La comune calcistica di San Paolo

Compagni di stadio
Compagni di stadio
di Luca Cangianti

In Brasile il colpo di stato del 31 marzo 1964 inaugurò una dittatura sanguinaria, ma non riuscì a evitare che il conflitto tornasse a insidiare il regime in ogni ganglio della riproduzione materiale e simbolica della vita sociale: dalle fabbriche alle università, fino ai campi di calcio. Fu così che nel 1982 il Corinthians, una squadra di calcio di San Paolo, tifata principalmente da vetturini, afrodiscendenti, immigrati nordestini e proletari di ogni risma, si trasformò in un laboratorio di democrazia ribelle. La storia di questa Comune calcistica è raccontata con passione da Solange Cavalcante in Compagni di stadio. Sócrates e la Democrazia Corinthiana (Fandango Libri, 2014, pp. 317, € 18,50).

Inaugurando un copione che dopo nove anni si sarebbe ripetuto in Cile, il libro illustra come di fronte al pericolo rappresentato dal presidente progressista João Goulart, un vasto conglomerato d’interessi economici e politici si organizzò attorno all’Ipês, l’Istituto di ricerca e studi sociali. Le attività di questo organismo dal nome innocuo erano finanziate da membri quali il Banco do Brasil, i cristiano-democratici tedeschi attraverso le filiali brasiliane di Mannesmann e di Mercedes Benz e da circa 300 aziende statunitensi, tra cui Coca-Cola ed Esso.

Grazie a questo portfolio l’Ipês riusciva a controllare la stampa mediante la gestione dei budget pubblicitari. Nel frattempo cominciavano ad arrivare in Brasile gli esperti della Cia per impartire corsi di tecnica di tortura per militari e poliziotti. A dispetto della favola della dittatura “blanda”, subito dopo il colpo di stato furono arrestate migliaia di persone comuni, militanti di sinistra, artisti e intellettuali per esser deportai in carceri improvvisate. I prigionieri furono torturati con il terribile pau-de-arara, con scosse elettriche ai genitali, con aghi sotto le unghie, subirono pestaggi, stupri, furono costretti a rimanere immersi nell’acqua gelata o negli escrementi, a ingerire o a farsi iniettare prodotti chimici.
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Il Brasile mondiale e il paradosso nel Paese del “futebol”

Coppa del mondo in Brasile
Coppa del mondo in Brasile
di Maurizio Matteuzzi

Domenica 15 luglio, nell’euforia per la rocambolesca vittoria per 2 a 1 sull’Ecuador all’ultimissimo istante della sua prima partita ai mondiali in Brasile, certamente la nazionale Svizzera non ha prestato attenzione a una particolarità (quasi) unica del teatro della sua impresa: aver giocato e vinto nello stadio più caro del mondo dopo quello londinese di Wembley, ricostruito nel 2007 al costo di 918 milioni di euro, e dopo il nuovo Yankee Stadium di New York, inaugurato nel 2009 e costato 1100 milioni di euro.

Lo Stadio nazionale di Brasilia, intitolato all’indimenticabile Mané Garrincha, la “alegria do povo”, è costato 664 milioni di euro. Tre volte tanto il budget inizialmente previsto e il più costoso fra i 12 stadi costruiti o rimodellati in occasione della grande e controversa kermesse brasiliana. Peraltro costati tutti fra il doppio e il triplo di quanto era stato calcolato dopo che nel 2007 la FIFA di Sepp Blatter aveva assegnato al Brasile i campionati mondiali del 2014.

Il Brasile di Lula era in pieno boom economico e sociale e l’assegnazione della massima manifestazione del calcio sembrava il logico riconoscimento del suo nuovo status sulla scena internazionale (sancito poi, nel 2009, anche dalla scelta di Rio de Janeiro come sede delle olimpiadi del 2016). Allora l’entusiasmo per quello che fu subito definito, dato il rapporto simbiotico fra il “futebol” e il paese, “il mondiale dei mondiali”, era (quasi) unanime – i sondaggi davano l’80% di giudizi favorevoli – e l’appuntamento era visto sia come la grande occasione per la Seleção verde-oro, già “pentacampeão”, di conquistare il sesto titolo e divenire l’unica e irraggiungibile “hexacampeão”, sia come una sorta di risarcimento, 64 anni dopo, per il tragico “Maracanzo” del 1950, quando l’Uruguay del grande Obdulio Varela, celebrato da Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano, vinse per 2 a 1 la finale contro il Brasile gelando i 200 mila del Maracanã e procurando una ferita nell’immaginario collettivo brasiliano che non si è più rimarginata.
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Brasile: il sindacato, i metalmeccanici e un Paese in lotta

Brasile - Foto di Francesco Terzini
Brasile - Foto di Francesco Terzini
di Stefano Maruca, ufficio internazionale Fiom

Il movimento che ha invaso le città brasiliane nelle scorse settimane, è stato descritto sui media italiani come una novità assoluta e imprevista. Soprattutto si è molto dibattuto sulla connotazione antipolitica di questo movimento e sulle responsabilità del governo e del presidente Dilma. Abbiamo pensato di capire cosa pensano di questo nuovo movimento i compagni del sindacato metallurgico brasiliano attarverso alcune dichiarazioni dei massimi dirigenti della CNM – CUT (metallurgici) e della Segreteria Confederale CUT che illustano anche le motivazioni della giornata di mobilitazione dell’11 luglio promossa dal sindacato e da altre forze sociali
Paulo Cayres, il Presidente dei metallurgici CNM-CUT rivendica per il sindacato e i partiti della sinistra l’agibilità democratica che oggi consente al Movimento Passe Libre di portare in piazza le proprie rivendicazioni:

“Le strade e le piazze sono sempre stati il palcoscenico su cui è stata scritta la storia del mondo. È stato nelle strade che abbiamo ristabilito la democrazia, è stato nelle strade che abbiamo conquistato il diritto di scegliere con il voto chi deve governare il paese, gli stati e le città, e chi devono essere i legislatori in questi tre ambiti. È stato per le strade che abbiamo conquistato il sistema multipartitico. (…) Quello che il Brasile sta vivendo negli ultimi giorni è il frutto di anni e anni di lotta per garantire che tutti e tutte, senza eccezione, possano esprimere le loro opinioni e lottare collettivamente per i diritti sociali. Le manifestazioni che si svolgono nelle città portano con loro tutta questa storia.

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Brasile - Foto di Francesco Terzini

Brasile: le ragioni per chi ci si indigna nel Paese di Dilma Rousseff

di Maurizio Matteuzzi

Chissà se la strepitosa vittoria della Seleção verde-oro sulla Spagna nella finale di domenica scorsa al Maracanã di Rio de Janeiro, segnerà anche il riflusso di quell’ondata o lo spegnimento di quell’incendio che per due settimane hanno sconvolto il Brasile e attirato l’attenzione del mondo esterno molto più del calcio. Ma come è potuto succedere che il Brasile sia finito in prima pagina per ragioni che non avrebbe mai immaginato e che l’accomunano, se non proprio alle “Primavere arabe” e alla Piazza Tahrir del Cairo, certamente agli “indignados” della Puerta del Sol a Madrid, agli “Occupy Wall Street” di Zuccotti Park a New York, agli occupanti della piazza Taksim di Istanbul?

Dopo gli otto anni di Lula, in cui “il gigante dormiente” dell’America Latina si era finalmente risvegliato, con l’elezione di Dilma Rousseff alla presidenza nel 2010 il Brasile sembrava deciso di accelerare i tempi: l’America Latina ormai gli stava stretta e le sue ambizioni erano di convertirsi in un “global player” .

Un status sancito da eventi e dati, che Boaventura de Sousa Santos, il sociologo portoghese fra i guru del Forum Sociale Mondiale, elenca così: la conferenza dell’Onu sull’ambiente a Rio de Janeiro nel 2012; i mondiali di calcio nel 2014 e le olimpiadi di Rio nel 2016; la candidatura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza; il protagonismo attivo fra le economie emergenti dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica); la nomina di José Graziano da Silva alla direzione generale della FAO nel 2012 e di Roberto Azevedo alla direzione generale del WTO nel 2013; l’aggressiva politica di sfruttamento delle risorse naturali; l’ impulso senza riserve alla agro-industria, specialmente per la produzione di soja, agro-combustibili e bestiame.
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Brasile, Maracanã occupato e sgomberato in vista del mondiali di calcio 2014: la storia per parole e immagini

Il prossimo anno in Brasile si giocheranno i mondiali di calcio e, tra le attività preparatorie, c’è anche lo sgombero di uno stabile accanto allo stadio Maracanã. Come racconta Internazionale con un breve testo e immagini: Il 22 marzo la polizia di Rio de Janeiro ha circondato l’ex Museu do índio intorno al quale, dal […]

Il futuro del Manifesto

Il futuro del Manifesto: da dove ripartire

Da mesi i circoli sollecitano alla redazione una discussione sul futuro del giornale e sul progetto politico che ne dovrebbe sostenere il rilancio. Ancora una volta il silenzio è rotto dall’esterno da Rossana Rossanda in termini decisi. È auspicabile sperabile che dietro questa autorevole sollecitazione il dibattito finalmente si apra.

Il circolo di Bologna

di Rossana Rossanda

La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è» il manifesto. Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione, Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando le pagine e i servizi con un restyling dopo l’altro.

È stato un errore imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici» – cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un gruppo sociale – hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori). Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori. Se il manifesto vivrà ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d’accordo sul suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c’è un collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori in grado di farlo uscire.

Le ragioni per rispondere sì o no a queste tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.
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