I parlamentari tagliati e il rischio di autoritarismo

di Alfiero Grandi Caro Marco Travaglio, per una volta non la pensiamo allo stesso modo. Mi riferisco alla riduzione dei parlamentari. Che può essere affrontata, ma con serietà, non con le ridicole motivazioni della riduzione dei costi e tanto meno di una maggiore funzionalità del Parlamento, che avrebbe bisogno di fare cessare la grandinata dei […]

Governo gialloverde: le riforme costituzionali nascondono la via verso il presidenzialismo

di Alfiero Grandi

Al Senato è stato approvato in prima lettura il testo della legge che riduce il numero dei parlamentari, 400 alla Camera, 200 al Senato. Ora la proposta di legge passa alla Camera e come tutte le proposte che vogliono modificare la Costituzione dovrà essere approvata due volte, sia alla Camera che al Senato, a distanza di almeno 3 mesi, e se la proposta verrà approvata senza il voto favorevole di almeno i due terzi dei parlamentari sarà possibile chiedere che si svolga il referendum costituzionale, come è avvenuto il 4 dicembre 2016, quando la vittoria del No ha bocciato le deformazioni della Costituzione targate Renzi.

A poco più di due anni dalla vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 l’attuale maggioranza Lega-M5Stelle non ha saputo fare meglio che rilanciare le modifiche alla Costituzione. Cercando di non dare nell’occhio si è arrivati ad avere in campo queste modifiche:

  • Introduzione del referendum propositivo, il cui difetto di fondo – anche nell’ultima versione – è che anziché arricchire la democrazia rappresentativa con una nuova forma di partecipazione dei cittadini, tale da integrare l’attività del parlamento, continua a contrapporre cittadini e parlamento, con il serio rischio di creare cortocircuiti.

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Ma la partita per il governo è un’altra cosa

di Luigi Ambrosio

Dal discorso di insediamento di Maria Elisabetta Casellati, appena eletta presidente del Senato grazie all’accordo tra centrodestra e Movimento 5 Stelle, si può comprendere quale sarà la strategia di Berlusconi per non morire stritolato dalla tenaglia rappresentata da Salvini e da Di Maio.

Un discorso ecumenico, in cui ha sottolineato la necessità del riconoscimento reciproco tra le forze politiche, ha lodato il presidente Mattarella e il presidente emerito Napolitano, e quest’ultimo non è un dettaglio data la natura del discorso che Napolitano aveva tenuto il giorno prima inaugurando i lavori del Senato.

La responsabilità del governo spetta ai vincitori, Movimento 5 Stelle e centrodestra, aveva detto Napolitano. Bisogna ascoltare il Quirinale, aveva aggiunto. E occorre garantire continuità nel rapporto con l’Europa, aveva sottolineato. Parole i cui contorni si definiscono ancora di più ora, illuminati dai fatti successivi.

Casellati rappresenta in pieno la linea della continuità chiesta da Napolitano, in sintonia con Mattarella. Il rischio che si vuole evitare, al Colle, sarebbe quello di un governo sovranista composto dal Movimento 5 Stelle alleato di una Lega che rompesse davvero con Forza Italia. Se la preoccupazione delle Istituzioni è legata a una visione generale, il coincidente interesse di Berlusconi è legato alla sua personale sopravvivenza politica. Il capo di Forza Italia è deciso a resistere il più possibile tenendo legato a sé Salvini.
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2013-2018: da Letta a Gentiloni, il film della 17a legislatura

di Anna Bredice

È iniziata nel segno dell’incertezza, ed è finita in un clima incerto soprattutto in previsione delle prossime elezioni. Si è chiusa la diciassettesima legislatura e viste le premesse, le difficoltà iniziali per trovare una maggioranza di governo e un nuovo presidente della Repubblica, tanto da dover chiedere a Napolitano di restare, sembra quasi un miracolo essere arrivati al termine.

Gentiloni ha suonato la campanella della fine, che sembra quasi un nuovo inizio per lui, per un nuovo ruolo nella prossima legislatura. Continuerà a rimanere a Palazzo Chigi, “il governo non tirerà i remi in barca”, dice il presidente del Consiglio, che arrivato al governo quasi in una staffetta con Renzi, ora vede la sua credibilità come premier migliore nei sondaggi rispetto a quella del suo predecessore. Per questo il capo dello Stato vuole che rimanga lì nel pieno delle sue funzioni, per affrontare mesi delicati nei quali potrebbe non emergere nessuna maggioranza in Parlamento.

E quando Gentiloni ricorda che si sono evitate interruzioni traumatiche della legislatura sembra parlare anche al presente più vicino, non aver rischiato di far cadere il governo per lo Ius soli, con un voto di fiducia che non avrebbe avuto i numeri necessari, “pur avendoci lavorato alcuni mesi”, ricorda, “la verità è che non siamo riusciti a mettere insieme i numeri per approvarlo”.
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No alle maxi riforme della Carta costituzionale

Costituzione - Foto di Emilius da Atlantide
Costituzione – Foto di Emilius da Atlantide

di Alessandro Pace

Fino ai primi anni Ottant è stato pacifico, almeno in dottrina, che le revisioni costituzionali dovessero avere un contenuto omogeneo e puntuale. Si riteneva cioè che, secondo l’art. 138 della Costituzione, fossero modificabili soltanto singoli articoli della Costituzione o tutt’al più una pluralità di articoli tra loro connessi, in modo tale che, nell’eventuale voto confermativo, gli elettori potessero esprimersi su una sola questione.

Le cose cominciarono a cambiare con l’istituzione della c.d. Commissione Bozzi, che nel 1985 propose una vasta modifica anche della Parte prima della Costituzione. Il primo vero tentativo di una mega-riforma lo si ebbe però solo con la Commissione De Mita-Jotti (1993), cui fu affidato il compito di elaborare un “progetto organico” di riforma relativo a quasi tutta la Parte seconda della Costituzione, che non fu nemmeno posto all’esame delle Camere, in conseguenza dell’anticipata conclusione della XI legislatura.
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“Un calcio alle sbarre”: giovedì alla Camera il libro dell’ultrà condannato a 5 anni per aver violato il Daspo

Un calcio alle sbarre
Un calcio alle sbarre

di Sergio Sinigaglia

Il 13 novembre di un anno fa, Alessio Abram, 48 anni, attivista dei centri sociali, presidente della Polisportiva antirazzista Assata Shakur, figura storica della tifoseria anconetana, è stato arrestato e condotto in questura, dove gli è stata notificata una condanna definitiva a più di cinque anni di carcere per violazione del Daspo.

Per chi non lo sapesse si tratta di un provvedimento di restrizione della libertà personale che, vietando l’accesso allo stadio, costringe il soggetto ad andare in questura a firmare ogni qualvolta gioca la squadre del cuore. Alessio, sottoposto da circa otto anni a questa costrizione, per alcune volte era andato a firmare in ritardo o non si era recato in questura per seri impedimenti. Condannare a una pena così pesante per un “reato” che dovrebbe essere sanzionato amministrativamente, per di più nel Paese della corruzione diffusa e impunita, dove imperversa la criminalità organizzata, è sicuramente una cosa di una gravità inaudita.

Sin dai primi giorni dopo l’arresto si è dispiegata una mobilitazione non solo ad Ancona e nelle Marche, ma in varie parti d’Italia, dato che Alessio è conosciuto a stimato soprattutto per il suo impegno nello sport di base. L’esperienza della Polisportiva, il suo lavoro sociale tra i migranti per usare lo sport come strumento di inclusione sociale, hanno catturato l’attenzione di mass media e del mondo dell’associazionismo. In particolare la nascita alcuni anni fa della squadra di calcio composta in buona parte da ragazzi di origine straniera, iscritta al campionato dilettanti di terza categoria, è a presto un esempio per realtà simili all’Assata.
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Alla Camera dei deputati presentato il “Comitato per il no”

intervento del professor Alessandro Pace

Qualora si volesse individuare il vizio più grave e omnicomprensivo che caratterizza la riforma costituzionale Renzi-Boschi questo andrebbe identificato nell’assenza di contro-poteri: uno dei principi fondamentali del costituzionalismo liberale.

Da questo angolo visuale è evidente lo scompenso tra Camera e Senato sia sotto il profilo delle funzioni – in conseguenza del quale il Senato non potrebbe più costituire un’eventuale contro-potere della Camera -, sia sotto il profilo del numero dei componenti dell’una e dell’altro che rende praticamente irrilevante la presenza del Senato nelle riunioni del Parlamento in seduta comune. A ciò si aggiungano sia l’irrazionalità di far esercitare le funzioni di senatore a consiglieri regionali e a sindaci che eserciterebbero le loro funzioni part-time, come se le residue attribuzioni riconosciute al Senato fossero di poco peso; sia l’assurdità di far valutare, da parte del Senato delle autonomie locali – costituito (non lo si dimentichi, da meri consiglieri regionali) – i requisiti per l’elezione di due dei cinque giudici costituzionali.

Sempre con riferimento al futuro Senato devono essere sottolineati due ulteriori punti critici: uno relativo ai cinque senatori di nomina presidenziale che hanno un senso in un Senato come l’attuale, il quale persegue finalità generali, ma che non ha senso in un Senato che rappresenterebbe le istituzioni territoriali (nuovo art. 55 comma 4), la durata dei quali è comunque discutibile in quanto sembrerebbe che essi dovessero rappresentare nel Senato il Presidente della Repubblica che li ha nominati.
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La Costituzione e la riforma costituzionale: un incontro con Maurizio Viroli

Costituzione della Repubblica italiana
Costituzione della Repubblica italiana

di Roberta Mistroni

Ho avuto la grande fortuna di assistere ad un incontro con Maurizio Viroli, filosofo della politica e autore di libri molto importanti come La libertà dei servi, a Belvedere Ostrense nelle Marche e ho ritenuto importante dare ordine agli appunti che ho preso in quell’occasione aggiungendo anche qualche mia piccola riflessione.

La costituzione repubblicana

La nostra Costituzione ha un chiaro contenuto antifascista non tanto perché elaborata e approvata dopo la caduta del fascismo, ma soprattutto perché nei suoi articoli si affermano principi antifascisti:

  • 1. L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo, il fascismo invece riservava la sovranità a chi deteneva il potere e cioè al partito fascista e quindi al Duce;
  • 2. L’articolo 2 sancisce il principio personalista affermando che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. La persona è quindi al centro della Costituzione mentre nel regime fascista il centro di tutto era lo Stato fascista e l’uomo era solo al servizio dello Stato;
  • 3. La Costituzione dedica ai diritti di libertà moltissimi articoli e precisamente dall’articolo 13 all’articolo 28. I diritti di libertà sono riconosciuti in tutte le loro forme: libertà personale, inviolabilità del domicilio, segretezza della corrispondenza, libertà di circolazione, di riunione, di associazione, di manifestazione del pensiero ecc. Tale riconoscimento non era certamente presente durante il regime fascista che invece negava i diritti fondamentali: la libertà personale non era assicurata, il domicilio era violabile, la corrispondenza era soggetta a censura, la libertà di associazione negata, la manifestazione del pensiero repressa attraverso la negazione della libertà di stampa ecc.

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Giorgio Napolitano - Foto di Antonella Beccaria

La natura della Repubblica italiana: Napolitano, il parlamento e l’inusitata richiesta del “sostegno certo”

di Gianni Ferrara

La nostra è una repubblica parlamentare. I dilettanti del diritto costituzionale e della scienza politica possono numerarla (“prima”,”seconda” “terza”, centesima) ma non possono modificarla. Né lo può, legalmente, nessun organo dello stato nell’esercizio concreto della funzione che gli è assegnata. A definirla parlamentare è la Costituzione con norme, chiare, nette, univoche. Quelle che detta per sancire la forma di governo in Italia. Si badi. Per forma di governo i classici del diritto pubblico europeo hanno usato il termine regime (régime, Regierunssystem) per segnalare quantità e qualità del potere attribuito a ciascuno dei tre organi supremi dello stato. Per la forma parlamentare di governo è risultata così prescritta indiscutibilmente la primazia del parlamento. Non a caso, infatti, l’altra delle forme di governo più diffuse nelle democrazie moderne, quella presidenziale, assume come sua denominazione il nome del capo dello stato nelle repubbliche.

Che significa primazia? Significa e non può che significare altro che è il parlamento, in prima ed in ultima istanza, l’organo che deve gestire il regime parlamentare. Lo è sia a fronte della composizione con cui il governo si propone a seguito del rinnovo della rappresentanza, sia col programma che tale composizione dell’organo ha scelto per ottenere la fiducia, sia con l’indirizzo politico che intende perseguire.

Queste premesse non sono sfoggio di padronanza dottrinale. Servono. Servono per inquadrare nei giusti termini, che possono essere solo quelli del diritto costituzionale vigente, la questione della formazione del governo in Italia, a seguito dei risultati delle elezioni del 24-25 febbraio scorso. Elezioni che hanno prodotto l’attribuzione al PD-SEL della maggioranza, relativa al Senato assoluta alla Camera dei deputati. Il risultato è questo. Inequivocabile. Sono cifre. Non sono interpretazioni del voto suggerite o imposte dalle ideologie (termine che uso nel significato di false visioni e nefaste interpretazioni della realtà) oggi in voga. Quelle della governabilità, del bipartitismo o bipolarismo coatto, della democrazia immediata, accelerata, direttissima, governante e via cazzeggiando come soluzioni dei problemi della democrazia, dell’economia e della… felicità nel mondo.
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