Corruzione: “L’hanno sempre fatto”, così la mazzetta diventa impunita e organizzata

di Alberto Vannucci

Un silenzio tombale è sceso nella campagna elettorale di quasi tutti i partiti sui temi della lotta alla corruzione e alle organizzazioni mafiose: questioni datate, polverose, ormai vintage in un’epoca dominata da ossessioni sulla sicurezza e dalla caccia all’immigrato clandestino. Nell’indifferenza di troppi elettori si sono così moltiplicate le candidature di impresentabili, con pregiudicati in grande spolvero e protagonisti (o comprimari) di scandali gratificati dai rispettivi partiti col collocamento in lista per un seggio sicuro.

Del resto non sembrano preoccupare o turbare il sonno dell’opinione pubblica il proliferare di politici e funzionari corrotti, né di imprenditori e professionisti corruttori, e neppure dei loro interlocutori più o meno contigui ai gruppi mafiosi – in fondo vox populi vuole che “la mafia dia lavoro, lo Stato lo distrugga”. Forse perché i “colletti bianchi” che dominano l’universo del malaffare indossano giacche e cravatte griffate, si muovono con passo felpato nelle stanze e nelle anticamere del potere, padroneggiano procedure, codici e codicilli, realizzando quella che sempre più spesso si configura come una forma di corruzione legalizzata.

Il giudice Piercamillo Davigo propose un semplice calcolo per misurare l’asimmetria nell’aritmetica del furto: quante centinaia o migliaia di anni di attività ininterrotta occorrerebbero a uno scippatore per produrre lo stesso danno economico di un singolo crack bancario, di un dissesto finanziario, delle voragini nei bilanci pubblici delle tangenti per la realizzazione di una grande opera? E come si rapportano quelle somme con l’allarme suscitato dalle due diverse categorie di soggetti?
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Il lavoro è stato il grande assente dalla campagna elettorale

di Marina Forti

Se si esce da Milano verso nord la città sembra non finire mai. Superando Sesto San Giovanni e quel che resta delle acciaierie Falck, si può guidare per ore in un paesaggio fatto di uffici luccicanti e capannoni industriali, quartieri residenziali, rotonde, svincoli, centri commerciali.

Questo paesaggio è il cuore dell’area metropolitana più grande d’Italia, una zona che dalla periferia milanese si estende a nordest fino alle porte di Bergamo, o ancora verso Saronno, Busto Arsizio, fino a Gallarate e all’aeroporto di Malpensa a nordovest. Attraversa quattro province – Milano, Monza-Brianza, Lecco, Varese – ma qui nessuno dubita che si tratti di un’area metropolitana integrata.

Uno studio dell’università di Milano-Bicocca fotografa la sua complessità: 858 comuni, sette milioni e mezzo di abitanti, ottomila chilometri quadrati di superficie. Da qui ogni giorno più di 700mila persone prendono un treno suburbano o regionale per andare a lavoro. È anche la zona più ricca e produttiva d’Italia, all’interno di una regione che da sola produce circa il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dove da alcuni anni l’economia è in crescita e la disoccupazione supera appena il 7 per cento, contro una media nazionale del 12 per cento – anche se resta comunque il doppio rispetto a dieci anni fa, quando è cominciata la crisi.
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Berlusconismo e fascismo, il dovere della memoria

di Angelo Cannatà

Una delle poesie più belle di Jorge Luis Borges è Los justos (I giusti). Tocca un tema importante con la delicatezza, l’esattezza e la profondità che appartengono solo alla grande poesia. Chi sono i giusti? Le persone semplici e sensibili – dice Borges – che non si conoscono tra di loro (se ignoran), ma insieme stanno salvando il mondo. È giusto “un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire”, “chi accarezza un animale addormentato”, “chi scopre con piacere un’etimologia”, “chi è contento che sulla terra esista la musica”. È giusto – dice – “il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace” e “chi vuole giustificare un male che gli hanno fatto”.

Jorge Luis Borges mostra che a salvare il mondo non sono i grandi eroi della Storia, ma persone semplici, uomini comuni (“il ceramista che intuisce un colore e una forma”) che quotidianamente, con dedizione, svolgono il proprio lavoro. La lista non è completa, Borges inserisce tra i giusti – ed è sublime – “chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson”; ognuno, pensandoci, può continuare l’elenco e forse questo è uno dei suggerimenti impliciti del poeta a tutti noi. Dunque. Chi sono i giusti, oggi, in Italia?

Io dico giusto “chi è contento che il Paese abbia una Costituzione antifascista”, “chi, col passare del tempo, non dimentica”. L’esercizio della memoria è importante e consente di non cadere – mi scuso per il passaggio dalla poesia alla prosa – negli inganni della campagna elettorale. Accadono cose terribili in Italia. B. spiega, a reti unificate, che i rigurgiti fascisti non sono preoccupanti, che (non si sottovaluti) “il vero pericolo sono gli antifascisti”. Un uomo così, che calpesta un principio fondante della Costituzione, andrebbe indicato dai media al pubblico disprezzo; invece è un continuo osanna allo Statista garante in Europa contro il populismo.
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L’antifascismo non è un’arma di propaganda

di Marco Revelli

L’Italia antifascista è andata in piazza in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica. Di opposte minoranze estremiste, ugualmente intolleranti, quando invece la violenza a cui si è assistito non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi mesi e negli ultimi anni è una violenza totalmente asimmetrica, distribuita lungo un rosario di intimidazioni, intrusioni, aggressioni sempre dalla stessa parte, per opera degli stessi gruppi, con le stesse divise, gli stessi rituali, gli stessi simboli e tatuaggi: Casa Pound e Forza nuova con i rispettivi indotti. E sempre col medesimo disegno politico: occupare parti di territorio fino a ieri off limits per l’estrema destra.

Periferie metropolitane e piccoli centri, aree in cui la marginalizzazione e il declassamento sociale hanno creato disagio e rabbia, con lo scopo “strategico” di diventare referenti politici di quel disagio e di quella rabbia. Vicofaro, il 27 di agosto dello scorso anno. Roma, Tiburtino III, il 6 di settembre. Como, il 28 novembre.

Sono solo le tappe principali di un percorso che culmina nell’atto estremo di terrorismo razzista a Macerata, il 3 febbraio. Dall’altra parte un solo episodio, quello di Palermo, che per odioso che possa essere considerato – ed è atto odioso il pestaggio di una persona legata, incompatibile con i valori dell’antifascismo quale che ne sia l’idea dei suoi autori -, non può certo mutare il profilo di un quadro politico estremamente preoccupante.
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Riflessioni su Potere al Popolo: la via politica lunga e i compiti dell’organizzazione

di Luca Mozzachiodi

Non ho il feticcio delle elezioni. Non le ho ritenute e spero di non ritenerle mai il momento privilegiato della vita politica, troppo spesso sono state il grimaldello per svuotare di senso ogni reale processo democratico e trasformarlo in una vuota liturgia formale; per troppi anni abbiamo visto in Italia ogni forza politica di sinistra raccogliere e sfiancare le sue già residuali forze nel tentativo di inseguire le scadenze elettorali. Negli ultimi anni sempre più gli esiti o sono stati disattesi o non così incisivi come avrebbero dovuto.

Non si tratta quindi di una pagina di propaganda elettorale, ma di una analisi politica: dobbiamo partire dal presupposto che il problema non sia vincere le elezioni, e nemmeno acquistare un gran numero di seggi, ma piuttosto aprire vie nuove alla possibilità di un’esperienza politica che non si risolva nella costituzione di cartelli elettorali a breve termine.

La sinistra (nelle sue varie apparizioni spesso riposanti però sugli stessi militanti e sulle stesse forze) ha commesso diversi peccati capitali: abbandonare la sua matrice teorica convinta di dover competere con la destra in un mondo che non può essere altro che liberale, non difendere (come dovrebbe fare sempre, con le unghie e con i denti, su ogni terreno anche a elezioni perse) il mondo del lavoro, non essere stata capace di attaccare il mondo della finanza e della speculazione preferendo scendere a patti, strutturare le proprie forze partendo non già dalla militanza e dalla conoscenza concreta di un quadro di problemi ma dall’affiliazione a fini propagandistici a questo o a quel partito quando non addirittura a questo o a quel singolo personaggio politico e finalmente cercare consenso inseguendo la destra sul suo stesso terreno invece di approfittare di un momento di crisi come si sarebbe potuto fare.
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Ma perché la lotta alla mafia è sparita dalla campagna elettorale?

di Enzo Ciconte

La mafia non esiste. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole? Tante volte, troppe e per tanto tempo. Oggi nessuno si sognerebbe di ripeterle. All’apparenza è così, eppure sono in tanti che fanno di tutto, surrettiziamente, per accreditare l’idea che la mafia non esiste. Chi sono costoro? Sono quelli che in campagna elettorale non parlano di questo argomento, come se non esistesse, come se non fosse un problema di primaria grandezza o come se fosse solo e soltanto una questione criminale che devono affrontare e risolvere magistrati e forze dell’ordine.

Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che si debba parlare ogni giorno di questo argomento, sto dicendo che è un errore non parlarne per niente, o quasi, espellendo di fatto il tema dalla competizione elettorale. Se si dà una scorsa ai programmi elettorali si vede come questi temi, accanto a quelli della corruzione e della legalità, sono molto marginali e trattati sbrigativamente.

È un errore serio. Perché? Perché si rischia di perdere quei voti (e sono tanti) di quegli elettori che si rifugiano nel non voto perché non c’è nessuno che fa una limpida, chiara, coerente e trasparente battaglia antimafia; perché qualcuno s’illude che così facendo possano arrivare voti da ambienti contigui alla mafia e s’illude ancora di più se pensa di non pagare pegno per quel pugno di voti che si pensa possano fare la differenza nei collegi in bilico.
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Votare? L’ho sempre fatto. Per chi? Parliamone

di Flavio Fusipecci

Il quadro mondiale è in profonda, rapidissima evoluzione (involuzione) sotto la spinta di fenomeni e agenti per la prima volta “veramente globali”.
Come nei fenomeni sismici, si va progressivamente accumulando una energia “sotterranea”, indice e futura causa di una prossima esplosione/implosione del sistema economico e sociale mondiale, di cui si evidenziano già le “faglie di rottura” in varie parti del mondo, sotto la spinta di un complesso di disuguaglianze via via crescenti e via via più evidenti e diffuse tramite i nuovi media etc., “godute e perversamente difese” o “introiettate e sofferte fino alla morte” da popoli e singole persone un po’ ovunque.

Per una serie di motivi storici e socio-economici, ingigantiti negli ultimi 20-40 anni di politica ed economia dissennata a tutti i livelli, l’Italia è oggi una delle “faglie” più esposte a rischi, un po’ come il Vesuvio, in un contesto europeo e mondiale che non la favorisce e che, anzi, tende a ridimensionarla, rendendola di fatto “terreno di conquista” e, allo stesso tempo, “mercato da mantenere, sul ciglio del burrone”. Fa comodo a tutti.

Le grandi ideologie storiche ed i partiti da loro innervati sono finiti, travolti innanzitutto dalla incapacità di adeguarsi ai mutamenti epocali in rapida successione (tecnologici, ambientali, antropologici, sociali, economici etc..) e, non meno importante, da un degrado etico e morale, oltre che culturale, che ne ha decretato la fine ingloriosa non solo in termini elettorali, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la fiducia, la partecipazione, la speranza, il coraggio e la visione di un futuro (anche solo a livello di sogno e di forza a non rinunciare “a provarci”), tutte cose indispensabili per non fare piombare tutti e ciascuno in una pericolosa spirale di grezzo e meschino individualismo.
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Costi della politica, l’argomento scomparso dalla campagna elettorale

di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

La campagna elettorale che (faticosamente) si sta svolgendo in queste settimane, tiene sullo sfondo dei temi trattati i costi della politica, intesi come rimborsi a eletti e spese per la gestione dei corpi elettivi. L’analisi di questi numeri non può che partire dalle Camere ove, attualmente i deputati percepiscono un’indennità lorda di 11.703 euro, che diventano 5.346,54 euro mensili netti, oltre a una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato che ammonta a 3.690 euro. Si devono ancora conteggiare 1.200 euro annui per rimborsi telefonici e una cifra che va da 3.323,70 a 3.995,10 euro per i trasporti, erogata ogni 3 mesi.

Ai senatori viene invece liquidata un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto restano 5.304,89 euro, oltre la diaria di 3.500 euro, un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese che dovrebbero coprire forfettariamente le spese telefoniche e di trasporto. L’ammontare totale percepito equivale ogni mese a 14.634,89 euro per i senatori e a 13.971,35 euro per i meno fortunati deputati.

Il sito Money.it riporta uno studio inglese sugli stipendi dei parlamentari delle varie Nazioni europee, secondo il quale che il costo di un parlamentare italiano equivarrebbe a circa 120.500 sterline all’anno, all’incirca il doppio di quelli inglesi (circa 66.000 sterline) e molto più di quelli dei politici tedeschi e francesi, per non parlare di quelli spagnoli fermi a un sesto della cifra.
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Berlusconi non è mai cambiato, il Pd invece sì

di Furio Colombo

La domanda non implica un giudizio. Non ha senso tentare, adesso, dopo tutti questi decenni di potere e rovina, di dare giudizi su Berlusconi. Però Berlusconi li vuole, si fa avanti, chiede di essere notato. La sua pubblicità (la sua propaganda) è come quella dei prodotti che contano non sul nuovo ma sul conosciuto. “Fin dal 1992” si potrebbe leggere sui manifesti della campagna elettorale di Forza Italia se avessero un po’ di umorismo. Dunque Berlusconi e i suoi contano sulla reputazione.

A prima vista sembra impossibile, perché in uno dei suoi curricula, il più noto e diffuso nel mondo, Berlusconi risulta espulso dal governo (il presidente della Repubblica glielo ha esplicitamente e pubblicamente chiesto), espulso dal Senato e intestatario di una condanna che vieta ogni accostamento ai pubblici uffici. Ma c’è l’altro curriculum, che Berlusconi ha compilato con mano ferma e con bravura, senza abbandonarsi a maledire il destino, e creandosi, per chi ci vuole credere, un’altra vita. In questo documento alternativo Berlusconi ha salvato l’Italia in generale (senza di lui stava letteralmente andando verso la rovina).

E in particolare ha immaginato e guidato, in patria e nel mondo, una serie di atti di governo che, dopo lungo abbandono, hanno restituito al Paese dignità, efficienza e il rispetto del mondo. E infatti faceva la spola tra Gheddafi e Putin che non si stancavano di onorare in lui la guida moderna di uno Stato moderno.
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Razzismo, a furia di forzare la Costituzione col piede di porco questo è il risultato

di Maso Notarianni

“Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Lo dice il candidato alla Regione Lombardia del cosiddetto “centrodestra”, che si rivela essere invece destra bieca e razzista.

Attilio Fontana, già sindaco leghista di Varese (una fama, bontà nostra, da moderato) spiega meglio il concetto: “È un discorso demagogico e inaccettabile quello di dire che dobbiamo accettarli, è un discorso a cui dobbiamo reagire, dobbiamo ribellarci: non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio. Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte”.
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