Bologna: ancora un morto fra i lavoratori Ogr

di Vito Totire, medico del lavoro e presidente nazionale Aea, l’Associazione esposti amianto

Lutto per la morte di Paolo Pio Tomasini. Apriamo una vertenza nazionale per la verità e la giustizia sui “fatti dell’Ogr e della Casaralta di Bologna”. Esprimiamo anzitutto il nostro sentimento di lutto e le nostre condoglianze a familiari, compagni di lavoro e amici di Pio.

Dobbiamo dare una risposta a questa sequenza angosciante di morti e di snervanti attese sia di ulteriori cattive notizie sia per quel che riguarda i percorsi risarcitori. L’ azienda che deve pagare questi risarcimenti (se così vogliamo chiamarli, visto che in verità nulla può risarcire la violenta riduzione della speranza di vita e di salute) non si è dimostrata all’altezza della situazione.

Occorre che il governo emani una linea-guida per la gestione dei postumi mortiferi dell’amianto. Questa linea guida deve prevedere:

  • Aggiornamento dei riscontri epidemiologici e presa in carico anche del tema della patologie da amianto extrapolmonari; abbiamo detto più volte che erano emersi (poi “dispersi”) clusters di “eccessi” di LNH e di tumore del rene – cfr ricerca dell’epidemiologo Enzo Merler – ma sono rimasti disconosciuti persino sul piano assicurativo (Inail) casi di tumori gastrointestinali. Tutti i casi disconosciuti devono essere ripresi dagli archivi e riaperti; compresi ovviamente i cosiddetti “paralavorativi” cioè a danno di familiari. LO STESSO DEVE ESSERE FATTO PER LA COORTE DEI LAVORATORI DELLA CASARALTA FRA I QUALI L’ENORME ECCESSO DI TUMORI DELLA VESCICA E’ RIMASTO QUASI TOTALMENTE DISCONOSCIUTO (SUL PIANO PENALE, CIVILE E ASSICURATIVO, NON SUL PIANO EPIDEMIOLOGICO);

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La Terra dei fuochi brucia ancora nell’indifferenza di tutti

di Angelo Mastrandrea

A Caivano non è cambiato nulla, e così a Orta di Atella, a Giugliano e negli altri 52 comuni che fanno ufficialmente parte della cosiddetta Terra dei fuochi. Nonostante i proclami degli scorsi anni, la mappatura dei terreni inquinati e i duecento milioni annunciati dal governo Renzi per le bonifiche, il sistema dello smaltimento illecito dei rifiuti non si è fermato. Lo smaltimento segue la stagionalità delle produzioni coinvolte: ora è il tempo dei copertoni delle automobili e degli scarti del tessile, poi arriverà il turno del calzaturiero e delle plastiche per le serre.

Gli attivisti che si battono contro i roghi e gli interramenti dei rifiuti tossici conoscono le discariche abusive una per una. Sono sempre le stesse di qualche anno fa, a testimoniare che in quest’area a nord di Napoli che sconfina nel casertano l’industria dello smaltimento illecito funziona a pieno regime e ha poco a che vedere con cattive abitudini o scarsa coscienza civica.

“Le gomme delle auto sono abbandonate dagli autodemolitori e non dai gommisti, ce ne accorgiamo dal modo in cui sono tagliate. Vuol dire che si tratta degli scarti di un sistema di riciclaggio di automobili, che vengono smontate e almeno in parte rottamate”, spiega Enzo Tosti, un operatore sociosanitario che da anni setaccia ogni palmo del territorio ed è convinto che, per capire di cosa si sta parlando, la monnezza va osservata da vicino, esaminata scarto per scarto. Da buon entomologo della monnezza, da anni setaccia le discariche abusive.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

La diossina dell’Ilva e il futuro di Taranto

di Antonia Battaglia

La Commissione Petizioni del Parlamento Europeo ha invitato pochi giorni fa Peacelink a presentare, per la seconda volta, un aggiornamento alla petizione sugli effetti della diossina prodotta dall’Ilva. Un incontro importante, che ha dato modo alle Istituzioni Europee di rendersi conto di come evolva la situazione a Taranto.

Sono passati ormai due anni da quando Peacelink ha cominciato la sua battaglia in Europa per cercare giustizia per Taranto, cosa che non si riesce ancora ad ottenere in Italia. E in questi due anni sono stati compiuti passi molto importanti: l’azione continua di lobbying ha portato la Commissione Europea a lanciare una procedura d’infrazione e un parere motivato, che potrebbe, secondo la Commissione stessa, approdare alla Corte di Giustizia. Commissione contro Italia, a difesa di quei principi e di quei diritti che in casa sembrano essere invisibili e inesistenti.

La discussione, avvenuta in seguito all’esposizione di Peacelink, ha messo in luce ancora una volta un aspetto sconcertante: la persistente refrattarietà a prendere coscienza, da parte dei partiti di governo, dell’urgenza di attuare un piano ambientale serio e risolutivo.

Si è continuato, anche in questa occasione, davanti ad un Parlamento e ad una Commissione europei compatti nel dire che Taranto non può sopportare oltre la politica di taglio prettamente industriale del Governo, a negare la realtà delle cose. Si è continuato a dire che la situazione non è per niente grave, che il Governo ha già da tempo messo in atto delle azioni per la riduzione dell’impatto ambientale, che la situazione non è assolutamente quella di morte e malattia descritte nell’intervento di Peacelink e che infine il problema Ilva è talmente vasto che, si sa, si deve capire, i tempi sono lunghi.
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Olivetti

Olivetti, la macchina del cancro

di Loris Campetti

Siccome gli imprenditori vanno trattati sempre con rispetto, a differenza dei lavoratori e della loro salute, ora si usa dire che il killer di Ivrea è l’amianto, e non invece chi lo faceva manipolare a operai e tecnici, pur conoscendo la gravissima pericolosità della sostanza. Cognome amianto, nome proprio tremolite, familiarmente chiamato talco perché come tale veniva utilizzato a mani nude dai dipendenti Olivetti per facilitare il montaggio di componenti in gomma.

La tremolite è un composto di fibre di amianto polverizzate che si appiccicavano a tutto l’apparato respiratorio, ma anche ai camici. Quando i dipendenti dell’azienda di Ivrea smontavano dal turno di lavoro riportavano a casa quei grembiuli letteralmente ricoperti da uno strato di veleno. Chi ha seguito la vicenda drammatica dell’Eternit con il suo portato di morte per migliaia di lavoratori, dei loro familiari e di chi viveva nei dintorni dello stabilimento di Casale Monferrato, capisce di cosa si stia parlando. Forse, almeno questa è la speranza, la differenza sta soltanto nei numeri, che alla Olivetti dovrebbero essere meno catastrofici.

Ma se i casi che hanno consentito alla procura di Ivrea di avviare una nuova inchiesta sono una ventina – la maggior parte composta da lavoratori già deceduti, gli altri affetti dal classico mesotelioma pleurico che non perdona – nell’arco di poco tempo le indagini, sia quelle giudiziarie che quelle avviate dalla Fiom che ha aperto uno specifico sportello, stanno portando alla luce molti più casi di dipendenti Olivetti ammalati o deceduti, sia a Ivrea che, probabilmente, negli stabilimenti meridionali dell’azienda. Non è escluso che il conteggio dia una cifra vicino a 100, ma è azzardato fare numeri, dato che le conseguenze dell’asbesto si possono manifestare anche molti anni più tardi rispetto al periodo in cui è avvenuta l’esposizione e gli esperti prevedono che il picco della malattia si avrà nel 2015.
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“Fango nero”: cancro enfisema fumo intossicazione silicosi

Fango nero
Fango nero
di Daniele Barbieri

Una recensione in ritardo (*) per Fango nero di Sergio Mambrini (Iacobelli editore, 288 pagine per 15 euri)

Vi spiego subito lo strano titolo (5 parole senza virgole oltretutto) del post. Dagli anni ’60 Eugenio Cefis fu uno dei potenti d’Italia. Dunque osannato da molti, come ricorderà chi ha – come me – il privilegio (e/o la sfortuna) di una certa età. Non fu venerato da tutti certo: a esempio Pasolini nel romanzo «Petrolio» vede Cefis come uno dei simboli italiani del rapporto malato tra finanza e politica. Però la maggior parte dei giornalisti o dei presunti «opinion leader» non si sarebbe mai rivolto a Cefis senza reverenziale rispetto; al massimo si ricordava il suo soprannome di «granatiere» dovuto all’altezza che all’epoca del militare, si dice, lo destinò – come allora usava – ai Granatieri di Sardegna. Impensabile dunque che trapelasse il motivato soprannome, o meglio l’acronimo, con il quale Cefis era noto fra gli operai, cioè: cancro enfisema fumo intossicazione silicosi; cinque regali che «il granatiere», ha elargito a dipendenti e popolazioni delle zone intorno agli impianti. A proposito di soprannomi, gli operai di Marghera in un famoso corteo-funerale sostituendo una sola lettera ribattezzarono Mortedison il loro datore di lavoro (ma anche prenditore di salute e di vita).

Questo acronimo di Cefis è invece alle primissime righe di «Fango nero», così da far capire subito dove si colloca l’autore, il mantovano Sergio Mambrini. Il quale sa bene di cosa parla perché in Montedison-Mortedison ha lavorato. Se ne andò poi per affrontare diverse esperienze – fra le altre il circolo Legambiente di Mantova, la Fiab (Federazione italiana amici bicicletta) e il ristorante biologico che oggi dirige – alla ricerca di natura e salute, entrambe negate dalla chimica del capitalismo. «Solo chi ha un luogo da cui evadere assapora appieno la libertà riconquistata» ricorda la quarta di copertina, avvisandoci che «anche noi abbiamo una prigione da lasciare».
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Hugo Chávez: un leader carismatico ma solo, un’eredità difficile e scenari inquietanti per il futuro

Hugo Chávez - Foto di Globovisióndi Maurizio Matteuzzi

Forse non si saprà mai se a uccidere il presidente Hugo Chávez, morto ieri pomeriggio a Caracas, sia stato “solo” un maledetto e inestirpabile cancro o se il cancro sia stato in qualche modo inoculato nel suo organismo da qualcuno – qualcuno che il vicepresidente Nicolas Maduro ha immediatamente indicato e identificato nel “nemico storico” del leader bolivariano -, come con qualche probabilità accadde nell’inspiegabile e mortale avvelenamento di cui morì il leader palestinese Yasser Arafat, prigioniero degli israeliani.

In un caso o nell’altro Chávez non c’è più. È scomparso a soli 58 anni, dopo 15 anni di potere che hanno non solo cambiato ma sconvolto (in senso positivo) il Venezuela. E non soltanto il Venezuela ma l’America latina (basta pensare al ruolo preponderante che Chávez ha avuto nel processo di integrazione della regione). Quando l’ex-colonnello dei parà fu eletto per la prima volta presidente, nel dicembre ’98, l’America latina era ancora sutto il tallone letale del neo-liberismo.

Il brasiliano Lula, tanto per dire, arrivò alla presidenza solo nel 2003 e l’ondata di vittorie e presidenti di sinistra o progressisti che in questi tre lustri hanno cambiato il volto dell’America latina, mutandolo da triste laboratorio sperimentale neo-liberista a vero continente della speranza, la si deve non solo ma anche a lui, Hugo Chávez Frias, visto allora dalla sinistra latino-americana ed europea (basta pensare all’ ex-Pci italiano o al Psoe spagnolo) come un personaggio ambiguo o al massimo folclorico.
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