I tentativi di neutralizzare le idee radicali di Keynes

di Pier Giorgio Gawronski Il 16 aprile è arrivato in libreria la nuova traduzione italiana della Teoria Generale e di altri 28 brillanti saggi di John Maynard Keynes (molti inediti in Italia), curata da Giorgio La Malfa. L’edizione è corredata da 300 pagine di introduzione, biografia e approfondite note (redatte con Giovanni Farese). Filo conduttore […]

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.
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Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.
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Black Friday: quando l’uomo-lavoratore si allea con l’uomo-consumatore. Cioè con sé stesso

di Antonello Mangano

Il grande capolavoro del capitalismo contemporaneo non è la contrapposizione tra i lavoratori, né quella tra migranti e autoctoni (storia vecchia ma sempre funzionante) ma quella – nuova – tra l’essere umano e sé stesso. Così l’uomo consumatore è in competizione e si scontra con l’uomo lavoratore. Anche se si tratta della stessa persona.

Ci arrabbiamo a morte se non ci fanno il contratto a tempo indeterminato ma ci consoliamo con un volo a 9,99 euro. Vogliamo un’assunzione come dipendenti ma compriamo pelati di pomodoro da 60 centesimi.

Il low cost, dal punto di vista del capitalismo, è la quadratura del cerchio. Come vendere ogni genere di prodotti e servizi a una massa di sottopagati, precari e sfruttati? Facendo in modo che tutto costi il meno possibile. Un sistema che attraverso la logistica e gli algoritmi, la produzione globale e la delocalizzazione permette a merci che hanno fatto il giro del mondo di costare pochissimo.

Prendete gli abiti: cotone turco (raccolto da rifugiati siriani), manifattura bangladese (in scantinati maleodoranti a rischio incendio), trasporto ad Amburgo, logistica e smistamento nei pressi di Pavia e vendita in ogni angolo d’Europa. Nonostante il giro di due continenti gli abiti costano pochi euro. Nel frattempo sono stati schiacciati i diritti di centinaia di lavoratori. E la loro legittima aspirazione alla felicità.
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Slessico familiare: se le cose sono parole

di Bruno Giorgini

Secondo Democrito le cose sono parole, e da qui nasce l’ipotesi atomica di costituzione della materia. Se le cose sono parole, allora così come le parole sono composte di lettere, per definizione indivisibili, le cose devono essere composte di particelle indivisibili, gli atomi (atomos=indivisibile). Non so se Guido Viale scrivendo Slessico Familiare avesse in mente questa storia, certo che il suo libro attorno alle parole si struttura facendone una praxis rivoluzionaria (Gramsci), ovvero prefigurando la creazione di un nuovo mondo (un ordine nuovo).

Meglio, seguendo Wittgenstein, laddove scrive “immaginare un nuovo linguaggio significa immaginare una forma di vita”, Viale pagina dopo pagina immagina una nuova forma di vita che ci propone, non inventando dal nulla ma dando nuovo senso e pregnanza a parole note, e spesso usurate. Il libro assume delle parole capostipite, i capitoli, che generano delle filiere, i paragrafi, dove prende corpo un’altra messe di parole che costituiscono i mattoni “elementari”, che spesso elementari non sono e così invece di restarsene acquattati lì in fondo alla scala gerarchica, rimbalzano fino a emergere al fianco dei capostipiti, guizzando qua e là come delfini.

Se vogliamo dirla in altro modo, Viale ha costruito qualcosa di molto simile a un sistema critico che si autorganizza, il capostipite di una larga collezione di sistemi complessi. Ma vediamo più da vicino. Alcuni capitoli: Territori del Patriarcato, Deserti della Vita, Poteri dell’Anima, Natura e cultura, Potenza del Capitale, Bracieri Spenti, L’Aldilà delle Merci, Uso e Riuso, e altri sei, in tutto quattordici capostipiti. Se ora andiamo ai paragrafi, troviamo Soggetto, Sorellanza, Atomi, Conoscenza, Ascolto, Ecologia della Mente, Profughi, Razzismo, Diritto alla Città, L’Uomo Indebitato, Sopraffazione, Autogoverno, Aura, Apocalisse, Saperi Ignoranti, Vite di Scarto, Ricreare oltre a molti altri.
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Capitalismo di Stato e normalità capitalistica ai tempi della crisi

di Alessandro Somma

Sino al crollo del Muro di Berlino il confronto tra capitalismo e socialismo aveva monopolizzato l’attenzione degli studiosi. Solo in seguito ci si è dedicati alle varietà di capitalismo, anche e soprattutto per promuovere la diffusione di quella più in linea con l’ortodossia neoliberale, da ritenersi oramai la normalità capitalistica. La crisi ha però incrinato molte certezze, tanto che alcuni hanno ipotizzato un futuro caratterizzato da un ritorno del capitalismo di Stato. Di qui uno dei tanti motivi di interesse per l’ultima fatica di Vladimiro Giacché: un’antologia degli scritti economici di Lenin introdotta da un ampio saggio in cui si sintetizza e commenta il percorso che ha portato a concepire il comunismo di guerra prima, e la nuova politica economica poi [1]. È in questa sede che si individuano alcuni punti di contatto tra le teorie economiche leniniane e la situazione attuale, alle quali dedicheremo le riflessioni che seguono.

Ci concentreremo inizialmente sullo scontro tra modelli di capitalismo e sulla possibilità di ricavare dal pensiero Lenin, pur nella radicale diversità dei contesti, alcuni spunti utili al dibattito. Verificheremo poi come attingere da quel pensiero per contribuire a un altro aspetto rilevante per la riflessione sulle varietà del capitalismo: la sua instabilità nel momento in cui prende le distanze dall’ortodossia neoliberale, ovvero l’assenza di alternativa tra il superamento del capitalismo e il ritorno alla normalità capitalistica.
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Sinistra

Una sinistra per l’Europa

di Roberto Musacchio

Berlino, dal 16 al 18 dicembre. Sono il luogo e i giorni in cui si svolgerà il quinto Congresso del Partito della Sinistra Europea. Il primo, in realtà un numero zero, fu a Roma nel 2004 e vide il passo d’avvio della nuova creatura politica. Era stato fortemente voluto dal Prc, allora guidato da Bertinotti e ancora “forte” nonostante le tante traversie politiche e tutto impegnato a ridefinirsi nella stagione del movimento dei movimenti, e dalla costituenda Linke tedesca, di cui ricordo il grande impegno di Lothar Bisky che purtroppo non è più tra noi.

L’ultimo appuntamento fu a Madrid, due anni fa, e lancio’ la candidatura alla Presidenza della Commissione Europea e dunque il candidato di riferimento per le imminenti elezioni europee di Alexis Tsipras che del Partito della Sinistra Europea è anche il vice presidente. Tra l’uno e l’altro appuntamento ci sono i congressi di Atene, di Praga e di Parigi a definire un percorso importante.

Il Partito della Sinistra Europea è infatti una costruzione significativa che è andata crescendo per numero dei soggetti coinvolti, aree geografiche e capacità politica. Questo anche negli alti e bassi dei vari partiti che lo compongono e che anzi possono trovare in questo riferimento un punto di solidità nei momenti più difficili. Per altro gli anni in cui prese la luce erano quelli in cui si era avviata una pratica politica di movimento al livello europeo. Ricordo le marce per il lavoro che attraversavano l’Europa e i Social forum europei tra i quali spicca l’appuntamento di Firenze. Ma già prima le lotte per la pace e contro i missili.
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La fine del capitalismo: laddove crescita e lo sviluppo finiscono

La fine del capitalismo, dieci scenari pubblicato
La fine del capitalismo, dieci scenari pubblicato

di Giordano Sivini

C’è stata una parentesi nella storia del capitalismo in cui il sociale è riuscito ad emergere dall’economico. Aveva rilevanza, in quanto sociale, per il riconoscimento giuridico che lo stato gli attribuiva in forza della sua esistenza come popolazione disciplinata dal lavoro salariato. In funzione della mediazione con l’economico, lo stato aveva ricevuto legittimazione dal sociale. La democrazia, che come parvenza funzionava fin dall’800, era stata giuridicamente ridefinita in senso sostanziale con una articolazione istituzionale orientata a garantire il benessere del sociale.

Le politiche economiche e fiscali, pur racchiuse in uno spazio definito dall’economico, realizzavano questo obiettivo attraverso la crescita e lo sviluppo. Agenti dello sviluppo erano le imprese regolate dallo stato, che interveniva sui processi economici stabilendo vincoli per il mercato, e sosteneva la domanda creando quel reddito aggiuntivo che il capitale non poteva o non voleva assicurare, permettendo la riproduzione delle condizioni di crescita e di sviluppo.

Questa parentesi è ormai chiusa, e se ne è aperta un’altra. Il sostegno dello stato alla domanda, come condizione di crescita e sviluppo, è venuto meno, e il sistema cerca di garantire l’offerta spingendo all’indebitamento e abbassando i prezzi mediante una infaticabile ristrutturazione del sistema produttivo. Flessibilizza il lavoro per abbatterne i costi; riduce l’immobilizzo dei capitali fissi e dei mezzi di produzione; limita il valore unitario delle merci mediante una spinta frammentazione e diversificazione.
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Terremoto 2016

Il potere e il terremoto: le decisioni dal quartier generale della Ferrari

di Bruno Giorgini

Non si può dire che Matteo Renzi si sia fatto crescere l’erba sotto i piedi affrontando la questione del terremoto. Egli, come un surfista consumato, ha cavalcato l’onda ben oltre la sua dimensione di catastrofe naturale, facendone un paradigma della sua concezione per l’azione politica e l’esercizio del potere, dalla dimensione locale del borgo a quella transnazionale dell’UE.

Il punto d’arrivo per ora è stato l’incontro di Maranello con quattro protagonisti d’eccezione. Innanzitutto la Cancelliera Merkel, che governa lo stato più potente d’Europa e in modo più o meno diretto, a volte scabro a volte liscio, l’intera Unione Europea. Cancelliera che questa volta arriva non in uno dei palazzi istituzionali del potere politico e/o statuale ma alla Ferrari, fiore all’occhiello del made in Italy per un colloquio a quattrocchi con il nostro Presidente del Consiglio, senza Hollande al seguito. Grandi cerimonieri dell’incontro sono Marchionne Presidente della Ferrari e numero uno di FCA (ex FIAT), ma in realtà con un peso politico sociale che va oltre le sue pur importanti cariche imprenditoriali, e John Elkann, presidente della Fiat Chrysler, della FCA Italy e di Italiana Editrice, nonché della Exor SpA, la cassaforte della famiglia Agnelli, con altre minutaglie.

Visto da Maranello si capisce meglio il senso delle esternazioni recenti di Marchionne. La prima annuncia il suo voto favorevole, il suo sì, alla riforma costituzionale renziana, la seconda di fronte a una platea di studenti affermando che “non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa (..) non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è (..) l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita”.
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Manuale antiretorico dell'Unione europea - da Dove viene (e dove va) quest'Europa di Luciana Castellina

Castellina: “Europa per fare che?”

di Susanna Boehme-Kuby

Luciana Castellina ha pubblicato la sua dettagliata ricostruzione storica delle origini dell’attuale Unione Europea, redatta quasi dieci anni fà per il Cinquantenario della Comunità Europea nel 2007. La prima parte del volume riguarda l’attualità, ovvero gli anni 2007-2015, quel «Tempo dell’emergenza», che ha ridotto l’arte del «governo alla governance» anche a livello nazionale, e la terza parte passa in rassegna le posizioni delle varie Sinistre in Europa, dai Federalisti ai comunisti, dai belgi ai portoghesi. Un volume utilissimo per orientarsi in questa fase di crescente disaffezione e perfino di disgregazione dell’idea europea, in cui non pochi si chiedono se «vale ancora la pena di puntare sull’Europa». Anche se l’autrice risponde infine in modo affermativo a questa domanda, direi faute de mieux, essa ci dà un quadro allarmante della situazione complessiva.

L’autrice comincia col constatare che questa Europa è stata narrata finora «con una tale agiografica esaltazione da coprire con un velo pietoso la sua vera storia». Rivela poi che – in oltre mezzo secolo – non solo «non si è data realizzazione ai sogni europeisti di Ventotene», ma che questi sogni non hanno affatto influenzato la genesi del progetto europeo, perché il contesto storico del passaggio dalla fine della guerra nel 1945 allo spiegarsi della guerra fredda (dal 1947) serbava ben altri interessi miranti alla piena ripresa capitalista, il che ha «rapidamente sotterrato il sogno resistenziale di un’Europa sociale». La costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA, 1951), inizialmente rinchiusa nelle mani di pochi tecnocrati di USA, Francia e Germania, fu la premessa per poter ricuperare il potenziale industriale e bellico (con riabilitazione dei Krupp e Thyssen) della nuova Repubblica Federale tedesca che ebbe una prima e preziosa rilegittimazione, pur senza aver firmato nessun Trattato di pace.
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