Campi “nomadi” e la questione “zingara”

di Dimitris Argiropoulos

La visibilità della popolazione rom in situazione abitativa di campo “nomadi”, e le conseguenti considerazioni, dipende dalla repressione, in tutte le sue forme, che riceve. Si parla e si scrive di loro, “gli zingari”, ogni volta che rientrano nelle “preoccupazioni” di chi parlando di altre cose e portando avanti altri interessi, indica gli “zingari” come una criticità incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza. Una violenza alla quale siamo “costretti”, vista l’impossibilità di risolvere la loro immodificabilità e adeguamento sociale.

Il campo “nomadi” di per sé è violenza. La sua istituzionalizzazione e permanenza è violenza. Si tratta di una particolare ed esclusiva abitazione pubblica che genera esclusione, stigma, separazione, povertà relazionale, razzismo e razzismo istituzionale differenzialista. Il campo “nomadi” in tutte le sue forme rappresenta l’apartheid destinato agli “zingari”, divide e disgiunge persone, famiglie e comunità rom dalle comunità e società circostanti.

Scompone e spezza relazioni, possibilità e opportunità di chi ne è collocato, cristallizzando in forme folcloristiche chi, per appartenenza, è indentificato come nomade. Il binomio Zingaro uguale Nomade ha impostato, guidando, le politiche e le politiche sociali per decenni. L’Italia è il Paese dei campi, e con questa caratterizzazione è indentificata a livello internazionale ogni volta che si approcci alla questione “zingara”. Ovviamente si tratta di una caratterizzazione piena di aporie, stupore e in netta contrapposizione con i processi di deistituzionalizzazione, come per esempio quelli avuti luogo in ambito psichiatrico e con le disabilità e che, all’estero (forse più dell’Italia), si conoscono, si studiano e si ripropongono.
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L’egoismo dell’Europa e, in genere, dell’Occidente

Migranti - Foto di Roberto Pili
Migranti – Foto di Roberto Pili

di Claudio Cossu

Come un tempo per l’Algeria, il Sud America, l’Asia o nei confronti del medio-oriente, soprattutto – beninteso – verso le relative popolazioni, sussiste ancor oggi, insistente e molesta, una volontà di comando e di asservimento da parte di noi occidentali – che ci consideriamo superiori per cultura e tout court per l’asserita e sbandierata nostra “civiltà”.

Mentre, al contrario, non siamo certo disponibili e benevolmente propensi a dare un aiuto o addirittura una dignitosa accoglienza per quell’umanità derelitta e bisognevole di tutto, soprattutto ora, in presenza di guerre devastanti o fame e malattie, che inducono quelle sfortunate popolazioni a fuggire dalle loro terre arse e desertificate, nonché dalle case, abbandonate e date ormai alle fiamme da soldati perfidi e capaci solo di depredare i più deboli e gli inermi.

Ci accorgiamo tardi, e talvolta distrattamente, di queste tragedie immani quando ci troviamo ormai di fronte a barconi pieni di donne e bambini, nel mare Mediterraneo, i cui corpi sono resi rigidi dalla morte e dagli stenti. Non ci induce certamente a questa malevola ed oscura indifferenza il Vangelo, se non altro per i suoi orientamenti umani e caritatevoli, lasciando da parte ogni fattore religioso.
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Manifestazione per i rom

Rom: dove sono andati i soldi?

di Sergio Bontempelli

Ecco una notizia che, raccontata nel modo sbagliato, farebbe felice Salvini: per accogliere i rom nei centri di accoglienza, il Comune di Roma ha speso otto milioni nel solo anno 2014, circa 33mila euro a famiglia. È la somma che si ricava dalla ricerca Centri di Raccolta S.p.A., diffusa recentemente dall’Associazione 21 Luglio: l’anno precedente, la stessa 21 Luglio aveva accertato che per la gestione degli otto “villaggi della solidarietà” (cioè dei campi nomadi regolari e attrezzati), si erano spesi 17mila euro per nucleo familiare [si veda Campi Nomadi SpA, pag. 48].

Avete presente Crozza quando imita Salvini, e fa pronunciare al leader del Carroccio la fatidica frase «vi do un dato…»? Nel nostro caso, il Matteo padano potrebbe dire «vi do un dato: ogni famiglia rom riceve dal Comune di Roma 1.400 euro al mese se abita in un campo, e più di 2.700 euro (sempre al mese) se accolta in un centro di accoglienza». E a raccontarla così, vien proprio da pensare che sono dei privilegiati, questi “zingari”.

Il problema è che la storia non è andata affatto in questo modo: perché i rom, in realtà, non hanno mai beneficiato di questo fiume di denaro. A riempirsi le tasche sono state cooperative, imprenditori e aziende, che in molti casi figurano anche nelle inchieste su Mafia Capitale. Ma andiamo con ordine.

Come (non) funzionano i centri di raccolta

Dunque – dicevamo – il Comune di Roma ha stanziato otto milioni di euro per i cosiddetti “centri di raccolta”: strutture dove i rom vengono alloggiati temporaneamente, di solito dopo uno sgombero, in attesa di trovare sistemazioni migliori (almeno in teoria).
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Il business dei campi rom a Roma: 24 milioni di euro per segregare i “nomadi”

di Davide Falcioni

Li chiamano “villaggi della solidarietà”: sono aree che il Comune di Roma destina alla segregazione e all’esclusione dei rom della capitale e per i quali, nel solo 2013, sono stati spesi ben 24 milioni di euro. Denaro della collettività che è stato destinato all’esclusione sociale su base etnica dei cosiddetti “nomadi”, che nomadi non sarebbero più se periodicamente non venissero costretti a “migrare” da un ghetto all’altro, in seguito agli sgomberi forzati decisi dall’amministrazione con il pretesto di tutelare sicurezza e legalità. In realtà, come ha rivelato un dossier dell’Associazione 21 luglio intitolato “Campi Nomadi Spa”, il sistema campi a Roma rappresenta un vero e proprio business. Costruire ex novo campi rom (ribattezzati, per l’appunto, “villaggi della solidarietà”) ha costi elevatissimi: una torta che, nel 2013, è stata di 24 milioni di euro (fonte, Comune di Roma) e grazie alla quale 35 enti pubblici e privati hanno lavorato, impiegando oltre 400 individui. Si tratta di organizzazioni e ditte che usufruiscono dei finanziamenti stanziati dal comune per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici. Segregare i rom – dunque – “conviene” a queste ditte, ma non ai cittadini, costretti a sborsare milioni di euro. Neppure un centesimo, va precisato, finisce in tasca a un rom.
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