Matera 2019: c’è la consapevolezza e la responsabilità di essere un punto di riferimento?

di Michele Fumagallo In molti posti del Sud, ma non solo, una parte della classe dirigente (amministratori, sindaci, “politici”) guarda a Matera e alla Basilicata come a un punto di riferimento. Cosa che lascia contente tante persone a partire da chi scrive che, da svariati decenni, ha parlato (naturalmente inascoltato) dell’importanza “metaforica” di questa città […]

Un modello economico-criminale di successo nel neocapitalismo italiano

di Francesco Forgione Non è facile, nei tempi grigi che stiamo vivendo, avviare una discussione sul tema delle mafie e sul profilo dell’Antimafia. Le mafie sono fuori dal dibattito pubblico e dall’agenda politica e l’attenzione si accende solo in vista dei tristi anniversari delle stragi o degli omicidi “eccellenti” vissuti sempre più ritualmente dalle istituzioni […]

Crimine capitale: come le mafie entrano nei circuiti legali

di Aldo Tortorella Per cercare di riportare l’attenzione sul mondo dominato dal capitale, in cui viviamo, pubblichiamo in questo numero la relazione tenuta ad un convegno cui la nostra rivista, Critica marxista, ha partecipato, che aveva come titolo “Crimine capitale”. Questo titolo non voleva dire che tutto il capitale è un crimine, seppure in esso […]

L’attualità di Philip K. Dick per capire le tendenze del capitale

di Vittorio Capecchi L’attualità di Philip K. Dick è confermata dai libri scritti sulla sua opera (consiglio tra i più recenti Philip K. Dick and Philosophy a cura di D. E. Wittkower, 2011) e dalle profonde suggestioni che ancora emergono dalle sue opere. Per capire il mondo in cui viviamo è utile la rilettura del […]

Matera 2019: se la città si distrae al bivio di una nuova trasformazione

di Michele Fumagallo Come Giorgi Ramorra, protagonista di un racconto di Rocco Scotellaro (“Uno si distrae al bivio”), Matera rischia di distrarsi al bivio di una nuova trasformazione e una nuova modernità. Questo è il pericolo che corre la città dei Sassi e, se questo avvenisse, non ci sono alibi: sarebbe soltanto responsabilità di Matera, […]

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Marco Veronese Passarella / 2

Marco Veronese Passarella
Marco Veronese Passarella
a cura di Noi Restiamo Torino

Prima parte. DOMANDA: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

PASSARELLA: Io non credo ci sia una regola aurea che vale in tutte le situazioni, per tutti i convegni, tutti i dibattiti, tutte le possibilità di confronto. Credo si debba valutare caso per caso. Credo che sottrarsi a priori al confronto sia sbagliato, proprio perché a priori. Ogni caso va valutato per sé. Per quello che riesco a capire, quello che noi chiamiamo mainstream o pensiero dominante in realtà ha molte sfaccettature. Non è affatto un monolite, gli studiosi non sono uguali, subentrano anche fattori, come dire, personali che esulano dal confronto accademico. Quindi credo che il confronto, laddove è possibile, si debba fare.

In genere, prima delle elezioni, a volere il confronto in TV tra leader (cosa che a me non piace per niente, ma oggi si fa perché si segue un po’ l’esempio del mondo anglosassone), sono i candidati che sono in svantaggio nei sondaggi, non quelli che vincono. Mi pare sensato. Ma se è così, visto che quelli che stanno perdendo siamo noi, siamo noi che dovremmo cercare il confronto. Cosa ci dobbiamo aspettare dal confronto con economisti mainstream? Poco, molto poco da loro. Magari da chi viene a seguire i dibattiti, da qualche giovane studente, invece, qualcosa di più sì. Secondo me l’errore che, per contro, non bisogna fare è attribuire al dibattito accademico importanza eccessiva, perché il mondo là fuori non lo cambiano le idee.
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Marco Veronese Passarella

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Marco Veronese Passarella / 1

a cura di Noi Restiamo Torino

Dopo le interviste a Joseph Halevi, Giorgio Gattei e Luciano Vasapollo, continua il ciclo di interviste sulla crisi economica che stiamo attraversando. È la volta di Marco Veronese Passarella.

Marco è lecturer in economics presso la University of Leeds. I suoi interessi di ricerca includono le teorie dei prezzi e della distribuzione, la dinamica macroeconomica, l’economia monetaria, nonché la storia e la filosofia del pensiero economico. Oltre alle sue pubblicazioni accademiche, è autore di varie opere divulgative, fra cui ricordiamo “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa” (con E. Brancaccio, ed. Il Saggiatore).

DOMANDA: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

PASSARELLA: La mia idea è abbastanza semplice, l’ho già esposta altrove peraltro: io credo che si siano sommati tre ordini di cause. Cause di tipo finanziario, cause di tipo istituzionale e cause di tipo economico. Di tipo finanziario perché l’innesco della crisi europea è la crisi americana, quindi in qualche modo la crisi dei paesi dell’Area Euro è una crisi importata dagli USA. E come sappiamo a sua volta negli stati uniti d’America l’innesco è stato un fattore finanziario, è stato il crollo del sistema dei derivati legato a quella particolare configurazione del sistema bancario. Quindi la causa ultima è di tipo finanziario, ma questo non vuol dire che, primo, non ci fossero delle condizioni di tipo istituzionale affinché ciò potesse accadere nella maniera in cui si è manifestato, secondo, che non ci fossero delle ragioni economiche profonde che in qualche modo hanno alimentato quella crisi.
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Foto di Niccolò Caranti

L’io e la società, senza la politica

di Rossana Rossanda

È diventato di uso comune dire che la politica è stata divorata dall’economia, intendendo con questo che essa non ha più il potere di decidere su temi economici, come i conti pubblici, i movimenti dei capitali, l’ingigantimento della finanza, le direzioni di investimento. Questo è in gran parte vero, a condizione che sia chiaro che essa non è stata spossessata dei precedenti poteri da una guerra esterna o da colpo di stato interno, se ne è spossessata per sua scelta, attraverso regolari leggi dei suoi parlamenti, in genere sollecitate dai suoi esecutivi.

Il primato dell’economico è stato insomma una scelta del politico, come erano stati gli accordi di Bretton Woods e il “compromesso capitale-lavoro” dopo la seconda guerra mondiale in Europa. Va ricordato perché l’antipolitica di destra e di sinistra, nella sua alterna polemica con i partiti e il notabilato che ne tiene le redini, ama dimenticarlo. Gran parte delle nuove sigle antipartito che si presentano sulla scena, non solo italiana, si considerano vergini dall’influenza del vecchio notabilato nato nel seno dei partiti o dei sindacati, dando luogo alla corruttela o, quanto meno, ai personalismi oggi imperanti.

La movenza di Alba “Facciamo esprimere tutti prima di decidere qualsiasi cosa” e, non troppo differentemente, di tutti i “Cambiare si può” e della diffidenza di molti movimenti verso qualsiasi forma di organizzazione dà per scontato che il vizio principale dei partiti o dei sindacati sia costituito non dai loro programmi ma dai loro vertici decisionali, anche quando eletti nella forma più democratica. Ogni potere superiore a un altro, anche se delegato, e dotato di una durata sia pur transitoria, diventa oppressione, sosteneva Bakunin contro Marx, che pure al di là di un sistema dei consigli non si spingeva.
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