Ratto d’Europa: la nuova torre di Babele

di Massimo Riva

Il festival del sovranismo sta trasformando l’Europa in una nuova Torre di Babele. Non c’è più ascolto reciproco fra i singoli Paesi, il dialogo è stato sostituito dall’insulto, la dialettica politica si affida a battute estemporanee. Ciascuno parla una lingua che gli altri non si sforzano neppure di comprendere. Ma sarebbe un errore ritenere che sia solo lo spinoso tema dei rifugiati a mettere a tanto dura prova la tenuta dell’Unione. Certo, le migrazioni hanno natura e dimensioni tali da porre l’intera Europa dinanzi a una sfida epocale che rischia di rimettere in discussione gli stessi principi fondativi della Ue.

Tanto da far tornare alla luce quelle molteplicità discordanti che ci si era stoltamente illusi di ricomporre e superare con gli atti formali di adesione di un numero crescente di Paesi a un progetto continentale reso appetibile dal miele dei benefici economici del mercato unico comune. Senza – e questo appare oggi il deficit cruciale – che questo processo sia stato accompagnato con la costruzione di istituzioni sovranazionali in grado di esercitare un reale potere federativo riconosciuto come prevalente su quello interno delle singole nazioni.

Quello rappresentato dalla Commissione di Bruxelles e dal Parlamento di Strasburgo, infatti, altro non è che un pallido simulacro di quel governo dell’Unione che sarebbe necessario per dare consistenza politica reale al soggetto Europa. Attenzione, dunque. Il caos innescato dalla crisi dei migranti non è causa ma effetto di un sovranismo nazionalistico già latente e malcelato nell’architettura stessa dell’Unione. I cui presupposti vanno individuati in alcuni errori commessi da tanti sedicenti europeisti.
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Imbavagliati soprintendenti e direttori, denunciamo noi il caos nei Beni culturali

La situazione di caos e di paralisi creata dalla “riforma” Franceschini separando la valorizzazione (nel senso di monetizzazione) dalla tutela e privilegiando la prima a discapito della seconda passa praticamente sotto silenzio – con pochissime lodevoli eccezioni – nella stampa e nella televisione nazionale. Ciò è grave in sé. Ma è anche dovuto al fatto che i soprintendenti e gli altri tecnici della tutela non possono assolutamente fare dichiarazioni, denunciare lo stato di confusione fra Soprintendenze, Poli Museali e Fondazioni di diritto privato, di depotenziamento strutturale, di esasperata burocratizzazione in cui versano gli organismi e gli uffici che per oltre un secolo hanno operato per difendere dalle aggressioni speculative, dall’abbandono, dall’incuria il patrimonio storico-artistico-paesaggistico.

Tocca quindi a noi – in luogo dei tecnici imbavagliati e minacciati di sanzioni – denunciare pubblicamente la gravità di una situazione in cui ministro e Ministero continuano a magnificare conquiste straordinarie, mentre la spesa statale per la cultura rimane una delle più basse d’Europa, un terzo di quella francese, metà di quella spagnola, e i suoi recenti relativi incrementi, beninteso rispetto al minimo dello 0,19% del bilancio statale toccato nel 2011 (governo Berlusconi IV) rispetto al 39% del 2000 (governo Amato II), vengono indirizzati su obiettivi futili o sbagliati.
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Rai: il disastro degli zelanti a viale Mazzini

di Vincenzo Vita

“Non si uccidono così anche i cavalli?” recita il titolo di un famoso film del 1969 di Sydney Pollack con Jane Fonda. Ed è proprio il cavallo scolpito da Messina che simboleggia la Rai a morire in queste ore. Sì, perché la miscela tra dilettantismo, arroganza e insipienza politica sta riuscendo nell’opera di devastazione del servizio pubblico che a nessuno – destra dura e pura, berlusconiani, sinistrorsi delle terze vie – era finora riuscito.

Le ultime decisioni tese a sfiduciare da parte della maggioranza di un consiglio di amministrazione ormai logoro l’amministratore Campo Dall’Orto, del resto rivelatosi la persona sbagliata al posto sbagliato, ci raccontano che l’occupazione di viale Mazzini da parte del mondo “renziano” è miseramente fallita. Tra il dramma e la farsa. Con grande improntitudine fu varata con impeto autoritario la (contro)riforma, la legge 220 del dicembre 2015. Quest’ultima, a costo di sovvertire quarant’anni di giurisprudenza costituzionale e le linee guida adottate dalle stesse forze che diedero vita al partito democratico, attribuì poteri assoluti all'”uomo solo al comando”, scelto verosimilmente più per la partecipazione alla Leopolda che per meriti manageriali.
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