Manuela D’Avila: “Bolsonaro è fascista, la sinistra mondiale ha il compito di difendere la democrazia”

di Giacomo Russo Spena

“La vittoria in Brasile di un ex-militare razzista di estrema destra, sostenitore della dittatura, come Bolsonaro è stato il punto d’arrivo del golpe mediatico giudiziario che ha condotto alla destituzione della legittima presidente Dilma Rousseff e poi all’arresto di Lula”. Manuela D’Avila, 37 anni, è stata la candidata a vicepresidente del Brasile per la coalizione del PT – Partido dos trabalhadores – e del PCdoB “Il Brasile Felice di Nuovo”.

Dopo l’arresto di Lula, si è presentata alle recenti elezioni in tandem col candidato presidente Fernando Haddad: una formula, sebbene uscita sconfitta, che ha preso più di 47 milioni di voti. Attivista sociale, femminista, battagliera deputata di Porto Alegre, è in Italia per due incontri pubblici – ieri a Napoli col sindaco Luigi de Magistris, oggi a Roma, ore 18, presso la Casa Internazionale delle donne con l’europarlamentare Eleonora Forenza e il costituzionalista Luigi Ferrajoli – organizzati dal gruppo del GUE-NGL e da Rifondazione Comunista.

“In Brasile il patto democratico tra istituzioni e cittadini per garantire il rispetto dei diritti umani è sotto attacco – dice D’Avila – Per questo sono venuta in Europa: voglio raccontare cosa è cambiato da quando è stato eletto il presidente Jair Bolsonaro, per capire come resistere all’offensiva autoritaria da parte del suo governo”.
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Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

di Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Completo. Totale. Vecchia e nuova. Destra economica (Paulo Guedes, prossimo ministro delle finanze, fanatico liberista della scuola di Chicago, seguace del professor Milton Friedman e del “modello cileno” del generale Pinochet), estrema destra politica (Jair Bolsonaro, prossimo presidente della repubblica a partire dal primo gennaio 2019, che qualcuno ha definito “l’antitesi rabbiosa del Lulopetismo”, l’incarnazione della “post-verità” nel tempo delle fake-news e di WhatsApp o del “pre-fascismo”, il “Trump tropicale” o peggio, l’ ex-militare circondato da militari, nostalgico confesso della dittatura del 1964-1985 in un paese che, unico in America Latina, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e fino a pochissimi anni fa continuava a celebrare il 31 marzo, il giorno del golpe).

Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del PT; proseguita nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff (con il deputato Bolsonaro che “dedicò” il suo voto favorevole all’impeachment al colonnello che l’aveva torturata negli anni della dittatura); poi con il governo del (corrottissimo e destrissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime e procedure più che sospette ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che tutti i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro (la “Bullsonaro wave”: bull-toro, wave-onda) del 28 ottobre scorso contro il candidato lulista del PT Fernando Haddad (55-45%).
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Jair Bolsonaro: il dramma brasiliano

di Nicola Melloni

Le elezioni brasiliane, che hanno visto la schiacciante vittoria di un candidato che non è certo esagerazione definire un fascista, è un segnale allarmante per l’America Latina e, per certi versi, per il mondo intero.

Chi sia Jair Bolsonaro, l’osceno personaggio in questione, è ormai noto: un ex militare, da ormai 3 decenni in politica senza aver lasciato particolari segni di sé prima di questo ultimo anno in cui è diventato il front-runner per la presidenza. Le sue esternazioni sono lo specchio delle sue idee aberranti: dalla dittatura alla tortura, dalla misoginia più sudicia all’omofobia arrabbiata. I suoi toni incendiari – durante un comizio ha invitato a sparare ai suoi avversari – hanno avuto come logico effetto una impennata della violenza politica, con i suoi supporter che si sono sentiti autorizzati a passare alle vie di fatto con pestaggi, linciaggi ed omicidi. E questo è solo il prologo.

Questo suo stile “politicamente scorretto” (ma sarebbe più giusto dire: da fascista, appunto), gli appelli ai sentimenti più viscerali – odio, razzismo, vendetta -, l’ostilità verso i partiti tradizionali, le pose da nazionalista e da uomo forte, e la vicinanza ideologica con molti protagonisti della destra occidentale, tutti schierati dalla sua parte, hanno indotto molti commentatori a classificare Bolsonaro come l’ennesimo caso di rivolta populista – epiteto subito ripreso dalla stampa italiana.
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America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).
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Brasile: il voto e i nodi che stanno per venire al pettine

di Maurizio Matteuzzi

Se, come si usa dire in Brasile per tirarsi un po’ su, “Deus é brasileiro” forse, secondo il perfido humor britannico dell’Economist, negli ultimi tempi “era in ferie”. È un fatto che il grande Brasile si trova di fronte a una fase drammatica, la più drammatica dalla fine della dittatura militare (1964-1985). Con cui non ha mai fatto i conti.

Il 7 ottobre prossimo, giorno del voto, e il 28, giorno del probabilissimo ballottaggio, le contraddizioni oscene, i nodi irrisolti potrebbero venire al pettine. E non solo se a vincere dovesse essere Jair Bolsonaro – l’ex-capitano dell’esercito candidato di estrema destra e delle sette pentecostali (il 25% dell’elettorato), razzista e misogino (sta spopolando l’hashtag “Ele não” lanciato da un gruppo di donne: Lui no), nostalgico dichiarato del regime militare -, che i sondaggi danno in testa con il 28%.

Sembrava che con Lula, presidente dal 2003 al 2010, l’eterno futuro del Brasile stesse infine per diventare il tanto atteso presente. Economia in crescita, disoccupazione in calo, incisivi programmi sociali, aggressive politiche di inclusione per scuola e università, sanità e case, milioni di esclusi strappati alla povertà e all’emarginazione. E business a tutto vapore. Con Lula, il primo presidente operaio e di sinistra nella storia classista del Brasile, e il Partido dos Trabalhadores al potere sembrava ce ne fosse per tutti. Lula “il padre dei poveri e la madre dei ricchi”, si diceva, con Lula “i poveri meno poveri e i ricchi più ricchi”.
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Il Brasile sull’orlo dell’abisso

di Angelo d’Orsi

“Babel”, un festival dedicato alla traduzione e alla letteratura, che si svolge a Bellinzona, capitale del Canton Ticino, Babel, nella sua XIII Edizione (14-16 settembre), dedicata al Brasile, non ha potuto evitare di trattare il versante politico e sociale. Negli stessi giorni, il Premio Nobel per la pace, l’argentino Adolfo Perez Esquivel, presidente della Lega Internazionale per i Diritti umani e la liberazione dei popoli, rendeva noto una sua lettera aperta in cui chiedeva al mondo di difendere Lula, già presidente della Repubblica Federale del Brasile, ora in carcere: difendere Lula, significa difendere non solo il suo diritto alla libertà e alla partecipazione alla imminente elezione presidenziale, ma anche il diritto del popolo brasiliano all’esercizio della scelta. Com’è noto, in tutti i sondaggi pre-elettorali, Lula era dato come sicuro vincitore, e lo scopo di quello che la quasi totalità dei giuristi di ogni nazione ha chiamato “golpe bianco” appare in tutta la sua nuda e dura evidenza: impedire a Lula di ritornare al potere.

Il golpe era iniziato nel 2014, con una campagna contro la corruzione – male endemico in Brasile, dal quale sono immuni ben pochi soggetti, individuali o collettivi – guidata da un giudice, tale Sergio Moro, il quale diceva di ispirarsi alla campagna di Mani Pulite in Italia. Moro, uomo di destra, sostenitore delle politiche neoliberiste, non faceva mistero delle proprie intenzioni, in accordo con l’ex candidato alla presidenza, Aécio Neves, sconfitto da Dilma Roussef, la “delfina” di Lula, che diventava così il primo bersaglio.
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La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mondo

di Luciana Castellina

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt.

Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato.

Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente». Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.
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Joca: la storia del “Che” calabrese in Brasile

di Gioacchino Toni

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta che, durante la dittatura militare, da operaio a Rio De Janeiro inizia a collaborare con il giornale comunista «A Classe Operaria» per poi decidere di unirsi alla guerriglia. Quando i militari prendono il potere in Brasile vengono messe fuori legge le formazioni politiche d’opposizione e vietati gli scioperi.

Per molti militanti il passaggio alla clandestinità diviene necessario. Dopo un perdio di addestramento in Cina, rientrato in Brasile, l’emigrante italiano, con il nome di battaglia di “Joca”, si mette alla guida di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia composto da una settantina di uomini e donne. Il gruppo viene annientato dall’esercito brasiliano tra il 1973 ed il 1974. Sparito nel nulla, insieme a diversi suoi compagni e compagne, i resti di Joca ricompaiono all’inizio del nuovo millennio quando in una fossa comune vicina al fiume Araguaia viene ritrovato uno scheletro con le mani mozzate ritenuto dal governo brasiliano quello dell’italiano.

Sprovieri ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia raccontando le vicende ambientate nelle città e nelle foreste brasiliane che lo vedono combattere in prima linea contro i complici locali di quello che sarebbe poi stato formalizzato dal famigerato e criminale “Plan Condor” ordito a metà degli anni Settanta dalla Cia e dall’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in collaborazione con le forze militari di Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Ecuador, volto ad estirpare ogni forma di dissenso.
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Brasile: un Paese per tutti contro la povertà

Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco
Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco

di Sergio Palombarini

Nel libro Un paese per tutti è esposto uno studio interdisciplinare sull’impatto della Bolsa Família, il programma statale in corso da tredici anni in Brasile per ridurre la povertà che prevede l’erogazione di un sussidio in denaro a favore delle famiglie con basso reddito a condizione che i bambini e i ragazzi che ne facciano parte frequentino regolarmente la scuola, siano vaccinati e sottoposti a periodiche visite mediche.

Lo scopo dell’iniziativa è interrompere la trasmissione generazionale della povertà, cioè evitare che i figli di persone povere abbiano la loro esistenza segnata dall’analfabetismo o da malattie contratte nei primi anni di vita, attraverso un reddito minimo di cittadinanza che stimoli il comportamento attivo di tutto il nucleo famigliare. La Bolsa Família è la più grande iniziativa di contrasto alla povertà mai promossa da uno Stato poiché coinvolge oltre 50 milioni di persone.
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La comune calcistica di San Paolo

Compagni di stadio
Compagni di stadio
di Luca Cangianti

In Brasile il colpo di stato del 31 marzo 1964 inaugurò una dittatura sanguinaria, ma non riuscì a evitare che il conflitto tornasse a insidiare il regime in ogni ganglio della riproduzione materiale e simbolica della vita sociale: dalle fabbriche alle università, fino ai campi di calcio. Fu così che nel 1982 il Corinthians, una squadra di calcio di San Paolo, tifata principalmente da vetturini, afrodiscendenti, immigrati nordestini e proletari di ogni risma, si trasformò in un laboratorio di democrazia ribelle. La storia di questa Comune calcistica è raccontata con passione da Solange Cavalcante in Compagni di stadio. Sócrates e la Democrazia Corinthiana (Fandango Libri, 2014, pp. 317, € 18,50).

Inaugurando un copione che dopo nove anni si sarebbe ripetuto in Cile, il libro illustra come di fronte al pericolo rappresentato dal presidente progressista João Goulart, un vasto conglomerato d’interessi economici e politici si organizzò attorno all’Ipês, l’Istituto di ricerca e studi sociali. Le attività di questo organismo dal nome innocuo erano finanziate da membri quali il Banco do Brasil, i cristiano-democratici tedeschi attraverso le filiali brasiliane di Mannesmann e di Mercedes Benz e da circa 300 aziende statunitensi, tra cui Coca-Cola ed Esso.

Grazie a questo portfolio l’Ipês riusciva a controllare la stampa mediante la gestione dei budget pubblicitari. Nel frattempo cominciavano ad arrivare in Brasile gli esperti della Cia per impartire corsi di tecnica di tortura per militari e poliziotti. A dispetto della favola della dittatura “blanda”, subito dopo il colpo di stato furono arrestate migliaia di persone comuni, militanti di sinistra, artisti e intellettuali per esser deportai in carceri improvvisate. I prigionieri furono torturati con il terribile pau-de-arara, con scosse elettriche ai genitali, con aghi sotto le unghie, subirono pestaggi, stupri, furono costretti a rimanere immersi nell’acqua gelata o negli escrementi, a ingerire o a farsi iniettare prodotti chimici.
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