Jihad e cyberwar: nulla è come sembra

Jihad e cyberwar: nulla è come sembra
Jihad e cyberwar: nulla è come sembra
di Saveria Capecchi

Internet nasce negli USA durante gli anni della Guerra fredda come sistema di comunicazione decentralizzato avente il fine di resistere a un eventuale attacco atomico russo.

Oggi la possibilità di comunicare, di produrre, diffondere e condividere contenuti tra utenti della rete collegati in quasi ogni parte del mondo sta innescando l’effetto paradossale di un’impossibilità di difendersi da parte dei paesi occidentali da quella che Monica Maggioni (giornalista e Presidente Rai) definisce un’aggressione mediatica violenta perpetrata dal Daesh o Isis (Islamic State of Iraq and al-Sham), il gruppo terroristico guidato da Abu Bakr Al Baghdadi che il 29 giugno 2014 ha proclamato la nascita dello Stato Islamico.

Partiamo dai fatti più recenti. A seguito dell’iniziativa degli hacker di Anonymous, che dopo gli attentati a Parigi il 3 novembre 2015 avevano lanciato l’operazione OpParis cancellando account Twitter riconducibili all’Isis, anche i “colossi della rete” Google, Facebook e Twitter a inizio febbraio 2016 hanno preso posizione dichiarando di stare lavorando a una contronarrazione mondiale: la creazione di un algoritmo capace di identificare quando l’utente cerca siti gestiti dall’Isis in modo da bloccarne l’accesso e al contempo di proporre link alternativi/in contrasto con l’ideologia del terrorismo islamico.
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Karim Franceschi, l’italiano che ha difeso Kobane

Karim Franceschi
Karim Franceschi
di Radio Popolare

“Il combattente – storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis” è il racconto di una storia speciale. La storia di Karim Franceschi, ventiseienne di Senigallia (Ancona) che nel gennaio 2015 decide di unirsi ai miliziani curdi che resistono a Kobane, la cittadina nel Kurdistan siriano assediata dagli uomini del Califfo. Una decisione maturata durante un viaggio in cui Franceschi portava aiuti umanitari al confine tra Siria e Turchia e, vedendo la guerra da vicino, decideva di passare clandestinamente la frontiera per offrire il suo apporto alla resistenza curda.

“Ho sentito che dovevo fare una scelta, e una parte di me sarebbe morta se non l’avessi fatto”, ha raccontato Karim a Radio Popolare. “Mi hanno addestrato in quattro giorni e spedito subito sulla linea del fronte. Fino a quel momento avevo sparato molte volte, sì, ma nei videogiochi”.

“Sono andato completamente impreparato. Avevo un borsone pieno di cose inutili, tra cui un calzino pieno di caramelle”, ricorda Karim sorridendo. “Ma quando arrivai a Kobane scoprii che erano tutti impreparati: molti partigiani e partigiane erano ragazzini che non avevano mai nemmeno fatto sport. Insomma, decisi di andare sul fronte per primo, perché per quanto inadeguato fossi, lo ero meno di molti miei compagni”.
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Il destino di Raqqa ai tempi del califfato

di Alberto Negri

Come si vive in Siria ai tempi del Califfato? Il destino di Raqqa, capitale dell’Isis bombardata da russi e francesi, racconta una storia emblematica della guerra siriana che racchiude prima la paura per la repressione esercitata dal regime di Bashar Assad, poi le speranze sollevate dall’avanzata dei ribelli e infine il cupo terrore imposto da al- Baghdadi. Ma la sorte di Raqqa descrive anche quanto sarà complicato sradicare i jihadisti, sempre che si trovi l’accordo per farlo.

Il 6 marzo 2013 Raqqa era un città in festa che accoglieva gli insorti sventolando bandiere. Per Assad la sconfitta era stata umiliante: questa città di 200mila abitanti, 160 km a Est di Aleppo, era il primo capoluogo regionale a cadere in mano ai ribelli con un’offensiva che aveva visto schierate fianco a fianco le milizie dell’Esercito libero siriano (Els) e quelle di Jabhat al-Nusra. La gioia per la liberazione della città si trasformò in timore quando le brigate Els vennero cacciate dai salafiti di al-Nusra, affiliati di al-Qaeda e fedeli a una versione radicale dell’Islam.

I salafiti di Jabhat al-Nusra pensavano di avere in pugno la situazione: si erano liberati dell’Els, formazione sostenuta anche dalla Turchia che includeva dai disertori dell’esercito di Assad ai laici agli islamisti. L’Els veniva presentato alle conferenze internazionali come il braccio armato dei “moderati” ma stava già perdendo seguaci. In realtà moderati e laici non hanno mai controllato nulla, tanto meno avevano un ruolo i politici siriani che si facevano pagare dagli occidentali i conti degli hotel a cinque stelle.
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Kobane - Foto di Formiche.net

La scelta di Karim: “Ho visto la guerra a Kobane”

di Sergio Sinigaglia

“Essere un rivoluzionario per me significa essere là a condividere quella pratica di resistenza, guardando in faccia la realtà senza distogliere lo sguardo, sconfiggendo la paura. Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero”.

È un passo della lettera con cui Karim Franceschi giovane militante del centro sociale “Arvultura” di Senigallia, tre mesi fa annunciava la scelta di tornare a Kobane, dove era già stato per portare aiuti alla popolazione locale, per combattere a fianco della resistenza anti-Isis. Dopo tre mesi Karim è tornato e ha raccontato la sua esperienza in una conferenza stampa.

“Sono passato, sia all’andata che al ritorno, per il confine della Turchia, cosa non semplice. Come sono arrivato mi hanno interrogato per verificare che non fossi una spia. Poi ho fatto quattro giorni di addestramento e il quinto sono stato mandato al fronte”. Karim naturalmente non aveva mai imbracciato un’arma e si è trovato calato in una dimensione di guerra. “Noi, per fortuna, siamo desensibilizzati rispetto al conflitto militare, avere paura è normale. Ma se non hai paura non hai nemmeno coraggio”. Karim racconta la sua dura esperienza con semplicità, profonda umanità.
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