Come trasformare l’Europa e costruire la solidarietà fra Stati membri

di Massimo Amato, Luca Fantacci e Ann Pettifor Molti a sinistra guardano con scetticismo all’Unione Europea. E a ragione. L’Unione è stata costruita primariamente come un’unione monetaria, il cui unico scopo è stato quello di offrire un porto sicuro al sistema finanziario globalizzato che opera dall’interno dell’Europa, proteggendolo dalle intrusioni degli stati sovrani democratici. Gli […]

La Brexit e i gilet gialli sono le rivolte degli esclusi

di Pierre Haski (France Inter), traduzione di Andrea Sparacino

Ci sono due modi di valutare l’accordo raggiunto il 25 novembre a Bruxelles tra Theresa May e gli altri 27 paesi dell’Unione europea. Il primo è quello di chiedersi se l’accordo otterrà la maggioranza al parlamento britannico, se sopravviverà ai giochi di potere interni al Partito conservatore e cosa succederà a britannici e continentali in caso di fallimento e dunque di Brexit “dura”.

Il secondo, più complesso, è legato agli interrogativi sollevati in Francia dal movimento dei gilet gialli. Pensate che i due temi non abbiano niente in comune? Forse vi sbagliate. Il “sì” alla Brexit di due anni fa è scaturito dal voto dell’Inghilterra e del Galles, con una notevole eccezione: l’isolotto di prosperità rappresentato da Londra. La Scozia e l’Irlanda del Nord hanno votato in maggioranza per l’adesione all’Unione europea.

Così come succede con la base sociologica e geografica dei gilet gialli, le regioni in cui la Brexit ha ricevuto più voti sono quelle che si sentono penalizzate dalla globalizzazione che favorisce le grandi metropoli. In Inghilterra esiste una tradizionale frattura tra nord e sud, che si è allargata dopo gli anni ottanta e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008 e segnata dalla de-industrializzazione, dal disimpegno dello stato e dalla fuga dei giovani. Questo fossato ha creato un’opportunità politica, costruita anche sul risentimento verso l’effetto calamita della metropoli londinese, adattatasi meglio alla globalizzazione finanziaria.
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La sinistra deve fare una vera rivoluzione morale

di Naomi Klein

La situazione là fuori è desolante. Come descrivere un mondo capovolto? Capi di stato che twittano minacce di distruzione nucleare, intere regioni sconvolte dai cambiamenti climatici, migliaia di migranti che affogano lungo le coste dell’Europa e partiti apertamente razzisti che guadagnano terreno, nel caso più recente – e allarmante – in Germania.

Faccio solo un esempio, i Caraibi e gli Stati Uniti del Sud sono nel pieno di una stagione degli uragani senza precedenti. Porto Rico è completamente senza energia elettrica, e potrebbe restarlo per mesi, il suo sistema idrico e quello di comunicazione sono gravemente compromessi. Su quell’isola, tre milioni e mezzo di cittadini americani hanno un disperato bisogno dell’aiuto del loro governo. Ma, come durante l’uragano Katrina, la cavalleria stenta ad arrivare. Donald Trump è troppo impegnato a cercare di far licenziare atleti neri, colpevoli di aver osato attirare l’attenzione sulla violenza razzista.

Per quanto sia incredibile, non è ancora stato annunciato un pacchetto federale di aiuti per Porto Rico. Secondo alcune analisi, sono già stati spesi più soldi per rendere sicuri i viaggi presidenziali a Mar-a-Lago. E se tutto questo non fosse già abbastanza, hanno anche cominciato a spuntare gli avvoltoi: la stampa economica ribolle di articoli che spiegano come l’unico modo per far tornare la luce a Porto Rico sia vendere il loro sistema energetico nazionale. Magari anche le loro strade e i loro ponti.
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La flat tax è vergognosa

di Alfiero Grandi

La legge di bilancio 2017, approvata nella fase finale del referendum con fin troppa disattenzione, contiene la norma, ora è entrata in vigore, che offre ai super ricchi residenti all’estero la possibilità di trovare rifugio fiscale in Italia con la promessa di pagare 100.000 euro all’anno, tutto compreso e naturalmente senza pagare Imu e Tasi visto che saranno residenti. Più 25.000 euro per ogni familiare aggiuntivo.

Anzitutto è una norma in contrasto con l’articolo 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Quindi una tassa piatta è incostituzionale. Qualcuno nel governo si ricorda del referendum del 4 dicembre?

È una norma vergognosa. Il tentativo di farla passare come norma per fare entrare soldi nelle casse dello stato, addirittura dichiarando che verranno destinate a scopi sociali, è una bufala. Questa norma non porterà entrate significative ma apre sicuramente una ferita verso i contribuenti italiani e apre alla flat tax di stampo leghista.

Non molto tempo fa la direttrice della politica fiscale del mondo di centro sinistra era dare battaglia per portare i paesi europei che praticano concorrenza fiscale a danno degli altri ad accettare regole comuni per tutta l’Europa, superando la concorrenza sleale tra paesi. Ora non è più così. Rottama, rottama, la linea è capovolta. Ora l’obiettivo italiano è diventato per responsabilità prima del governo Renzi e ora di quello Gentiloni (Padoan c’era e c’è tuttora) entrare in concorrenza con i paradisi fiscali buttando alle ortiche la linea precedente.
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Colombia, le Farc e l'accordo respinto

Colombia dopo il Nobel: l’accordo rigettato e la pace che si allontana

Il Nobel per la pace 2016 è andato al presidente colombiano Juan Manuel Santos che ha guidato il Paese verso il processo di pace con i guerriglieri Farc. Nei giorni scorsi sono state tante le considerazioni in proposito. Per avere un’idea di quello che è accaduto e delle ragioni del riconoscimento di Oslo, riproponiamo questa rifessione.

di Maurizio Matteuzzi

Sono molte le ragioni che, a posteriori, possono spiegare il fulmine a ciel sereno caduto il 2 ottobre scorso sulla Colombia. Il clamoroso, e inquietante, rigetto del referendum sull’accordo di pace, negoziato per 4 lunghi anni nel silenzio discreto dell’Avana fra il governo – anzi lo Stato – colombiano e le Farc, Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, il più antico e radicato gruppo guerrigliero dell’America latina e probabilmente del mondo, ha colto tutti di sorpresa. Non solo le società di sondaggi che davano il sì al 60-70% e il no al 30-40%. Invece il no ha vinto, sia pure per un pugno di voti e con meno di un punto percentuale – grosso modo 60 mila voti sui quasi 13 milioni totali, 50.2% contro 49.8% – e soprattutto in presenza di un livello di astensione incredibile (se non fossimo in Colombia, il paese dei paradossi) pensando alla posta in palio, il 63%.

La pace sembrava a un passo dopo 52 anni di guerra civile strisciante – le Farc nacquero nel ’64 come guerriglia campesina contro l’arroganza violenta del duopolio oligarchico liberali-conservatori -, anzi dopo quasi 70 anni – se la si fa partire dall’assassinio del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán, nel 1948, che nella capitale scatenò la rivolta nota come “el Bogotazo” e nel paese il feroce decennio chiamato “la Violencia”.

Il 29 agosto dall’Avana era stato proclamato un “cessate il fuoco bilaterale e definitivo”, il 26 settembre da Cartagena il presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Farc Rodrigo Londoño Echeverri, “Timochenko”, vestiti di bianco, avevano firmato l’accordo e celebrato la pace in pompa magna e davanti a una bella fetta di mondo. Il referendum del 2 ottobre doveva essere e non sembrava altro che una formalità. Invece è stata la Brexit della Colombia. Uno tsunami.
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Brexit e le colpe dell’Unione

Brexit
Brexit
di Barbara Spinelli

Premetto che la mia scelta personale, come membro del gruppo e al tempo stesso della Commissione affari costituzionali, va nella direzione di un rifiuto netto della Joint motion resolution, confezionata subito dopo il referendum inglese dai gruppi centrali del Parlamento europeo.

Quel che innanzitutto colpisce, nella loro reazione alla defezione britannica, è l’assenza di qualsiasi autocritica, di qualsiasi memoria storica, di qualsiasi allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. Perché non va dimenticato il fatto che stiamo parlando di un Paese che è ancora membro dell’Unione a tutti gli effetti.

Vado per punti, che corrisponderanno a precisi passaggi della Risoluzione congiunta.

Primo. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità dell’Unione: il riconoscimento esplicito, e preliminare, del fallimento monumentale delle istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, e anche Parlamento) nonché dei dirigenti politici dei Paesi membri: tutti. In ambedue i casi la cecità è totale, devastante e volontaria. Sono anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, che istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione.
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