Brasile: il voto e i nodi che stanno per venire al pettine

di Maurizio Matteuzzi

Se, come si usa dire in Brasile per tirarsi un po’ su, “Deus é brasileiro” forse, secondo il perfido humor britannico dell’Economist, negli ultimi tempi “era in ferie”. È un fatto che il grande Brasile si trova di fronte a una fase drammatica, la più drammatica dalla fine della dittatura militare (1964-1985). Con cui non ha mai fatto i conti.

Il 7 ottobre prossimo, giorno del voto, e il 28, giorno del probabilissimo ballottaggio, le contraddizioni oscene, i nodi irrisolti potrebbero venire al pettine. E non solo se a vincere dovesse essere Jair Bolsonaro – l’ex-capitano dell’esercito candidato di estrema destra e delle sette pentecostali (il 25% dell’elettorato), razzista e misogino (sta spopolando l’hashtag “Ele não” lanciato da un gruppo di donne: Lui no), nostalgico dichiarato del regime militare -, che i sondaggi danno in testa con il 28%.

Sembrava che con Lula, presidente dal 2003 al 2010, l’eterno futuro del Brasile stesse infine per diventare il tanto atteso presente. Economia in crescita, disoccupazione in calo, incisivi programmi sociali, aggressive politiche di inclusione per scuola e università, sanità e case, milioni di esclusi strappati alla povertà e all’emarginazione. E business a tutto vapore. Con Lula, il primo presidente operaio e di sinistra nella storia classista del Brasile, e il Partido dos Trabalhadores al potere sembrava ce ne fosse per tutti. Lula “il padre dei poveri e la madre dei ricchi”, si diceva, con Lula “i poveri meno poveri e i ricchi più ricchi”.
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Il Brasile sull’orlo dell’abisso

di Angelo d’Orsi

“Babel”, un festival dedicato alla traduzione e alla letteratura, che si svolge a Bellinzona, capitale del Canton Ticino, Babel, nella sua XIII Edizione (14-16 settembre), dedicata al Brasile, non ha potuto evitare di trattare il versante politico e sociale. Negli stessi giorni, il Premio Nobel per la pace, l’argentino Adolfo Perez Esquivel, presidente della Lega Internazionale per i Diritti umani e la liberazione dei popoli, rendeva noto una sua lettera aperta in cui chiedeva al mondo di difendere Lula, già presidente della Repubblica Federale del Brasile, ora in carcere: difendere Lula, significa difendere non solo il suo diritto alla libertà e alla partecipazione alla imminente elezione presidenziale, ma anche il diritto del popolo brasiliano all’esercizio della scelta. Com’è noto, in tutti i sondaggi pre-elettorali, Lula era dato come sicuro vincitore, e lo scopo di quello che la quasi totalità dei giuristi di ogni nazione ha chiamato “golpe bianco” appare in tutta la sua nuda e dura evidenza: impedire a Lula di ritornare al potere.

Il golpe era iniziato nel 2014, con una campagna contro la corruzione – male endemico in Brasile, dal quale sono immuni ben pochi soggetti, individuali o collettivi – guidata da un giudice, tale Sergio Moro, il quale diceva di ispirarsi alla campagna di Mani Pulite in Italia. Moro, uomo di destra, sostenitore delle politiche neoliberiste, non faceva mistero delle proprie intenzioni, in accordo con l’ex candidato alla presidenza, Aécio Neves, sconfitto da Dilma Roussef, la “delfina” di Lula, che diventava così il primo bersaglio.
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La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mondo

di Luciana Castellina

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt.

Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato.

Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente». Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.
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Joca: la storia del “Che” calabrese in Brasile

di Gioacchino Toni

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta che, durante la dittatura militare, da operaio a Rio De Janeiro inizia a collaborare con il giornale comunista «A Classe Operaria» per poi decidere di unirsi alla guerriglia. Quando i militari prendono il potere in Brasile vengono messe fuori legge le formazioni politiche d’opposizione e vietati gli scioperi.

Per molti militanti il passaggio alla clandestinità diviene necessario. Dopo un perdio di addestramento in Cina, rientrato in Brasile, l’emigrante italiano, con il nome di battaglia di “Joca”, si mette alla guida di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia composto da una settantina di uomini e donne. Il gruppo viene annientato dall’esercito brasiliano tra il 1973 ed il 1974. Sparito nel nulla, insieme a diversi suoi compagni e compagne, i resti di Joca ricompaiono all’inizio del nuovo millennio quando in una fossa comune vicina al fiume Araguaia viene ritrovato uno scheletro con le mani mozzate ritenuto dal governo brasiliano quello dell’italiano.

Sprovieri ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia raccontando le vicende ambientate nelle città e nelle foreste brasiliane che lo vedono combattere in prima linea contro i complici locali di quello che sarebbe poi stato formalizzato dal famigerato e criminale “Plan Condor” ordito a metà degli anni Settanta dalla Cia e dall’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in collaborazione con le forze militari di Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Ecuador, volto ad estirpare ogni forma di dissenso.
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Brasile: un Paese per tutti contro la povertà

Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco
Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco

di Sergio Palombarini

Nel libro Un paese per tutti è esposto uno studio interdisciplinare sull’impatto della Bolsa Família, il programma statale in corso da tredici anni in Brasile per ridurre la povertà che prevede l’erogazione di un sussidio in denaro a favore delle famiglie con basso reddito a condizione che i bambini e i ragazzi che ne facciano parte frequentino regolarmente la scuola, siano vaccinati e sottoposti a periodiche visite mediche.

Lo scopo dell’iniziativa è interrompere la trasmissione generazionale della povertà, cioè evitare che i figli di persone povere abbiano la loro esistenza segnata dall’analfabetismo o da malattie contratte nei primi anni di vita, attraverso un reddito minimo di cittadinanza che stimoli il comportamento attivo di tutto il nucleo famigliare. La Bolsa Família è la più grande iniziativa di contrasto alla povertà mai promossa da uno Stato poiché coinvolge oltre 50 milioni di persone.
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La comune calcistica di San Paolo

Compagni di stadio
Compagni di stadio
di Luca Cangianti

In Brasile il colpo di stato del 31 marzo 1964 inaugurò una dittatura sanguinaria, ma non riuscì a evitare che il conflitto tornasse a insidiare il regime in ogni ganglio della riproduzione materiale e simbolica della vita sociale: dalle fabbriche alle università, fino ai campi di calcio. Fu così che nel 1982 il Corinthians, una squadra di calcio di San Paolo, tifata principalmente da vetturini, afrodiscendenti, immigrati nordestini e proletari di ogni risma, si trasformò in un laboratorio di democrazia ribelle. La storia di questa Comune calcistica è raccontata con passione da Solange Cavalcante in Compagni di stadio. Sócrates e la Democrazia Corinthiana (Fandango Libri, 2014, pp. 317, € 18,50).

Inaugurando un copione che dopo nove anni si sarebbe ripetuto in Cile, il libro illustra come di fronte al pericolo rappresentato dal presidente progressista João Goulart, un vasto conglomerato d’interessi economici e politici si organizzò attorno all’Ipês, l’Istituto di ricerca e studi sociali. Le attività di questo organismo dal nome innocuo erano finanziate da membri quali il Banco do Brasil, i cristiano-democratici tedeschi attraverso le filiali brasiliane di Mannesmann e di Mercedes Benz e da circa 300 aziende statunitensi, tra cui Coca-Cola ed Esso.

Grazie a questo portfolio l’Ipês riusciva a controllare la stampa mediante la gestione dei budget pubblicitari. Nel frattempo cominciavano ad arrivare in Brasile gli esperti della Cia per impartire corsi di tecnica di tortura per militari e poliziotti. A dispetto della favola della dittatura “blanda”, subito dopo il colpo di stato furono arrestate migliaia di persone comuni, militanti di sinistra, artisti e intellettuali per esser deportai in carceri improvvisate. I prigionieri furono torturati con il terribile pau-de-arara, con scosse elettriche ai genitali, con aghi sotto le unghie, subirono pestaggi, stupri, furono costretti a rimanere immersi nell’acqua gelata o negli escrementi, a ingerire o a farsi iniettare prodotti chimici.
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Il Brasile mondiale e il paradosso nel Paese del “futebol”

Coppa del mondo in Brasile
Coppa del mondo in Brasile
di Maurizio Matteuzzi

Domenica 15 luglio, nell’euforia per la rocambolesca vittoria per 2 a 1 sull’Ecuador all’ultimissimo istante della sua prima partita ai mondiali in Brasile, certamente la nazionale Svizzera non ha prestato attenzione a una particolarità (quasi) unica del teatro della sua impresa: aver giocato e vinto nello stadio più caro del mondo dopo quello londinese di Wembley, ricostruito nel 2007 al costo di 918 milioni di euro, e dopo il nuovo Yankee Stadium di New York, inaugurato nel 2009 e costato 1100 milioni di euro.

Lo Stadio nazionale di Brasilia, intitolato all’indimenticabile Mané Garrincha, la “alegria do povo”, è costato 664 milioni di euro. Tre volte tanto il budget inizialmente previsto e il più costoso fra i 12 stadi costruiti o rimodellati in occasione della grande e controversa kermesse brasiliana. Peraltro costati tutti fra il doppio e il triplo di quanto era stato calcolato dopo che nel 2007 la FIFA di Sepp Blatter aveva assegnato al Brasile i campionati mondiali del 2014.

Il Brasile di Lula era in pieno boom economico e sociale e l’assegnazione della massima manifestazione del calcio sembrava il logico riconoscimento del suo nuovo status sulla scena internazionale (sancito poi, nel 2009, anche dalla scelta di Rio de Janeiro come sede delle olimpiadi del 2016). Allora l’entusiasmo per quello che fu subito definito, dato il rapporto simbiotico fra il “futebol” e il paese, “il mondiale dei mondiali”, era (quasi) unanime – i sondaggi davano l’80% di giudizi favorevoli – e l’appuntamento era visto sia come la grande occasione per la Seleção verde-oro, già “pentacampeão”, di conquistare il sesto titolo e divenire l’unica e irraggiungibile “hexacampeão”, sia come una sorta di risarcimento, 64 anni dopo, per il tragico “Maracanzo” del 1950, quando l’Uruguay del grande Obdulio Varela, celebrato da Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano, vinse per 2 a 1 la finale contro il Brasile gelando i 200 mila del Maracanã e procurando una ferita nell’immaginario collettivo brasiliano che non si è più rimarginata.
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Brasile: il sindacato, i metalmeccanici e un Paese in lotta

Brasile - Foto di Francesco Terzini
Brasile - Foto di Francesco Terzini
di Stefano Maruca, ufficio internazionale Fiom

Il movimento che ha invaso le città brasiliane nelle scorse settimane, è stato descritto sui media italiani come una novità assoluta e imprevista. Soprattutto si è molto dibattuto sulla connotazione antipolitica di questo movimento e sulle responsabilità del governo e del presidente Dilma. Abbiamo pensato di capire cosa pensano di questo nuovo movimento i compagni del sindacato metallurgico brasiliano attarverso alcune dichiarazioni dei massimi dirigenti della CNM – CUT (metallurgici) e della Segreteria Confederale CUT che illustano anche le motivazioni della giornata di mobilitazione dell’11 luglio promossa dal sindacato e da altre forze sociali
Paulo Cayres, il Presidente dei metallurgici CNM-CUT rivendica per il sindacato e i partiti della sinistra l’agibilità democratica che oggi consente al Movimento Passe Libre di portare in piazza le proprie rivendicazioni:

“Le strade e le piazze sono sempre stati il palcoscenico su cui è stata scritta la storia del mondo. È stato nelle strade che abbiamo ristabilito la democrazia, è stato nelle strade che abbiamo conquistato il diritto di scegliere con il voto chi deve governare il paese, gli stati e le città, e chi devono essere i legislatori in questi tre ambiti. È stato per le strade che abbiamo conquistato il sistema multipartitico. (…) Quello che il Brasile sta vivendo negli ultimi giorni è il frutto di anni e anni di lotta per garantire che tutti e tutte, senza eccezione, possano esprimere le loro opinioni e lottare collettivamente per i diritti sociali. Le manifestazioni che si svolgono nelle città portano con loro tutta questa storia.

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Brasile - Foto di Francesco Terzini

Brasile: le ragioni per chi ci si indigna nel Paese di Dilma Rousseff

di Maurizio Matteuzzi

Chissà se la strepitosa vittoria della Seleção verde-oro sulla Spagna nella finale di domenica scorsa al Maracanã di Rio de Janeiro, segnerà anche il riflusso di quell’ondata o lo spegnimento di quell’incendio che per due settimane hanno sconvolto il Brasile e attirato l’attenzione del mondo esterno molto più del calcio. Ma come è potuto succedere che il Brasile sia finito in prima pagina per ragioni che non avrebbe mai immaginato e che l’accomunano, se non proprio alle “Primavere arabe” e alla Piazza Tahrir del Cairo, certamente agli “indignados” della Puerta del Sol a Madrid, agli “Occupy Wall Street” di Zuccotti Park a New York, agli occupanti della piazza Taksim di Istanbul?

Dopo gli otto anni di Lula, in cui “il gigante dormiente” dell’America Latina si era finalmente risvegliato, con l’elezione di Dilma Rousseff alla presidenza nel 2010 il Brasile sembrava deciso di accelerare i tempi: l’America Latina ormai gli stava stretta e le sue ambizioni erano di convertirsi in un “global player” .

Un status sancito da eventi e dati, che Boaventura de Sousa Santos, il sociologo portoghese fra i guru del Forum Sociale Mondiale, elenca così: la conferenza dell’Onu sull’ambiente a Rio de Janeiro nel 2012; i mondiali di calcio nel 2014 e le olimpiadi di Rio nel 2016; la candidatura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza; il protagonismo attivo fra le economie emergenti dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica); la nomina di José Graziano da Silva alla direzione generale della FAO nel 2012 e di Roberto Azevedo alla direzione generale del WTO nel 2013; l’aggressiva politica di sfruttamento delle risorse naturali; l’ impulso senza riserve alla agro-industria, specialmente per la produzione di soja, agro-combustibili e bestiame.
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Brasile, Maracanã occupato e sgomberato in vista del mondiali di calcio 2014: la storia per parole e immagini

Il prossimo anno in Brasile si giocheranno i mondiali di calcio e, tra le attività preparatorie, c’è anche lo sgombero di uno stabile accanto allo stadio Maracanã. Come racconta Internazionale con un breve testo e immagini: Il 22 marzo la polizia di Rio de Janeiro ha circondato l’ex Museu do índio intorno al quale, dal […]

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