvolta nascono all’interno di centri sociali e che riprendono le pratiche cooperative che furono patrimonio dei grandi movimenti bracciantili italiani.
Leggi di più a proposito di Come si combatte (dal basso) il caporalato

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi