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Bologna: difendere l’Xm24 per tornare a respirare

Dal 2013 al 2016 il grande affresco Occupy Mordor, dipinto da Blu sulla parete di Xm24, ha messo in scena una battaglia per la città: le truppe del sindaco Sauron – armate di ruspe, mortadelle e sfollagente – si scontravano con un popolo che suonava, ballava, pedalava, leggeva, hackerava, coltivava e lanciava angurie con le catapulte.

Oggi l’affresco non c’è più, ma la battaglia è in pieno svolgimento. Proprio come in quella raffigurazione, la città ufficiale ha la forza dei partner economici per imporsi ai suoi avversari, ha la forza poliziesca per reprimerli, e ha mezzi enormi – infinitamente più grandi di un muro – per mettersi in scena e magnificarsi.

La Bologna ufficiale è una città boriosa, soffocante, sempre più allergica ai poveri e a marginali. Una città che sogna di sterilizzarsi dai germi del dissenso, e una di queste mattine potrebbe risvegliarsi sterile.

L’altra città è invece fatta di collettivi, spazi autogestiti, associazioni, circoli culturali, sportelli sociali, gruppi di lettura, utenti di biblioteche pubbliche, artisti, gruppi teatrali, italiani e migranti. È la Bologna plurale che si è manifestata il 4 marzo scorso, nella prima iniziativa a sostegno di Xm24 e delle realtà autogestite; ed è la stessa che quattro giorni dopo, in occasione dello sciopero mondiale delle donne, ha inondato Bologna di drappi fucsia. Una città che vive soltanto della propria fantasia, grazie alla capacità di organizzarsi, di stare nelle strade, di tessere relazioni, di usare gli spazi urbani con intelligenza.

Dov’è la politica tra interventi a bocconi e mancanza di strategie?

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

I mezzi di comunicazione italiani continuano a dare corda al politichese e non alla politica. Accanto alle cronache, soprattutto nere, usate spesso all’infinito per occupare gli spazi angusti di un’informazione nella quale la politica non si fa sentire, se non per gossip o per inchieste giudiziarie o chiacchiere da bar legate a primarie varie.

Così è a livello nazionale e locale, basta guardare i vari telegiornali e le trasmissioni connesse in cui la fa da padrone un racconto semplice e senza idee sul nostro futuro. Se guardiamo poi la politica più locale, complice forse leggi elettorali schiacciate sulla vittoria di uno che decide e costruisce la sua Giunta, ma anche di una cittadinanza che sta perdendo il senso del diritto di cittadino finché non gli si toglie qualcosa che sente suo, ci dovremmo accorgere della caduta in basso dell’idea di politica e di democrazia.

Continuo a pensare che negli ultimi anni la città di Bologna ed oggi la metropoli siano organizzate come un’azienda, con a capo un consiglio di amministrazione (giunta) e un amministratore delegato (sindaco o chi per lui). Il consiglio comunale fa le veci del consiglio dei probiviri o di sindaci, che come sappiamo da tante situazioni di fallimenti, corruzioni, italiani non servono troppo, viste le indagini che spesso ci danno un quadro delle varie colpe, ma senza darne le sanzioni. Il più delle volte non incide sulle scelte già fatte dalla giunta.

Prezzi bassi, luoghi degradati: essere tossicodipendenti a Bologna

di Leonardo Tancredi

L’inchiesta del mese del numero di aprile di Piazza Grande è dedicata allo spaccio e consumo di droga a Bologna. Dopo i casi di morte per overdose in città, il giornale dei senza dimora ha incontrato chi ha vissuto in prima persona e di recente l’esperienza della dipendenza da eroina e cocaina e ne ha raccolto il racconto di uno dei luoghi principali dello spaccio a Bologna, la fabbrica dismessa della Manifattura Tabacchi.

Venti euro per 0,3 grammi di cocaina o per una busta di eroina. Sono questi i prezzi del mercato a Bologna, nella zona di spaccio più riconoscibile della città, tra via Stalingrado e via Ferrarese, l’ex manifattura tabacchi. A svelarlo è Giulia (nome di fantasia), 39 anni, una vita in strada, ora ospite da un paio di settimane in un dormitorio della città. “Sono a Bologna da quando avevo 21 anni” racconta “prima abitavo in un’altra città e sono stata in carcere. Già da tempo avevo problemi di droga”.

Nei suoi giri senza meta, in Piazza Venti Settembre incontra alcuni ragazzi tossicodipendenti che la indirizzano verso i luoghi di spaccio. Piazza Verdi e la Montagnola per fumo ed erba. E l’ex manifattura tabacchi. Uno spaccio a cielo aperto dove l’ingresso, se conoscevi altri frequentatori, era libero e accessibile dalle 11 di mattina fino a notte inoltrata. Bastava varcare una porticina di ferro, chiedere il prodotto desiderato (cocaina bianca o thailandese oppure eroina) e ovviamente pagare. Il consumo spesso avveniva lì, tra piante e siringhe usate.

I martiri della resistenza dimenticati dell’officina Ogr di Bologna

di Salvatore Fais

Riporta Mario Bianconi nel suo libro “Trent’anni di officina 1958”:

FINALMENTE LA LIBERAZIONE 21 APRILE 1945

«Non vide mai un tale degrado nella sua vita”. Cosi tanto risentimento ed odio per le coercizioni e le prepotenze patite e sopportate, opprimente per l’operaio e dannoso per l’amministrazione ferroviaria”. Racconta sempre Bianconi: “Nel mio piccolo mondo vidi verificarsi l’inverosimile, vidi l’Ingegnere capo marciare inquadrato agli ordini di un suo manovale. Vidi un capo servizio compiacersi di fare il lacchè ( e lo ripeto: lacchè ) ad uno scritturale salito per meriti fascisti a gerarca di terzo o quarto ordin”.. E vide un altissimo funzionario ferroviario di Bologna, messo improvvisamente in pensione per un involontario dispettuccio al su lodato gerarca. In quel periodo venne messo a dirigere -dall’alto- le cose ferroviarie un farmacista. Questo fatto la dice lunga su come funzionavano le cose, Bianconi vide -nel suo piccolo- peggiorato fino all’inconcepibile il disordine in quel luogo di lavoro.

Questi nuovi controllori delle attività ferroviarie, tenevano di fatto in soggezione, dal più basso al più alto tutti i capi amministrativi e tecnici, i quali si guardavano bene dal lamentarsi per non incorrere in guai peggiori. L’officina, racconta sempre Bianconi, fu tramutata in un ignominioso, odioso covo di spie e leccapiedi, da far dare di stomaco ad una struzzo, i voltagabbana paludavano come i funghi. Aumentò all’inverosimile il numero di lavoratori disposti a far di tutto pur di non versare una goccia di sudore lavorando”. Gli indaffarati a far niente si trovavano nel loro paradiso terrest”., Il distintivo del fascio mise al coperto, in officina, individui che quanto a malefatte ne avevano più del diavolo.

Bologna, la follia al governo: testa-coda in Piazza San Francesco

di Fausto Tomei, consigliere Quartiere Porto-Saragozza

Uno dei nuovi arredi di Piazza San Francesco è stato colpito (e rattoppato in modo orribile) da un’auto che ha fatto un testa coda. Ora, è possibile fare un testa coda (e non vedersi ritirata a vita la patente) in un’area ad ‘alta pedonalità’? È possibile che a lavori finiti non sia stata ancora fatta la delibera che ne sancisce la semi-pedonalità, i 10 km/h, chi può entrare o meno nella piazza, le telecamere di controllo?

È possibile che non siano state organizzate le necessarie cure e pulizie di Hera sui nuovi arredi, come avviene nelle altre piazze del centro storico? Arredi che ricordo a tutti non hanno un fine estetico (la meraviglia della basilica è più che sufficiente a questo), ma urbanistico: aprire il sagrato che prima era assediato dalle macchine, stringere l’area carrabile, evidenziare che la piazza è uno spazio aperto in cui nessuno è padrone della strada, ma tutti sono ospiti: pedoni, ciclisti, mezzi dei residenti.

Chi vuole fare fallire questo progetto nell’incuria e nei ritardi? Perché io mi sono un poco rotto le scatole che qualcuno giochi a far saltare un progetto che ha richiesto anni, che è costato anche troppo e che rivendico con forza, avendoci lavorato in prima persona.

Amianto: più di cento diagnosi di mesotelioma in Emilia Romagna nel 2016

di Zic.it

Nel 2016, in Emilia-Romagna, l’elenco dei nuovi casi di mesotelioma maligno (tumore raro ma dalla riconosciuta correlazione con l’esposizione professionale o ambientale all’amianto) registra altre 113 diagnosi, anche se si tratta di un dato ancora parziale. A riferirlo è il Centro operativo regionale del Registro nazionale mesoteliomi, che precisa che il dato si riferisce alle persone residenti nella regione e non comprende quindi coloro che potrebbero avere contratto la malattia lavorando in Emilia-Romagna, per poi essersi successivamente trasferite altrove.

Con le 113 nuove diagnosi sale a quota 2.413 l’elenco dei casi censiti in regione a partire dall’1 gennaio 1996: 1.748 uomini e 665 donne. Dall’ente segnalano inoltre che la curva di incidenza del fenomeno pare stia cominciando a scendere, dopo il picco registrato nel triennio 2011-2013 con 154, 156 e di nuovo 154 nuovi casi. In ambito professionale, i casi di mesotelioma con esposizione all’amianto (classificata come certa, probabile o possibile) si concentrano soprattutto nell’edilizia (14,9%), nella costruzione e riparazione di materiali rotabili ferroviari (11,9%), nell’industria metalmeccanica (9,2%) e negli zuccherifici o in altre industrie alimentari (8,1%).

Quaranta anni fa, il 1977

di Bruno Giorgini

Il quarantennale del ’77 non è proprio scansabile. Almeno se si vive a Bologna. Per un verso l’establishment politico istituzionale, o nomenclatura, teme un revival magari sull’onda delle iniziative politiche del cua, il collettivo autonomo universitario che fa parecchio tribolare i poteri costituiti, per l’altro i collettivi universitari e centri sociali comunque definiti che di sriffa o di sraffa in quel movimento pretendono di innestarsi. Mentre coloro che lo agirono da protagonisti moltiplicano gli eventi della memoria dei giorni che furono, cercando di evitare il “reducismo” e/o la retorica da “ex combattenti”.

Avviene così che la mattina dell’11 marzo, quando orsono quarantanni Francesco Lorusso studente già militante di Lotta Continua morì fucilato da un carabiniere, e da allora ogni anno i suoi compagni si ritrovano, il cua minacciando sfracelli, non siano presenti nè rappresentanti delle istituzioni politiche elettive, diciamo il Comune, e neppure dell’Università, diciamo il Rettore e/o qualche suo delegato. Non gli par vero a sindaco e rettore di evitare così l’imbarazzo di una presenza sotto la lapide che ricorda l’omicidio di Francesco : «I compagni di Francesco Lorusso qui assassinato dalla ferocia armata di regime l’11 marzo 1977 sanno che la sua idea di uguaglianza di libertà di amore sopravviverà ad ogni crimine. Francesco è vivo e lotta insieme a noi».

Bologna, nella città dove l’emergenza è chiudere i centri sociali

di Sergio Caserta

In questi giorni a Bologna si svolgono avvenimenti tra loro apparentemente diversi e lontani ed invece molto intrecciati ed interdipendenti: sono lo specchio dell’Italia di questi tempi difficili. Succede che il Comune ha comunicato al centro sociale XM24, di via Fioravanti in zona Bolognina, che la convenzione in scadenza che regola la concessione dello spazio pubblico al centro sociale, stipulata circa quattro anni prima dall’amministrazione precedente, retta dallo stesso sindaco Virginio Merola, non verrà rinnovata, perché in quell’edificio, verrà realizzata una caserma dei carabinieri, per rafforzare il presidio di sicurezza in un quartiere considerato “a rischio”. È da precisare che il progetto di caserma si sa che non è stato condiviso con le autorità competenti.

Il Comune non prende assolutamente in considerazione che il centro sociale XM24 svolge una funzione importante di prevenzione del degrado e di servizio sociale da quindici anni, occupandosi di persone in difficoltà, di migranti, attraverso una serie di attività autogestite che, pur nella loro originalità espressiva, rispondono ad un forte bisogno di socialità, di aggregazione, quindi di lotta all’emarginazione e alla solitudine, problemi di cui soffrono larghi strati di popolazione, soprattutto giovanile in un quartiere molto popolare.

Il comune di Bologna retto da un sindaco che fa ogni giorno professione di fede di sinistra, in verità ondivagando negli schieramenti della diaspora Pd in modo abbastanza disinvolto, non si pone il problema enorme del che fine faranno tutte le attività di aggregazione sociale, culturale e anche di microeconomia. che si svolgono nel centro sociale che è un punto di riferimento per centinaia di persone. Nessuna preoccupazione e nessuna cautela per l’effetto disgregativo sul piano dei rapporti umani che determina la chiusura forzata di un luogo di socializzazione. E meno male che siamo nella terra dell’associazionismo.

Bologna: sulle onde di Radio Alice correva il ’77 ribelle

di Luciano Lanna

Quarant’anni fa, il 12 marzo 1977, il giorno dopo l’uccisione a Bologna dello studente Francesco Lorusso, la polizia fa irruzione nei locali di Radio Alice, li sigilla e arresta tutti gli animatori. I media ufficiali avevano scatenato una vera e propria crociata contro l’emittente, con l’accusa di essere stata la diretta responsabile degli scontri violenti seguiti alla morte del giovane studente.

Per dirla tutta, lo studente, un 25enne militante di Lotta Continua, era stato freddato da un colpo d’arma proveniente dalle forze dell’ordine dopo che una bottiglia molotov aveva raggiunto un autocarro. Ma la morte dello studente dette origine a ulteriori e pesanti scontri di piazza. Radio Alice aveva solo mandato in onda, come faceva per tutto quello che accadeva in città, la cronaca degli eventi. Del resto, è Umberto Eco, curiosamente attento ma spesso critico nei confronti dell’ala creativa del ’77, a difendere la redazione della radio dalla campagna denigratoria nei suoi confronti. Fatto sta che la chiusura determina la fine di un anno vissuto in prima persona da quella radio e che è stato decisivo per l’immaginario di una generazione.

Tutti gli arrestati vengono portati in questura e successivamente trasferiti nelle carceri di San Giovanni in Monte. Ovviamente, in seguito vengono tutti prosciolti dalle accuse mosse nei loro confronti. Radio Alice riaprirà circa un mese dopo e continuerà le trasmissioni per ancora un paio d’anni, ma senza l’apporto degli originali fondatori e senza più la stessa vocazione, tanto che la frequenza della radio verrà ceduta a Radio Radicale.

Cartoline di Bologna: saluti da Santa Viola

di Claudio Corticelli, dal 2001 abitante in Via Agucchi

Una mostra di cartoline in bianco e nero, corrispondenze, carte postali, foto, parole di saluto tra parenti e amici, clienti, ricevute e inviate da Santa Viola, borgata della prima periferia di Bologna

Ci sono persone che non ricordano solo con la mente, ma raccolgono da sempre, negli armadi o nei cassetti, testimonianze tangibili, immagini del tempo che passa, in questo caso foto e parole, dai primi del 900 fino ai nostri giorni, delle genti e case della zona dove sono vissuti da sempre, per poi non tenersele per se, ma esporle pubblicamente, per condividere il tempo che fu.