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Bologna, lo stadio e i “laboratori partecipati”: punti di vista diversi

di Silvia R. Lolli

Mercoledì 14 giugno l’assessore Orioli al primo incontro svolto al quartiere Porto Saragozza sull’ennesimo “laboratorio partecipato” ci ha rammentato in che modo la questione Stadio, la sua rigenerazione, sia venuta alla ribalta. Tutti gli intervenuti, i politici oltre Orioli era presente Lepore, e tecnici, hanno spiegato come siamo arrivati alla situazione attuale.

Due fatti sono accaduti al termine del mandato scorso: il Consiglio comunale decise, all’unanimità ci è stato detto, di non costruire in un altro luogo lo stadio per il Bologna FC: prima di tutto ci fu la scelta per la rigenerazione dello stadio Dall’Ara. La seconda è stata la variante al PUC sull’area dei Prati di Caprara, prima con un vincolo paesaggistico, cancellato dunque per la decisione unanime di un consiglio in scadenza.

Tutto è stato considerata dai nostri politici positivo: la costruzione di un nuovo Stadio su un terreno vergine e agricolo, avrebbe comportato un consumo di suolo maggiore. La rigenerazione non è a carico del Comune, ma appunto della società Bologna FC che investirà sul campo da gioco storico, ma alla quale si concederanno, attraverso un intreccio fra società pubbliche e private, anche l’area dei Parti di Caprara. È dunque un’operazione positiva: intanto il Comune non avrà i costi di ristrutturazione e per questo concederà, per 99 anni, al Bologna FC la gestione dell’impianto, il cui primo atto, ricordiamo, sarà di togliere la pista di atletica.

Bologna, città di cosa? Non certo dell’ambiente

Case ecologiche e riuso del territorio a Bologna

di Silvia R. Lolli

Non capisco proprio come Bologna possa aspirare a essere città dell’ambiente, proprio oggi, 2017, quando si sta per far approvare l’ennesimo consumo di territorio con il benestare dei vertici politici regionali che stanno per deliberare la legge sull’urbanistica.

Il vertice G7 sull’ambiente proprio qui dove si continua ad infittire un tessuto territoriale, da secoli votato all’agricoltura dalla quale ha costruito la propria identità culturale sociale ed economica, di cemento e asfalto con autostrade, strade, case, centri commerciali, centri sportivi, parcheggi, alte velocità.

L’ennesima contraddizione di chi fa politica sul risultato immediato e non è più capace di investire culturalmente ed economicamente. Le parole che continuiamo a sentire ci sembrano sempre più vuote, utilizzate per le occasioni e facenti parte di apparenze, di effimeri, dove le realtà saliranno alla ribalta per lasciarci sbalorditi davanti alla povertà territoriale.

Non più consumo di territorio, dice la legge regionale, ma solo dal 2020 o giù di lì; si potranno terminare tutti i progetti approvati finora dai piani urbanistici che prevedono ancora consumo di territorio, quello che fino a poco tempo aveva un vincolo paesaggistico regionale.

Bologna, “restyling” dello stadio: come si aggiustano le complicazioni urbanistiche

di Piergiorgio Rocchi

“La stampa è, per eccellenza lo strumento democratico della libertà.” Io non so se quello che scriveva Alexis De Tocqueville sia del tutto vero, soprattutto oggi. Sta di fatto però che se non ci fosse stata l’informazione sulla carta stampata, non sarebbe stato possibile essere informati su quella che viene definita la più grande operazione del mandato del sindaco Virginio Merola, a Bologna. Stiamo parlando del “restyling” (o ammodernamento), dello stadio del Bologna FC, cioè il Dall’ara, che è di proprietà del Comune di Bologna.

Succede che negli ultimi mesi del 2016 si comincia a parlare, in vari articoli, di un possibile intervento sul vecchio stadio “Renato Dall’Ara”, legato anche alle ampie possibilità previste dalla legge 147/2013, per la realizzazione di opere di adeguamento delle strutture sportive esistenti. Articoli di legge fatti apposta per il caso del nuovo stadio di Roma, ma che vanno bene, anzi benissimo anche per Bologna e la sua squadra di calcio. Da poco ‘sfilata’ a tal Zanetti (uno degli altri possibili compratori, mosso da “senso civico”), dal duo Tacopina prima e Saputo dopo, che già dal 2014 avevano prospettato all’allora sindaco Merola e all’allora assessore allo Sport Rizzo Nervo la “grandissima occasione” di poter fare una grande opera di riqualificazione delle aree stadio e adiacenze.

Bologna: chiude l’impianto sportivo del Cierrebi, ennesima scelta speculativa

di Silvia R. Lolli

Dalle 18 di oggi, mercoledì 31 maggio, i cittadini, riuniti nel comitato per la rigenerazione urbana contro la speculazione saranno impegnati in un presidio davanti all’impianto sportivo del Cierrebi (di proprietà della Cassa di Risparmio di Bologna, aperto finora non solo ai suoi soci, ma anche alla cittadinanza) per manifestare contro la sua chiusura.

Nonostante le rassicurazioni del vicesindaco e assessore allo sport Matteo Lepore, spiegate alla presentazione del Piano Strategico per lo Sport il 23 maggio scorso, si procede alla chiusura dell’ennesimo impianto sportivo bolognese. Fra l’altro in questo scorcio di stagione agonistica l’impianto dovrebbe essere ancora utilizzato dalla squadra bolognese di basket femminile, Basket Progresso Matteiplast, che si sta giocando la finale di play off della serie A2. Se vince sarà promossa in A1. Ci fa piacere sapere che in queste ultime ore si è avuta una deroga per lasciare a questa squadra il fattore campo nella partita di finale che giocherà in casa contro il Sesto S. Giovanni.

A memoria non ci sembra ci sia mai stata questa situazione d’incertezza per i campi di gioco a Bologna. Molti impianti utilizzati non sono più gestiti direttamente dal pubblico, perciò l’interesse più privatistico porta le squadre nell’incertezza della loro partecipazione alle fasi finali dei campionati, a giocare in altri campi: un esempio è quello dell’impianto Unipol Arena, destinato dopo la stagione regolare di basket maschile ad altri eventi (generalmente non sportivi).

Bologna: difendere l’Xm24 per tornare a respirare

Dal 2013 al 2016 il grande affresco Occupy Mordor, dipinto da Blu sulla parete di Xm24, ha messo in scena una battaglia per la città: le truppe del sindaco Sauron – armate di ruspe, mortadelle e sfollagente – si scontravano con un popolo che suonava, ballava, pedalava, leggeva, hackerava, coltivava e lanciava angurie con le catapulte.

Oggi l’affresco non c’è più, ma la battaglia è in pieno svolgimento. Proprio come in quella raffigurazione, la città ufficiale ha la forza dei partner economici per imporsi ai suoi avversari, ha la forza poliziesca per reprimerli, e ha mezzi enormi – infinitamente più grandi di un muro – per mettersi in scena e magnificarsi.

La Bologna ufficiale è una città boriosa, soffocante, sempre più allergica ai poveri e a marginali. Una città che sogna di sterilizzarsi dai germi del dissenso, e una di queste mattine potrebbe risvegliarsi sterile.

L’altra città è invece fatta di collettivi, spazi autogestiti, associazioni, circoli culturali, sportelli sociali, gruppi di lettura, utenti di biblioteche pubbliche, artisti, gruppi teatrali, italiani e migranti. È la Bologna plurale che si è manifestata il 4 marzo scorso, nella prima iniziativa a sostegno di Xm24 e delle realtà autogestite; ed è la stessa che quattro giorni dopo, in occasione dello sciopero mondiale delle donne, ha inondato Bologna di drappi fucsia. Una città che vive soltanto della propria fantasia, grazie alla capacità di organizzarsi, di stare nelle strade, di tessere relazioni, di usare gli spazi urbani con intelligenza.

Dov’è la politica tra interventi a bocconi e mancanza di strategie?

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

I mezzi di comunicazione italiani continuano a dare corda al politichese e non alla politica. Accanto alle cronache, soprattutto nere, usate spesso all’infinito per occupare gli spazi angusti di un’informazione nella quale la politica non si fa sentire, se non per gossip o per inchieste giudiziarie o chiacchiere da bar legate a primarie varie.

Così è a livello nazionale e locale, basta guardare i vari telegiornali e le trasmissioni connesse in cui la fa da padrone un racconto semplice e senza idee sul nostro futuro. Se guardiamo poi la politica più locale, complice forse leggi elettorali schiacciate sulla vittoria di uno che decide e costruisce la sua Giunta, ma anche di una cittadinanza che sta perdendo il senso del diritto di cittadino finché non gli si toglie qualcosa che sente suo, ci dovremmo accorgere della caduta in basso dell’idea di politica e di democrazia.

Continuo a pensare che negli ultimi anni la città di Bologna ed oggi la metropoli siano organizzate come un’azienda, con a capo un consiglio di amministrazione (giunta) e un amministratore delegato (sindaco o chi per lui). Il consiglio comunale fa le veci del consiglio dei probiviri o di sindaci, che come sappiamo da tante situazioni di fallimenti, corruzioni, italiani non servono troppo, viste le indagini che spesso ci danno un quadro delle varie colpe, ma senza darne le sanzioni. Il più delle volte non incide sulle scelte già fatte dalla giunta.

Prezzi bassi, luoghi degradati: essere tossicodipendenti a Bologna

di Leonardo Tancredi

L’inchiesta del mese del numero di aprile di Piazza Grande è dedicata allo spaccio e consumo di droga a Bologna. Dopo i casi di morte per overdose in città, il giornale dei senza dimora ha incontrato chi ha vissuto in prima persona e di recente l’esperienza della dipendenza da eroina e cocaina e ne ha raccolto il racconto di uno dei luoghi principali dello spaccio a Bologna, la fabbrica dismessa della Manifattura Tabacchi.

Venti euro per 0,3 grammi di cocaina o per una busta di eroina. Sono questi i prezzi del mercato a Bologna, nella zona di spaccio più riconoscibile della città, tra via Stalingrado e via Ferrarese, l’ex manifattura tabacchi. A svelarlo è Giulia (nome di fantasia), 39 anni, una vita in strada, ora ospite da un paio di settimane in un dormitorio della città. “Sono a Bologna da quando avevo 21 anni” racconta “prima abitavo in un’altra città e sono stata in carcere. Già da tempo avevo problemi di droga”.

Nei suoi giri senza meta, in Piazza Venti Settembre incontra alcuni ragazzi tossicodipendenti che la indirizzano verso i luoghi di spaccio. Piazza Verdi e la Montagnola per fumo ed erba. E l’ex manifattura tabacchi. Uno spaccio a cielo aperto dove l’ingresso, se conoscevi altri frequentatori, era libero e accessibile dalle 11 di mattina fino a notte inoltrata. Bastava varcare una porticina di ferro, chiedere il prodotto desiderato (cocaina bianca o thailandese oppure eroina) e ovviamente pagare. Il consumo spesso avveniva lì, tra piante e siringhe usate.

I martiri della resistenza dimenticati dell’officina Ogr di Bologna

di Salvatore Fais

Riporta Mario Bianconi nel suo libro “Trent’anni di officina 1958”:

FINALMENTE LA LIBERAZIONE 21 APRILE 1945

«Non vide mai un tale degrado nella sua vita”. Cosi tanto risentimento ed odio per le coercizioni e le prepotenze patite e sopportate, opprimente per l’operaio e dannoso per l’amministrazione ferroviaria”. Racconta sempre Bianconi: “Nel mio piccolo mondo vidi verificarsi l’inverosimile, vidi l’Ingegnere capo marciare inquadrato agli ordini di un suo manovale. Vidi un capo servizio compiacersi di fare il lacchè ( e lo ripeto: lacchè ) ad uno scritturale salito per meriti fascisti a gerarca di terzo o quarto ordin”.. E vide un altissimo funzionario ferroviario di Bologna, messo improvvisamente in pensione per un involontario dispettuccio al su lodato gerarca. In quel periodo venne messo a dirigere -dall’alto- le cose ferroviarie un farmacista. Questo fatto la dice lunga su come funzionavano le cose, Bianconi vide -nel suo piccolo- peggiorato fino all’inconcepibile il disordine in quel luogo di lavoro.

Questi nuovi controllori delle attività ferroviarie, tenevano di fatto in soggezione, dal più basso al più alto tutti i capi amministrativi e tecnici, i quali si guardavano bene dal lamentarsi per non incorrere in guai peggiori. L’officina, racconta sempre Bianconi, fu tramutata in un ignominioso, odioso covo di spie e leccapiedi, da far dare di stomaco ad una struzzo, i voltagabbana paludavano come i funghi. Aumentò all’inverosimile il numero di lavoratori disposti a far di tutto pur di non versare una goccia di sudore lavorando”. Gli indaffarati a far niente si trovavano nel loro paradiso terrest”., Il distintivo del fascio mise al coperto, in officina, individui che quanto a malefatte ne avevano più del diavolo.

Bologna, la follia al governo: testa-coda in Piazza San Francesco

di Fausto Tomei, consigliere Quartiere Porto-Saragozza

Uno dei nuovi arredi di Piazza San Francesco è stato colpito (e rattoppato in modo orribile) da un’auto che ha fatto un testa coda. Ora, è possibile fare un testa coda (e non vedersi ritirata a vita la patente) in un’area ad ‘alta pedonalità’? È possibile che a lavori finiti non sia stata ancora fatta la delibera che ne sancisce la semi-pedonalità, i 10 km/h, chi può entrare o meno nella piazza, le telecamere di controllo?

È possibile che non siano state organizzate le necessarie cure e pulizie di Hera sui nuovi arredi, come avviene nelle altre piazze del centro storico? Arredi che ricordo a tutti non hanno un fine estetico (la meraviglia della basilica è più che sufficiente a questo), ma urbanistico: aprire il sagrato che prima era assediato dalle macchine, stringere l’area carrabile, evidenziare che la piazza è uno spazio aperto in cui nessuno è padrone della strada, ma tutti sono ospiti: pedoni, ciclisti, mezzi dei residenti.

Chi vuole fare fallire questo progetto nell’incuria e nei ritardi? Perché io mi sono un poco rotto le scatole che qualcuno giochi a far saltare un progetto che ha richiesto anni, che è costato anche troppo e che rivendico con forza, avendoci lavorato in prima persona.

Amianto: più di cento diagnosi di mesotelioma in Emilia Romagna nel 2016

di Zic.it

Nel 2016, in Emilia-Romagna, l’elenco dei nuovi casi di mesotelioma maligno (tumore raro ma dalla riconosciuta correlazione con l’esposizione professionale o ambientale all’amianto) registra altre 113 diagnosi, anche se si tratta di un dato ancora parziale. A riferirlo è il Centro operativo regionale del Registro nazionale mesoteliomi, che precisa che il dato si riferisce alle persone residenti nella regione e non comprende quindi coloro che potrebbero avere contratto la malattia lavorando in Emilia-Romagna, per poi essersi successivamente trasferite altrove.

Con le 113 nuove diagnosi sale a quota 2.413 l’elenco dei casi censiti in regione a partire dall’1 gennaio 1996: 1.748 uomini e 665 donne. Dall’ente segnalano inoltre che la curva di incidenza del fenomeno pare stia cominciando a scendere, dopo il picco registrato nel triennio 2011-2013 con 154, 156 e di nuovo 154 nuovi casi. In ambito professionale, i casi di mesotelioma con esposizione all’amianto (classificata come certa, probabile o possibile) si concentrano soprattutto nell’edilizia (14,9%), nella costruzione e riparazione di materiali rotabili ferroviari (11,9%), nell’industria metalmeccanica (9,2%) e negli zuccherifici o in altre industrie alimentari (8,1%).