Bologna, 25 gennaio 2019: cronaca dallo stadio

di Silvia R. Lolli

Attendere se alla presentazione del progetto sullo stadio comunale una comune cittadina di Bologna potesse entrare, è stata un’esperienza alquanto deprimente. In una mezz’ora di attesa, oltre ad osservare ciò che è oggi la realtà dello storico stadio Comunale di Bologna, abbiamo osservato la tipologia di persone invitate alla Terrazza Bernardini per il “vernissage” promesso da ben tre anni.

Era infatti aprile/maggio 2016 quando in piena campagna elettorale si informarono i tifosi e poi alcune società sportive del programma per la rigenerazione dello stadio Dall’Ara che sarebbe avvenuto da parte del Bologna FC. Allora non furono chiuse le porte né dello spazio universitario (dove avvenne il primo incontro), né delle palestre dello stadio (secondo incontro). Si era in campagna elettorale e si dovevano fare proclami e trovare elettori e lo sport è un grosso bacino di voti da tempo; oggi si mantengono le promesse, nonostante soluzioni diverse prospettate (vedi la proposta dell’urbanista Rocchi) per non barattare un bene pubblico storico a fronte di una rigenerazione solo commerciale.

Oggi 25 gennaio 2019 dopo un’ampia pubblicità sui giornali si è presentato il progetto definitivo (crediamo pronto già da anni); unici invitati i giornalisti ed una ristretta cerchia di altre, selezionate, persone; forse c’erano anche gruppi di tifosi, ma certamente non troppi, perché alcuni aspettavano fuori.
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Cultura italiana: lo spartiacque del gioco, tra educazione e business

di Silvia R. Lolli

Qualche giorno fa le cronache cittadine del Corriere della Sera ci informavano che una dirigente scolastica di una scuola primaria di Bologna ha impedito di giocare a calcio ai bambini della scuola. Ovviamente sul giornale che ha riportato la notizia non solo il commento del giornalista, ma anche l’intervento dell’esperto di turno, un ex giocatore del Bologna, diventato business man di corsi di formazione di calcio per bambini.

Da una scelta dovuta, viste le norme italiane sulla sicurezza a scuola, della dirigente si è dovuto ancora una volta magnificare le qualità del calcio, non tanto dello sport o di un’attività fisica meno pericolosa da giocare in spazi istituzionali poco agibili. Un conto è parlare di gioco libero, quello che cioè una volta si faceva nei cortili ed anche nelle strade ed ancora si fa in pochi luoghi bolognesi, abitati soprattutto da bambini extra comunitari, un conto è parlare di gioco del calcio nel cortile di una scuola che evidentemente non dà margini di sicurezza alla dirigente.

Non vogliamo neppure sapere se l’intervento si è svolto in una scuola primaria o in una scuola media di primo grado (l’istituto comprensivo racchiude questi ordini di scuola); cioè non vogliamo sapere se questa attività si faceva con le maestre nel tempo libero e non nelle ore di lezione, oppure se era presente un insegnante di educazione fisica, fino ad oggi in ruolo solo nella media di primo e secondo grado in Italia. Tra l’altro rispetto a ciò qualche giorno fa al festival dello sport di Trento il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha spiegato che si stanno studiando le procedure per aver nella scuola primaria l’insegnate di educazione fisica. Auspichiamo che finalmente non rimanga solo un’idea.
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Bologna, qualche sguardo sullo sport cittadino: non solo la piscina comunale / Seconda parte

Sport a Bologna, non solo piscina
Sport a Bologna, non solo piscina
di Silvia R. Lolli

(Prima parte) All’interno della questione Stadio e dello spezzettamento mono disciplinare che negli anni si è fatto (dai mondiali del Novanta si sono persi anche i campi da tennis, ricordate?) c’è il problema della piscina scoperta che ora, essendo coperta, ci rifiutiamo di chiamarla Carmen Longo, visto che è il nome attribuito dopo la tragedia di Brema, alla piscina coperta di 25 metri. Le ragioni della nostra analisi sono almeno di due ordini:

  • 1) strutturale;
  • 2) economico, sia di investimento, sia di gestione.

Struttura. Dalle foto scattate il 17 maggio a poco più di un mese dall’inaugurazione, si vedono chiaramente macchie di umidità; non ci ricordiamo di averle viste prima di 13 anni fa. Certo la copertura, anche se apribile, di una struttura leggera come può dirsi quella di base costruita nel 1927, potrà creare questi danni.

Nel resoconto dell’agenzia Dire del 15 aprile 2016 (vedi Bologna Today) si parla di copertura mobile; speriamo sia usata spesso. La soluzione dovrebbe essere buona visto che da anni abbiamo visto questa possibilità per esempio lo Sky Dome di Toronto, palazzo immenso, con tetto apribile; non c’è però qui una piscina olimpionica con la conegunte umidità creata da grandi volumi d’acqua abbastanza calda. Vedremo…
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Bologna, qualche sguardo sullo sport cittadino: non solo la piscina comunale / Prima parte

Sport a Bologna, non solo piscina
Sport a Bologna, non solo piscina
di Silvia R. Lolli

Abbiamo monitorato su queste pagine la complessa e poco edificante, per l’amministrazione comunale, situazione dell’ex piscina scoperta dello Stadio di Bologna. Vari gli articoli scritti dal 2013. Tutti chiedevano, oltre alla data certa di riapertura, un resoconto puntuale delle responsabilità dirette e indirette per lo scempio (da noi annunciato) che si è fatto della struttura. Ci auguriamo che con i nuovi consiglieri di Coalizione Civica potremmo avere qualche risposta e, perché no, magari qualche denuncia alla Corte dei Conti e non solo quelle del Comune verso le ditte appaltatrici.

Finalmente nell’estate 2016 la piscina è funzionante o almeno sembra. Ci riserviamo di verificare meglio la situazione; qui vogliamo soltanto riflettere su alcuni aspetti della grave situazione che si è creata a Bologna sull’impiantistica sportiva più grande, su quelli che si chiamano gli impianti sportivi complessi anche se la denuncia si può estendere a quelli più piccoli e alle palestre scolastiche. Queste ultime, nonostante l’autonomia scolastica, sono ancora distribuite alle società attraverso gli uffici comunali o quel che rimane di loro.

Per la piscina dello Stadio sembra che a pagare finora siano stati soltanto i diversi assessori comunali succedutisi; in parte riteniamo che un concorso di responsabilità ci sia stato anche da parte loro, almeno per aver continuato a perpetrare nello scempio e senza rendere pubblici i nomi dei diretti responsabili o di chi ha spinto l’amministrazione verso questa scelta: tecnici che hanno firmato progetti rivelatisi fallimentari; politici interessati solo alle urne e senza competenze al riguardo; però anche ad altri soggetti si può mettere in carico una responsabilità più o meno diretta: mondo sportivo che chiede sempre di più alle istituzioni, in nome di una sussidiarietà non sempre disinteressata, poi continua a lamentarsi per le poche risorse che il pubblico riserva ad esso; non ultimi i cittadini ormai incapaci di leggere i vari interventi o le inaugurazioni nella loro vera realtà, che rimane il depauperamento del patrimonio pubblico, nello sport si comincia a vedere.
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Quel “welcome” ai migranti in Germania: la storia e le lotte nelle curve tedesche

Ribelli, sociali e romantici
Ribelli, sociali e romantici
di Sergio Sinigaglia

Immagino che molti, in questi giorni, abbiano riflettuto sulla posizione assunta dal governo tedesco di fronte all’esodo dei profughi nel cuore di quella che un tempo fu la Mitteleuropa. Le risposte possono essere diverse: la necessità della Merkel di rilanciare un’immagine positiva del Paese dopo la “trattativa” con la Grecia, dove ha mostrato il volto duro e intransigente che ha portato al nuovo memorandum improntato ad un’ennesima “macelleria sociale” oppure esigenze interne dettate dal mercato del lavoro (i servizi nel comparto turistico e l’industria agricola hanno bisogno di addetti perché i tedeschi rifiutano questo tipo di mansioni, accadeva anche da noi fino a non molto tempo fa) o dal calo demografico.

Così come pesa il ricordo del crollo del Muro e l’esodo pacifico delle popolazione dai paesi comunisti in frantumi. In ogni caso le scene di queste ore con la massa di migranti in marcia verso i confini austriaci prima e l’accoglienza festosa ricevuta all’arrivo a Monaco e nelle altre città non possono non colpirci (e commuoverci).

Tra i vari aspetti ce n’è uno, in apparenza secondario, ma significativo. Lo ha evidenziato Gabriele Romagnoli su La Repubblica di qualche giorno fa. Il benvenuto ai profughi è arrivato anche dal mondo del calcio. In alcune curve della Bundesliga sono apparsi striscioni di “welcome” e una società importante come il Bayern Monaco ha donato un milione di euro per l’accoglienza e regalato un impianto sportivo. A colpire è soprattutto il gesto delle curve.
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Mohamed, vita da arbitro

Mohamed Mahamoud Atta Alla Mostafa - Foto Corriere delle Migrazioni
Mohamed Mahamoud Atta Alla Mostafa - Foto Corriere delle Migrazioni
di Stefano Galieni

Sono tanti i giocatori di origine straniera che si sono imposti sui campi di calcio nostrani, tanto da essere anche convocati nella Nazionale. Meno noto è il fatto che, fra i quasi 35 mila iscritti all’Associazione Italiana Arbitri ci siano (il dato è di fine 2013) oltre 400 persone provenienti da paesi extra europei. Gran parte degli arbitri e degli assistenti di gara svolge questo ruolo a titolo quasi gratuito, soprattutto per amore dello sport.

Noi raccontiamo la storia di uno di loro che, tra l’altro, vanta una intera famiglia di “giacchette nere”. Il suo nome completo è Mohamed Mahamoud Atta Alla Mostafa ma per tanto tempo gli amici lo hanno chiamato Mohamed Atta, proprio come il più noto fra gli attentatori dell’11 settembre. «Una omonimia parziale – racconta il giovane arbitro – su cui gli amici a volte hanno scherzato. Nessuno mi vede a fare il terrorista». E in effetti Mohamed è un bell’uomo che dimostra meno dei suoi 37 anni compiuti . Un sorriso ampio e accogliente, l’attitudine all’ironia e al gioco mista anche ad una accogliente timidezza. Vive in Italia da oltre 12 anni, ha una moglie come lui egiziana, ancora in cerca di lavoro, e due figli piccoli. Si arrabatta per campare fra lavori a tempo determinato per aziende e consulenze in progetti legati ai fondi sociali europei (lo chiamano ogni tanto anche come mediatore) ma la sua passione è un’altra ed ha origine in famiglia.

«Mio padre è stato allenatore prima in Egitto, da dove proveniamo, e poi per la serie A in Arabia Saudita. Siamo sette figli, quattro maschi e tre femmine, e tutti, tranne uno, abbiamo intrapreso la carriera arbitrale». La sua è una storia in fondo semplice. Nel 2002 è stato fra i dieci selezionati per un progetto di scambio culturale in Germania, poi è venuto a lavorare in Italia nell’impresa edile di un parente, rinunciando peraltro alla carriera di insegnante in Egitto – è laureato in lettere – e l’Italia è divenuto il suo paese. «Io ormai mi sento un cittadino italiano – spiega – voglio che i miei figli crescano qui e devo dire che problemi seri di accoglienza non ne ho trovati». Ha fatto i corsi necessari all’abilitazione sportiva in Egitto e ogni settimana si ritrova nei campi di calcio di mezzo Paese come assistente (guardalinee) nei campionati delle serie minori.
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Nel mondo del pallone sono sempre le stesse storie

Tavecchio - Foto da un video del Corriere dello Sport
Tavecchio - Foto da un video del Corriere dello Sport
di Silvia R. Lolli

Lunedì 9 febbraio sul sito del Corriere dello sport-Stadio un video era relativo alla conferenza stampa del presidente FIGC Tavecchio con il commissario tecnico della nazionale Conte; riportiamo le parole dette da Tavecchio: “Alla Lega di Milano abbiamo chiesto delle garanzie che ci sono state date e altre che ci devono dare… Io con Conte voglio rinnovare il contratto, non annullarlo… il capitale che abbiamo investito in Conte è stato un atto di fede… perché le contingenze… tutto il resto è nebbia”.

Sarà nebbia anche la conferma della procura di Cremona che ha concluso le indagini sull’ultimo calcio scommesse? L’inchiesta è cominciata quattro anni fa. Oggi 130 imputati sono indagati. Tra questi ci sono nomi eccellenti: Signori e lo stesso Conte, ricordiamo lo scorso anno per quattro mesi rimasto fermo per l’inchiesta federale. Il CT della nazionale addirittura per frode sportiva, altri per associazione a delinquere. In un precedente articolo avevamo posto alcune domande sull’opportunità del nuovo presidente della FIGC Tavecchio, eletto tra mille polemiche dei presidenti di Lega calcio, di scegliere un tecnico con qualche macchia nel cassetto.

Anche se nel nostro ordinamento giuridico non si può essere ritenuti colpevoli fino alla condanna (spesso si parla di definitiva, cioè dopo i tre gradi di giudizio di legge), ci chiediamo sempre se nello sport questa consuetudine debba ritenersi valida. Lo sport non dovrebbe avere come suo primo obiettivo l’etica, il fair play? Al di là di questa lecita domanda per un movimento sportivo, ma soprattutto calcistico, con troppi scandali irrisolti e nascosti, possiamo continuare a fare alcune riflessioni.
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Calcio al balilla - Foto di Sapo

Ecco perché il calcio è sacro

di Nico Pitrelli

Lo scriveva già Pasolini quando nei “Saggi sulla letteratura e sull’arte” affermava che il “calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione”. Il genio analitico dell’intellettuale friulano trova oggi conferma nelle più recenti teorie scientifiche sulla religione, come quella dell’antropologo britannico Harvey Whitehouse. In un intervento sull’ultimo numero del magazine Nautilus, rivista sostenuta dalla Templeton Foundation e presentata come una sorta di New Yorker della comunicazione della scienza, lo studioso, in forze all’Università di Oxford, espone la sua visione sulle radici delle credenze religiose.

Secondo Whitehouse, più che il bisogno di trovare risposte alle domande profonde di senso, la fede nel soprannaturale nasconde la necessità di creare legami personali e di definire un senso di appartenenza a una comunità per cui valga la pena vivere e sacrificarsi, come accade nei tifosi di calcio per la squadra del cuore. Whitehouse ha sviluppato una teoria della religione basata sul potere che hanno i rituali nel favorire la coesione di gruppo. Per chiarire i punti cardini della sua teoria sfrutta l’analogia con quanto si vede negli stadi di tutto il mondo.

“Ci sono molte situazioni che non hanno a che fare con dilemmi esistenziali”, spiega lo studioso britannico, “ma che ispirano spiegazioni soprannaturali. Probabilmente la più comune è quella dei rituali effettuati in contesti con un certo rischio di fallimento. Molte persone ad esempio vanno a vedere le partite di calcio sempre con gli stessi pantaloni e magliette perché le ritengono dei portafortuna. O si pensi ai gesti ripetitivi dei giocatori prima di tirare un calcio di rigore”.
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Calcio al balilla - Foto di Sapo

Commissario tecnico atto secondo: Conte

di Silvia R. Lolli

Eravamo rimaste all’avvenuta elezione del neo (?) presidente FIGC Tavecchio ed avevamo espresso critiche sulla scelta. A distanza di pochi giorni abbiamo potuto capire meglio cosa può voler dire mantenere lo status quo. Su Il Fatto Quotidiano di qualche giorno fa Federico Marcon (giornalista esperto di cooperazione allo sviluppo) si chiede come mai nessuno abbia fatto alcuna critica per la scelta di Antonio Conte, scelta che a suo dire ha mandato a quel paese il codice etico della nazionale instaurato da Prandelli.

Senza entrare nel merito tecnico del commissario tecnico precedente, anche noi siamo imbarazzate, ma soprattutto arrabbiate, per la scelta di Conte recentemente squalificato per 4 mesi dalla giustizia sportiva. Considerare l’importanza dell’italico calcio nella vita dei giovani italiani ci rende ancora più difficile sostenere il fair play dello sport anche nella scuola, cioè nel nostro lavoro quotidiano.

In questa vicenda si conferma la nostra critica precedente al sistema calcio italiano: continua a girare sempre attorno ai soliti nomi, molti dei quali rimangono spesso taciuti, ma sono sempre presenti. Ci chiediamo: fra i tanti possibili allenatori della nazionale perché Conte? Solo perché ha vinto tre scudetti consecutivi? Perché la Juventus l’ha lasciato andare dopo tre scudetti e perché risultava ancora a spasso dopo il mondiale e dopo le elezioni federali? Perché non aveva avuto nessuna proposta e un contratto con un club prestigioso?
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Calcio al balilla - Foto di Sapo

Sport e cambiamenti: e le riforme?

di Silvia R. Lolli

Una notizia su The Wall Street Journal del 1 agosto ci fa domandare: per quanto tempo ancora le manifestazioni sportive internazionali saranno svolte? La notizia: Adidas, sponsor ufficiale della nazionale tedesca vincitrice dei campionati del mondo di calcio in Brasile, dichiara un calo nel primo periodo dell’anno del 16%. mentre le spese aumentano del 2%, (193 milioni di dollari, l’utile operativo cala almeno del 13% a 220 milioni). L’Adidas è stato il primo sponsor della nazionale tedesca vincitrice del campionato.

Tra gli elementi citati nell’articolo di M. Houston-Warsch e di E. Erheriene, che spiegano la situazione debitoria di questa multinazionale dell’abbigliamento sportivo e del tempo libero, troviamo le sanzioni nei confronti della Russia, il cui mercato è uno dei più importanti per questa azienda.

Al di là però delle questioni puramente economiche e di politica internazionale che possono essere ininfluenti per il consumatore dello sport, il posto dell’Adidas lo prenderà un nuovo o vecchio marchio, in questa crisi economica possiamo chiederci per quanto ancora i produttori del settore sportivo potranno sostenere le spese crescenti (anche in termini di corruzione) che eventi mondiali, olimpici, oppure anche solo più territoriali, dei diversi sport comportano oggi. Questi grandi eventi sportivi sempre più spesso non danno introiti pari alle spese di sponsorizzazione, neppure per il paese ospitante, il cui comitato organizzatore finisce con debiti e spesso con impianti difficilmente utilizzabili dalla collettività.
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