Lo schiavismo all’italiana su cui lucra mezzo mondo

di Mariangela Mianiti

Se scendi da un’auto e, senza dire una parola, da settanta metri di distanza spari a tre uomini e ne colpisci uno alla testa, vuol dire che non volevi spaventare, ma uccidere. Siccome la vittima, Sacko Soumayla, 29 anni, veniva dal Mali, in tempi di salviniana muscolarità anti immigrati si è dato subito a questo omicidio uno sfondo razzista. Leggendo la biografia della vittima, viene il dubbio che le ragioni dell’assalto non siano dovute solo al colore della pelle o a ciò che Soumayla stava facendo, e cioè portare via qualche lamiera per costruire una baracca da una ex fornace chiusa da dieci anni e sotto sequestro perché vi erano state sversate 135mila tonnellate di rifiuti tossici.

Per cercare di capire quali motivi portino un italiano a uccidere a sangue freddo un lavoratore africano bisogna guardare a chi era Sacko Soumayla, che cosa faceva, dove e per chi. Siamo nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, terra fertile di agrumi, kiwi, ulivi. Sacko Soumayla aveva un regolare permesso di soggiorno, lavorava come bracciante per 4,50 euro l’ora, era un sindacalista iscritto all’USB e lottava contro lo sfruttamento della mano d’opera immigrata.

Circa un mese fa, il 3 maggio, la testata online osservatoriodiritti.it ha pubblicato un’inchiesta intitolata Migranti: nella Piana di Gioia Tauro vivono i «dannati della terra» basata su un rapporto di Medu (Medici per i diritti umani). Lì c’è tutto quello che serve per capire che un lavoratore immigrato che si ribella può dare molto fastidio.
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Joca: la storia del “Che” calabrese in Brasile

di Gioacchino Toni

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta che, durante la dittatura militare, da operaio a Rio De Janeiro inizia a collaborare con il giornale comunista «A Classe Operaria» per poi decidere di unirsi alla guerriglia. Quando i militari prendono il potere in Brasile vengono messe fuori legge le formazioni politiche d’opposizione e vietati gli scioperi.

Per molti militanti il passaggio alla clandestinità diviene necessario. Dopo un perdio di addestramento in Cina, rientrato in Brasile, l’emigrante italiano, con il nome di battaglia di “Joca”, si mette alla guida di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia composto da una settantina di uomini e donne. Il gruppo viene annientato dall’esercito brasiliano tra il 1973 ed il 1974. Sparito nel nulla, insieme a diversi suoi compagni e compagne, i resti di Joca ricompaiono all’inizio del nuovo millennio quando in una fossa comune vicina al fiume Araguaia viene ritrovato uno scheletro con le mani mozzate ritenuto dal governo brasiliano quello dell’italiano.

Sprovieri ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia raccontando le vicende ambientate nelle città e nelle foreste brasiliane che lo vedono combattere in prima linea contro i complici locali di quello che sarebbe poi stato formalizzato dal famigerato e criminale “Plan Condor” ordito a metà degli anni Settanta dalla Cia e dall’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in collaborazione con le forze militari di Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Ecuador, volto ad estirpare ogni forma di dissenso.
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Arcipelago ‘ndrangheta: come la mafia calabrese si è modernizzata

Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta
Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta
Torna il libro inchiesta di Corrado Stajano Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta (Il Saggiatore), uscito nel ’79. Nella postfazione l’autore riflette sul modo in cui i gruppi criminali hanno saputo inserirsi con successo nei meccanismi e nei flussi della globalizzazione.

di Corrado Stajano

Avevo letto i racconti di Umberto Zanotti Bianco, Tra la perduta gente, sulla Calabria dei primi decenni del Novecento ed ero rimasto inorridito e turbato dalla povertà disperante degli abitanti di un paese di nome Africo, ai piedi dell’Aspromonte. Scrittore, archeologo, liberaldemocratico gobettiano, Zanotti Bianco era una figura di intellettuale politico ricca di fascino che dedicò anni a rendere migliori le inumane condizioni degli umili che vivevano in quella regione d’Italia.

Avevo visto anche le fotografie di rara efficacia di Tino Petrelli che con il giornalista Tommaso Besozzi, dopo la Seconda guerra mondiale, aveva fatto un reportage in quel paese il cui nome derivava forse dal greco aprikos o dal latino apricus. E poi, in quegli anni Settanta del secolo scorso, avevo letto le cronache quotidiane, spesso giudiziarie, che avevano per protagonista un sacerdote di nome Giovanni Stilo, definito «il prete padrone» di Africo, che i giornali di sinistra giudicavano «spogliato di ogni sacralità» e accusavano di un corposo malfare, proprietario di una scuola che sfornava diplomi a pagamento, in consuetudine con ministri e uomini del potere politico democristiano, vicino agli ambienti della ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Il prete querelava ogni volta i suoi «diffamatori» e usciva sempre illibato dai processi.

Decisi di saperne un po’ di più e proposi a Giulio Einaudi l’idea di un libro su quel paese; ne avevo già scritti un paio per la sua casa editrice. Mi disse di andare a vedere, era incuriosito da quella storia, avrebbe voluto venire anche lui in quello sconosciuto luogo calabrese impastato dalla ‘ndrangheta, parola di origine grecanica, derivata da andragathos, l’uomo coraggioso, valoroso: l’onorata società della Calabria.
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Centro accoglienza immigrati

Razzismo istituzionale: Cirò Marina, la scabbia e la logica

di Marco Omizzolo

Cirò Marina, provincia di Crotone. A due bambini italiani di una scuola del paese è stata riscontrata la scabbia: un’infezione contagiosa della pelle. Il Sindaco della città, Roberto Siciliani, appresa la notizia, ha emesso un invito – non vuole chiamarla ordinanza – con il quale ha disposto che la polizia municipale controlli e allontani i migranti dal centro della città, in particolare quelli trovati a mendicare fuori dai supermercati. Secondo il primo cittadino, infatti, i bambini sarebbero stati infettati da loro. A sostegno di questa convinzione, il nulla, se non il sofisma post hoc, ergo propter hoc (dopo di questo, quindi a causa di questo).

L’ordinanza del Sindaco è esplicita ma non proprio consequenziale: “Considerato che a Cirò Marina è stato attivato un centro di accoglienza per minori extracomunitari non accompagnati e verosimilmente non assistiti da medico di famiglia, si ritiene indispensabile che tutti i presenti vengano periodicamente sottoposti ad adeguati controlli medici da parte dell’ASP competente. Poiché anche nel territorio limitrofo sono stati accertati casi di tal genere (il riferimento è alla scabbia, ndr), in particolare tra gli extracomunitari giunti in seguito ai continui sbarchi, si invitano: il Comando Polizia Municipale, nel pieno rispetto della persona umana, a scopo precauzionale, a voler porre in essere tutti gli accorgimenti necessari al fine di evitare che extracomunitari possano avvicinarsi in prossimità di esercizi commerciali o girovagare liberamente per le strade per chiedere questue o altro al fine di prevenire eventuali casi di scabbia non segnalati”.

Immediata la reazione delle associazioni e dei sindacati locali. Con una lettera pubblica ben otto enti – Cooperativa Sociale Agorà Kroton, Arci N.A. Crotone, Cooperativa Sociale Kroton Community, Cooperativa Sociale Baobab, Intersos Ong, Prociv Arci Isola Capo Rizzuto, Legacoop Calabria e Libera Crotone – hanno replicato in questi termini: «Non è assolutamente accettabile che un uomo delle istituzioni inneschi una così pericolosa caccia allo straniero portatore di malattie e che vieti ad una persona la libera circolazione per il suo paese».
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Addio a Osvaldo Pieroni, anima delle lotte contro le grandi (e assurde) opere

di Sergio Sinigaglia Nei giorni scorsi ci ha lasciati il nostro amico e vecchio compagno Osvaldo Pieroni. Quando seppi della sua malattia lo chiamai a casa, in Calabria dove abitava e insegnava da più di trent’anni. “Non ho mai dato un calcio a un pallone e ho preso la malattia dei calciatori”, mi disse con […]

Difendiamo la Calabria - Foto di Dario BornAgain

Manifestiamo.eu: reportage dalla Calabria, porto franco della monnezza alla mercé di Veolia

di Silvio Messinetti

Nei giorni scorsi il neoministro dell’Ambiente, Andrea Orlando (Pd), si è recato nel casertano. “Per un sopralluogo in un territorio devastato dalla mafia dei rifiuti, e per dare una mano a chi lotta per il riscatto” ha detto. Avrebbe potuto proseguire il viaggio in terre meridiane verso la Calabria, investita nelle ultime settimane da un’emergenza monnezza che pare irreversibile.

La regione si arrende

“Il sistema è al collasso. Gli impianti non funzionano, non ci sono soldi in cassa, e la percentuale di raccolta differenziata è da terzo mondo”. A dirlo non è un attivista dei movimenti sociali ma l’assessore all’Ambiente della Regione, Franco Pugliano (Pdl), che insieme al suo braccio destro Bruno Gualtieri, direttore generale del dipartimento, svestiti i panni di grigio (e discusso) burocrate, si è travestito da ambientalista confessando il proprio fallimento. Disarmante.

“C’è la corresponsabilità di tanti – ha detto – ma sopratutto di una classe dirigente che non ha reso agevole il lavoro dell’Ufficio del commissario. La responsabilità va divisa tra chi non ha consentito la realizzazione di un impianto nel cosentino, chi non ha consentito di impiantare una discarica pubblica, e così via”. Una tragicommedia all’italiana. Un sistema di sprechi e disfunzioni monumentale. In cui, parola di assessore, i camion scaricavano rifiuti che qualcuno trasformava, per il proprio tornaconto, in tanti soldoni.
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